Alessio Biancalana Grab The Blaster di Alessio Biancalana

Back online

Nella giornata di ieri il datacenter che ospita questo blog è stato colpito da non so cosa, probabilmente la peste ner(d)a, e quindi sono stato offline per un bel po'. A seguito, una serie di cose che ho pensato, e che continuo a pensare mentre scrivo questo post per ragguagliarvi del fatto che, come potete constatare, sono tornato:

  • Spero che Google non mi penalizzi le SERP per 24 ore e passa filate offline;
  • Spero di riuscire a riportare tutto come era prima;
  • Per ripristinare gli ultimi post mi sono fatto un buciodec**o così;
  • Complimenti a HostingPerTe che mi ha risolto il problema in così poco tempo andando a ripescare un backup non fatto da me senza dirmi di arrangiarmi.

E cose simili. Ovviamente complimentoni anche al sottoscritto che, come detto sopra, ha lavorato in maniera non indifferente greppando la cache di Google per riportare tutti i post mancanti al loro nido. Attualmente sto ripristinando le modifiche fatte al tema negli ultimi giorni, il resto è tutto nell'ovile, bene o male.

Ad maiora.

Velocizzare l'apertura delle applicazioni su KDE

Effettivamente, uno dei difetti più grandi di KDE è l’apertura non velocissima di alcune applicazioni. Mi dispiace vedere una macchina piuttosto carrozzata far “finta” di arrancare a volte, quando in realtà è solo questione di applicare un po’ di tweaking. È così che ho ritrovato un post sepolto nel web che spiega come il meccanismo di caching di alcuni componenti di KDE sia attivato solo in circostanze specifiche.

Unix Toolbox

Il comando magico:

mkdir -p ~/.compose-cache

Crea una directory chiamata .compose-cache (giustappunto) che si occupa di contenere tutti i dati sul caching di alcuni campi di ricerca e di digitazione. Con questo piccolo trucchetto sono riuscito ad aumentare sensibilmente le prestazioni di KDE; non capisco come mai questo comportamento, presente da anni, non sia ancora reso predefinito.

La spiegazione, dal post:

Per i curiosi riguardo quello che succede, questa cosa abilita un’ottimizzazione che Lubos [...] ha introdotto tempo fa e che, riscritta, è stata integrata in libx11. Normalmente allo startup le applicazioni leggono le informazioni sui metodi di input da /usr/share/X11/locale/<your locale>/Compose. Questo file Compose è veramente lungo (>5000 linee per il file en_US.UTF-8) e ci vuole tempo perché venga processato. Libx11 può creare una cache delle informazioni parsare che sia più veloce da leggere sequenzialmente; userà una cache esistente in /var/cache/libx11/compose o ne creerà una in ~/.compose-cache se la directory esiste già.

Piccolo escamotage raccomandato a chiunque usi KDE. Non ve ne pentirete.

Photo courtesy of Harshad Sharma

Di blog, Dave Winer, e apprezzamenti

Una delle persone che più stimo nell’intero panorama di innovatori tecnologici, quasi più di Linus Torvalds, Tim Berners-Lee e Bill Gates (non potete negare che non sia una figura di spicco, e lo dico mio malgrado da Linux user), è Dave Winer. Letterale inventore del blogging, ricercatore sicuramente nei fatti che ha scoperto l’RSS ed i suoi molteplici utilizzi – dal semplice blogging al podcasting – è una figura che soprattutto di recente mi ispira più di tanti altri.

Dave Winer

Ho particolarmente apprezzato, e penso che continuerò ad apprezzare dal mio Android tramite Pocket questo articolo di Gizmodo, “Why Dave Winer invented the blog”, che descrive le circostanze praticamente casuali che portarono ormai un numero moderato di anni fa Winer a sedersi, davanti al suo terminale, e “inventare” il blog. Il post. La really simple syndacation.

Devo tanto a Dave Winer, perché alla fine se oggi sono quello che sono (come editor e giornalista), e posso permettermi di blaterare quanto voglio su uno spazio vettoriale di righe e paragrafi, lo devo principalmente a lui. Spero di incontrarlo, prima o poi. Senz’altro gli offrirei una birra.

Photo courtesy of Scott Beale

Chrome OS: cosa manca all'OS di Google

Abbiamo assistito, durante questi anni, al lento decollo dell’ecosistema Google, fatto di un lato mobile (Android, Google Play, annessi e connessi), ma anche di un lato più inerente le macchine “di produzione”. Nonostante gli ammennicoli che rendono meravigliosa la nostra vita come smartphone, televisori intelligenti e termostati più che furbi, il computer in senso stretto continua ad essere una componente fondamentale della nostra giornata, specificamente del nostro workflow: è in questo contesto che ha provato silenziosamente a tastare il terreno, per ora, Chrome OS.

All’inizio ero scettico riguardo alla nuova creatura di Google: nonostante il kernel Linux al quale sono molto affezionato per vari motivi (compreso il fatto che il sottoscritto ormai usa quasi solo Linux da più di sei anni), faticavo a vedere un browser direttamente delegato ad interfaccia grafica e desktop environment di un sistema operativo – sia pure un browser meraviglioso come Chrome. Negli ultimi mesi però le cose sono cambiate.

