Alessio Biancalana Grab The Blaster di Alessio Biancalana

Let your workflow... flow.

In questi giorni, mi sono improvvisamente reso conto di quanto le cianfrusaglie abbiano preso il posto della mia scrivania. Per la verità è stato un passo piuttosto importante, dato che arrivando a considerare quelle cose che non mi decidevo a buttare come potenziale immondizia, ho potuto constatare quanto effettivamente inficiassero sulla mia libertà di pensiero.

Essendo io poi sensibile alla presenza di polvere, effettivamente, ho odiato un po’ la marmaglia di oggetti sparsi e accatastati sotto, sopra e attorno al mio povero monitor esterno. Avevo pensato, tempo fa, di comprare una scrivania più lunga, semplicemente per spostarmi in maniera più agevole sul tavolo; non è stato necessario.

Scrivania di Bl@ster

Dunque la mia considerazione riguardo ieri è: prima di comprare una scrivania più grande, pulisci quella di cui già disponi. Potresti accorgerti di aver sprecato un sacco di spazio fino a oggi, e non essertene minimamente reso conto.

Pur essendo io un cultore dell’ordine personale, ho capito che una scrivania pulita ti incita a fare e psicologicamente è più appagante, così ho deciso di liberare la scrivania dal dominio di Mordor degli oggetti inutili. Il caos riferito al mio cervello lo lascio (volentierissimo, beninteso) ai miei cassetti, che traboccano di “inspiring stuff” ogni volta che li apro: vedere oggetti di cui mi ero dimenticato persino che esistessero spesso su di me ha una funzione quasi ispirativa, infatti.

Ci tengo poi a ribadire che il terremoto di ieri non credo sia colpa mia, anche se a questo punto non credo metterò più a posto il divano su cui languono panni e gadget.

Fatevi un favore: più open source evangelist per tutti

Soprattutto negli ultimi tempi tra un libro e l'altro (questioni, robe di studio eccetera eccetera), ho cominciato a fare anche attività di diffusione rispetto al tema dell'open source, che ormai è disceso al centro della scena, soprattutto con la questione open data, che è ormai di importanza centrale nell'evoluzione delle infrastrutture statali e non.  "Open source evangelist", mi hanno definito alcuni; ho notato però che nel mondo enterprise figure come quelle di consulenti competenti che spieghino soprattutto ai colletti bianchi perché è utile avere un prodotto open source sul mercato e una community che cresce insieme ad esso.

Nixie Pixel Android

Mi succede sempre più spesso di entrare in contatto con delle realtà aziendali nuove e provare a "fare breccia" nei cuori di chi decide, provando a spiegare un po' come funziona l'ecosistema open source e perché starne all'interno anziché fuori può essere solo un plus, ma vengo sempre bloccato da moniti e parole inadatte, spesso derivanti da luoghi comuni, a volte veramente irritanti e, in qualche occasione, addirittura rinforzare da mala informazione.

Sicuramente sapete quanto sia dannoso il trovare una platea male informata, piuttosto che una non informata affatto: coloro che non sanno, infatti, ma sono in assenza di nozioni pregresse, sono "facili da plasmare"; non dovrete combattere contro un pregiudizio costruito con cura dal vostro cliente. Nel caso di interlocutori male informati, più o meno lo scenario che si presenta di solito è:

Ma si, noi però usiamo solo soluzioni closed source perché sono più stabili e più sicure, dato che il codice non si può vedere

Per chi volesse cominciare a fare l'open source evangelist: non saltate al collo di chi vi dice qualcosa del genere; al contrario aiutatelo a rendersi conto della castroneria che ha appena detto. Asciugandovi la bava dalla bocca, magari senza quel tic isterico di ciglia.

Per chi volesse essere evangelizzato: non siate supponenti, e non dite certe cose a chi prova a convincervi della bontà del modello che vi pubblicizza. Rischiate di fare una figuraccia e di vedere il vostro punto di vista ribaltato su tutta la linea.

Open source

Di solito, gli open source evangelist sono persone oneste che, prima o dopo, vi mettono anche in guardia dai rischi dell'avere un prodotto open (fatto da voi o mantenuto come pezzo dell'infrastruttura). Oltre che descrivervi i pregi dell'adozione di tale filosofia - oltre che modello economico di business), vi consiglieranno su come ridurre al minimo il "rinculo" e tutte le criticità dell'avere una comunità che lavora attorno al vostro prodotto. La paura verso i nuovi ecosistemi non porta a niente.