Chrome OS

È arrivato un launcher. Le applicazioni adesso vengono mostrate in una visuale più tradizionale, ed è presente una taskbar simile alla superbar di Windows 7 per gestirle. Ma, soprattutto, è arrivato un gestore di finestre: AuraWM, progetto open source nato proprio per rendere Chrome OS capace di attrarre l’utenza più smaliziata e soprattutto quelli che col PC qualcosa, effettivamente, fanno. Le tab non sono sufficienti come metodo di interazione: Google l’ha capito e ha messo un’eccellente pezza al suo lavoro, facendo tornare Chrome al suo mestiere di browser e mettendo al centro dello sviluppo un’esperienza utente meno nazista – sia pur basata su delle webview che a conti fatti sono sempre Chrome, seppure con un vestito diverso.

Sono applicazioni aperte in finestra singola, o a tutto schermo, svincolate dalle ormai millenarie schede del browser. Fare questo significa portare la webapp al livello di applicazione “normale”, con una sua dignità; e se sui device mobili le applicazioni in HTML5 et similia risultano approssimative, poco prestanti, sviluppate quasi da cioccolatai, su macchine più carrozzate e indicate come i ChromeBook o i ChromeBox o, più semplicemente, il mio laptop, un ambiente simile risulta avere, nonostante tutto, una coerenza di fondo non indifferente.

Google Chrome

Uno store di webapp. Google Drive, che aumenta la potenza e la pervasività dell’equazione Chrome OS ancora una volta. E soprattutto un window manager, un application launcher ed un ecosistema di dispositivi venduti direttamente da Google. Cosa manca a tutto questo?

Un IDE

Ho trovato molto fastidioso non poter vedere, almeno per ora, una connessione tra il mio Android e il ChromeBox che vorrei ordinare nonostante il prezzo altino. Come è possibile sviluppare da Chrome OS per Android? Questa è ancora un’incognita, eppure è uno stakeholder gigantesco, considerato che Chrome OS stesso è di Google come Android: un po’ come Windows senza un IDE per Windows Phone. Non è una cosa piacevole, no?

Secondariamente, oltre la programmazione Android che mi sembra già una priorità grossa, sarebbe necessario stilare delle HIG come è recentemente stato fatto per la UX mobile al fine di uniformare lo stile dell’esperienza web avuta da un utente usando Chrome OS. In fatto di design, il web con HTML5 offre una frammentazione ancora superiore a quella che si ha nel settore mobile – dato che praticamente qualsiasi sito può proporre se stesso come applicazione. Twitter ha già fatto qualcosa del genere con il suo framework Bootstrap; mi piacerebbe vedere Google rilasciare un suo IDE/framework per lo sviluppo di soluzioni third-party che nonostante tutto si integrino con la piattaforma – sia lato web, che lato client, facendo sentire l’utente in “casa Google”, sia quando i servizi sono offerti dal colosso dei media, sia nel caso opposto.

Applicazioni esterne (anche non-HTML)

In realtà tutto questo articolo e questi bisogni-non-bisogni derivano da una riflessione iniziale: negli ultimi tempi sto usando tantissimo Eclipse per Java e Dalvik. Avrei piacere che esistesse un modo per installare Eclipse su Chrome OS, e permettere così in Chrome OS l’ingresso di quella userland legata alla “modalità offline”. Mi trovo purtroppo ancora legato (come tutti credo) a dei paradigmi di utilizzo che mi impedirebbero un uso profittevole di Chrome OS: una delle killer application sarebbe proprio Eclipse. Si, ok, esiste Cloud9, ma vuoi mettere?

Insomma, anche da questo punto di vista  l’esperienza utente non è particolarmente felice, dato che il mondo professionale non è ancora votato al cloud in parecchi campi; magari un project manager può anche essere felice con il suo Gantt bel bello disegnato in cloud, ma un programmatore, un fotografo, un disegnatore CAD, non credo che possano essere altrettanto entusiasti di dire addio ad una gestione delle applicazioni come l’hanno sempre avuta.

Nerding The Newsroom

Ho iniziato da poco a guardare The Newsroom, la nuova serie di Sorkin tutta dedicata al mondo giornalistico dove un gruppo di sparuti membri della redazione del notiziario della sera prova a fare un telegiornale migliore.

Di solito sono un nerd di quelli molto attenti ai dettagli. In Tron Legacy ho più o meno riconosciuto tutti i comandi bash nei primi venti minuti di film – ovviamente ho anche apprezzato la filippica sull’open source digeribile anche per i meno abbietti. Quello che mi ha lasciato parecchio stupito è vedere come alcuni dettagli in The Newsroom siano curati in maniera impressionante. In che senso? Beh: prendiamo il personaggio di Neal. Ormai è diventato il mio preferito, nel giro di circa dieci minuti complessivi di apparizione su schermo.

Apprezzo molto l’amarcord informatico: ho visto qualcosa in questo episodio che mi ha fatto sorridere e venire (circa) una lacrima di orgoglio. Neal usa la vecchia versione di GMail per controllare la posta. È incredibile vedere come la sua figura sia inserita in un panorama totalmente geek fino al dettaglio – l’interfaccia di GMail è solo uno degli elementi, la passione per il TTS ne è un altro.

The Newsroom

Ovviamente anche il riferimento, sempre nel terzo episodio, meno nascosto del livello di dettaglio a cui sono abituato a cercare, ad HAL9000, beh… è stato più che apprezzato dal sottoscritto. Con queste premesse, credo che rimarrò un fedele spettatore di The Newsroom per molto tempo. Credo sia finito il tempo delle serie TV ridicole alla The Big Bang Theory: finalmente i nerd trovano il loro spazio in un ecosistema che, in forma di sit-com, viene rappresentato molto, molto meglio, a mio parere, da The IT Crowd.

Opinione personale, ovviamente. ;)

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