Prendetevi quindi cinque minuti per esaminare un po' di curriculum e un po' di blog, e valutate attentamente se vi serve un personale open source evangelist, per aiutarvi a rivedere la strategia aziendale; non è possibile che continuiate a fare la figura dei peracottari, quando vi presentate a qualsiasi evento che riguardi l'IT. Siate informati, rivolgetevi ad un open source evangelist.

Photo courtesy by Nixie and Br3nda

Verde di (i)NVIDIA

Stasera stavo giocando a Skyrim con il mio notebook, e tra una cosa e l'altra mi sono accorto della temperatura altissima a cui la mia GPU era arrivata. Immediatamente (ero su Windows) mi ha colto un momento di amarcord in cui mi sono rivenuti in mente un sacco di commenti da parte di utenti Linux riguardanti la temperatura delle loro macchine. Non è che sono snob, è che proprio non capisco i rantoli di certe persone, che aprono bocca e danno fiato: sotto Linux la mia GPU non ha mai raggiunto certe temperature, o se l'ha fatto è successo in caso di sforzi grandi.

nVidia

In generale la temperatura è sempre inferiore a Windows - anche in caso di giochi. Ovviamente Skyrim non è Minecraft o qualsiasi altro gioco (anche top) per Linux, tuttavia le chiamate alla scheda video sono pressoché le stesse e come calcoli per l'uno calcoli anche per l'altro. Non so.

Il pensiero repentino è che sicuramente questa GPU NVIDIA è stata un investimento proficuo al 100%, dato che oltre a farmi divertire parecchio con giochi e calcolo OpenCL, mi terrà anche al caldo per parecchi inverni. Basta giocarci un pochetto. :D

Ovviamente la battuta nel titolo è stata fatta milioni di volte, ma che ci devo fare: mi diverte.

Photo courtesy of George Armstrong

La Rete come layer sovrapposto alla vita

Oggi mi è successa la cosa più bella del mondo - almeno prendendo come esempio la gamma di cose che possono piacere ad un nerd come me. Stavo uscendo dalla metro A (Colli Albani, per la gioia degli stalker), e proprio sulle scale ho notato una ragazza appostata, con lo smartphone puntato verso di me, o meglio verso l'uscita. Stava catturando con la sua fotocamera i passanti; sono stato colto dal suo obiettivo, e mi sono prontamente girato a guardare, una volta superatala, cosa facesse: mi stava mettendo su Instagram.

Questo ha scatenato in me una reazione primaria e una riflessione secondaria. La reazione primaria è stata quella di chiederle di menzionare @dottorblaster al momento della messa online, così avrei ritrovato la foto in mezzo all'overflow di contenuti; purtroppo mi sono vergognato, quindi anche cercando in vari hashtag non ho trovato una beata mazza. La riflessione secondaria invece è stata più profonda (ovviamente :D), e cioè che la rivoluzione della rete, almeno per early adopter et similia, può dirsi compiuta, perché grazie a smartphone e social media così pervasivi ogni istante che viviamo può essere messo online in vari modi - e spesso il talento di un vero blogger o un comunicatore è proprio quello di saper scegliere il mezzo più adatto al momento.

Droid we are lookin' for

Tutto questo ovviamente si coniuga nel mio "menzionami su Instagram" ad una completa sconosciuta; non più il virtuale che estende i suoi tentacoli ad un mondo reale arretrato, ma finalmente una dimensione reale che compenetra i confini del nostro second self - e ci costringe a fondere le due cose. È vero per tutti? Beh, no: ci sono persone che scindono la loro presenza su alcuni social network dalla vita reale, tuttavia a volte fanno uno strappo alla regola.

E il futuro? Il futuro è fatto di strappi alla regola, per tutti. Il blasonato concetto del quarto d'ora di celebrità si espande e non risulta quasi più calzare alla perfezione.

Photo courtesy of Stéfan

Al Google I/O 2012 la vittoria è tutta dell'open source

Ieri, tra i fraseggi iniziali del mio liveblogging su Twitter del Google I/O 2012, ho esordito con un tweet: "Not just copycats". E probabilmente il punto di ciò che sto per esplicare è proprio questo. Ma cominciamo dall'inizio: Google, nella giornata di ieri, ha iniziato il Google I/O di quest'anno con l'ormai consueto keynote su Android. A prescindere dai numeri, si è passati subito all'azione: Android 4.1 "Jelly Bean", e la sua interfaccia totalmente rinnovata sotto il cofano. Mentre Hugo Barra e i suoi accoliti presentavano le novità che avevano introdotto, come Project Butter o Triple Buffering, mi sono sentito veramente ispirato, come sostenitore ed evangelist dell'open source: non ho visto infatti qualcosa di passivo, come un'azienda che mi inculca il suo modo di vedere il prodotto, l'oggetto, e mi forza ad usarlo in uno specifico modo. Ho visto invece come l'ottica open source di una grande compagnia (e attenzione, ho detto open source e non free software) possa trasparire soprattutto dai piccoli (?) gesti. Durante l'anteprima di Android 4.1 è stato spiegato come lo scheduler gestisce le chiamate al touchscreen, e come l'interfaccia venga bufferizzata relativamente ai gesti fatti dall'utente.

Android 4.1

Google ha trasformato in un workshop anche la presentazione del suo prodotto di punta, Android 4.1, quando altre società avrebbero reso il pubblico semplicemente un branco di scimmie ammaestrate pronte ad applaudire solo guardando dei brillantini e delle scritte molto belle; in questo invece il colosso dei motori di ricerca, come lo chiamava mio padre, ha fatto scuola e ha tenuto banco: ha mostrato come si possa introdurre l'innovazione all'interno del proprio ecosistema e rendere la comunità felice.

Ed è proprio questo il fulcro: la comunità. Mentre ogni altro evento si espleta nella maniera in cui la casa produttrice ti propina il suo prodotto, e te lo fa testare e recensire, in un keynote di questo tipo tra il pubblico e l'ecosistema Android (del quale ci parla, con un lieve ritardo ma sempre in maniera gradevole, Lorenzo) lato azienda si crea un legame empatico che fa si che la platea non venga sottoposta al lavaggio del cervello, bensì venga detto, sopra le righe: "Ecco, questo è il risultato dei nostri sforzi, ma non solo; anche dei vostri, come comunità". È parecchio tempo infatti che Google, oltre che fornire un AOSP (Android Open Source Project - ossia il sorgente di Android) di qualità, integra anche miglioramenti provenienti dall'esterno; e se Android 4.0 oggi è quello che è, lo dobbiamo si a Google, ma soprattutto ad una sempre crescente comunità che raccogliendosi intorno a specifici spot come AOKP o CyanogenMod ha dimostrato di poter contribuire in maniera tangibile allo sviluppo del prodotto, contando tanto quando un OEM. E questo ce lo dice non solo Google, col suo comportamento, ma ce lo dice anche uno degli sviluppatori di CyanogenMod, in un'intervista di qualche tempo fa su queste pagine; ma soprattutto, ce lo dice il prodotto stesso, Android, che in queste ultime due release (specialmente per Android 4.0) ha integrato feature in maniera massiccia accettando consigli e patch non solo dai dipendenti pagati, ma anche da terzi, come CyanogenMod, come Linaro.

Galaxy Nexus Android

Questo Hugo Barra e Sergey Brin lo sanno, ed infatti, nonostante tutto lo speech su Android sia effettivamente un ringraziamento tacito alla community, uno strizzare l'occhio allo sviluppatore e al supporter, non perdono l'occasione ghiotta, e ringraziano coloro in sala, e coloro che guardano in streaming l'evento; tutta la community che si raccoglie non intorno a Google, ma attorno ad Android come prodotto, e ne è la vera forza, la potenza che lo ha aiutato quando ce n'era bisogno e continua a farlo facendo si che compenetri l'ambito casalingo e quello aziendale.

Non solo delle fotocopie quindi: come Apple aveva preso il menù delle notifiche di Android, trasformandolo ed adattandolo al proprio concept (vivaddìo), allora Google ha ripreso quegli stessi miglioramenti, facendo di meglio, innovando sempre di più. Anche i concetti risultano open source, visti da questa angolazione. E dunque risulta ridicola la guerra sui brevetti; l'importante è dare una forma a ciò che si prende, una forma propria, ciò che in molti chiamano brand identity. E quindi grazie Google, per avermi fatto vivere un'esperienza così bella come quella di sentirmi effettivamente parte di un panorama in continua, esponenziale crescita, dove le idee circolano rapide e senza essere fermate.

Not just copycats.

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