29 Mar 2013
Visto che la storia si ripete, come diceva il buon Giambattista Vico, ma anche Nietzsche, ma anche insomma un po' tutti e a partire da Vico questa citazione è stata ficcata un po' in bocca a chiunque, nell'ambiente dell'open source si vengono spesso a creare fork di fork di fork semplicemente perché a qualcuno non sta bene un pelo nell'uovo, rifilando poi alla potenziale userbase delle promesse che nemmeno $politico_a_scelta.

Quindi, esemplifichiamo, perché la vita è più bella con gli esempi:
- Un cane manda una patch scritta male per girare a suo piacimento l'andamento di un progetto open
- Tale patch gli viene rifiutata (not compliant, non c'entra una mazza col documento di progetto, o altro. Metteteci quello che vi pare come ragione)
- Il suddetto cane piange
- Il suddetto canide alza una canizza (come appropriato) in mailing list di progetto o sul bugzilla, facendosi aiutare da qualche developer più cane di lui
- La discussione prosegue con toni supponenti da parte del "developer", con pazienza il team gli propone di migliorare la patch e provare a sottoporla durante la prossima merge window
- "Procrastinatori! Nazisti! Il team di sviluppo non ci ascolta, non è abbastanza open" (ignorando l'esistenza di specifiche e documenti di progetto). Il cane forka il repository (aka codebase)
- Il cane promette sul suo blog (che passa da 20 visite al giorno - di bot come Google - a 4000 visite giornaliere) meraviglie, lo zip uor airghenon et similia
- Su una codebase di 400 mila righe di codice il cane riesce a fare il rename di qualche software. Il resto no. Ma mica per altro, è che semplicemente non capisce quello che legge.
- Imprecazioni sul blog contro parti di codice non commentate, mantenute regolarmente nell'altro progetto che altrettanto regolarmente prosegue il suo ciclo di vita
- La gente (utenti, ndr) comincia a scocciarsi
- Dopo due anni di lavoro viene rilasciata una specie di golden master (alpha, beta, 'n se capisce bene) indietrissimo rispetto al progetto originale
- Il team di sviluppo (già poco numeroso) si defila
Credo di aver terminato. In caso posso aggiungere altri passi, basta dirmene nei commenti.
Photo courtesy of Diego Sevilla Ruiz
28 Mar 2013
Ci sono diverse ragioni (e tra le piú disparate) per il titolo di questo post:
- Mi fa SEO, che non è mai una brutta cosa;
- È un bel claim (vedasi la ragione di sopra);
- È una cosa che mi interessa in prima, seconda, e terza persona - singolare e plurale;
- Ma soprattutto Ben Werdmuller ha scritto questo interessante, meritevole, notevole (inserite altri aggettivi positivi qui) post dove spiega alcuni concetti abbastanza semplici.
A prescindere dai business model elencati infatti abbastanza attivo nel movimento open source e arrivato a capire in qualche anno che sulla sua testa pende una sorta di condanna: il contraccolpo dell'effetto buzzword infatti lo ha reso un tema al limite dell'impopolare, e chi si sforza di costruire conversazioni tra team non me beneficia affatto.

Vi consiglio la lettura del post di cui sopra; nel frattempo, alcune riflessioni al volo su quanto ci si può leggere dentro. Prima cosa, mettere in luce i casi di studio. I nostri clienti o i nostri amici (banalmente) possono essere spaventati dalla fine che hanno fatto progetti come StatusNet e Diaspora. Sta a noi portare in gioco compagnie come Red Hat e software come WordPress, che sicuramente ormai sono diventati dei veri e propri motori dell'economia, in totale apertura, e in totale assenza di paura del feedback comunitario. Seconda cosa, identificare le nostre best practice di riferimento. Ci sono un sacco di modelli che hanno generato profitto negli anni per progetti anche completamente aperti: facciamoli nostri, accettando di dover applicare un po' di inventiva perché magari roba trita e ritrita. Non buttiamo nemmeno i grandi fallimenti (come lo stesso Diaspora) che con qualche colpo di reni avrebbero potuto conquistare le scene.
Fine dei consigli per gli acquisti. E leggetevi il post - lo ripeto - ché è fighissimo. Torno ad ascoltare i Dream Theater. E daje che 'sta settimana ricomincia Game of Thrones.
Photo courtesy of JD Hancock
25 Mar 2013
Dato che del lavoro ne ho fin sopra i capelli per questi giorni, mollo tutto e mi dedico a raccontare un po' di cose.
In questi giorni ho curato alcune cose: lo speciale sul Codemotion di HTML.it, di cui potete leggere i post (by me) sugli interventi che mi hanno colpito di più sul nostro blog. È una di quelle cose che di solito mi diverto a fare, perché per scrivere su un company blog bisogna necessariamente cambiare registro rispetto alla scrittura tradizionale (come quella che vedete qua).
Non solo: per Leo Hi-Tech ho cominciato a pubblicare i resoconti degli speech che mi hanno stuzzicato per così dire "lato maker" o comunque tecnologicamente parlando. Aspettatevi quindi un resoconto anche sulle stampanti 3D di Kentstrapper, e qualcosa sul robot che risolve Ruzzle (di cui posterò pure il video nei prossimi giorni).
La cosa notevole, post a parte, di questo Codemotion, è stata la visione dell'open source che è stata data da diversi speaker: qualcosa di necessario, e che parecchie volte funge da catalizzatore per un'idea che ha solo bisogno di un'integrazione di alcuni componenti con una "limata" finale. Ho partecipato, a tale proposito, anche alla tavola rotonda di Andrea Mignini (ILDN) sullo stato dell'open source e in particolare di Linux in Italia, occasione che ci ha permesso (me e gli altri presenti) di mettere a fuoco alcune problematiche come la chiusura stagna di alcune community, e di analizzare anche possibili soluzioni.

A parte tutto quello che consegue dal lavoro, tuttavia, le cose belle me le hanno regalate gli amici. Lorenzo Cantini (Kentstrapper, di cui sopra), su richiesta si è fatto scippare un meraviglioso fischietto rigorosamente stampato in 3D. Luca Bonesini mi ha regalato uno dei momenti migliori di networking di tutta la mia (breve?) vita, nonché un bel po' di risate al corner di Sourcesense, messo proprio di fianco a quello di nois3lab, per celebrare la nascita di RIOS (Rete Italiana Open Source). Oltre questo, una menzione d'onore va ad Alfredo, di Google, per aver reso possibile un sogno: oggi sulla mia scrivania c'è un peluche di Android che si fa fare le coccole, e devo ringraziare lui.
Non finisce qui: Lorenzo è stato il mio compagno instancabile lungo un sacco di interventi e ha sopportato anche il fatto che prendessi appunti invece di parlare con lui, supportandomi nel mio lavoro di cui sopra. Ultimo, ma non per importanza, Alessio (darthpelo, omonimo - e se qualcuno dei due avesse scelto, sarei sicuramente io ad avere lo stesso suo nome): l'evento è iniziato infatti come una gita delle medie con lui come compare di autobus, e le sue frecciate nerd mi hanno accompagnato lungo tutta la prima giornata. Peccato non aver poi proseguito la chiacchierata davanti ad un hamburger.
Un caloroso grazie anche a tutti gli speaker che ho seguito, tutti davvero preparati e con una presenza scenica media notevole.
Photo courtesy of Alessio Jacona
18 Mar 2013
Conoscete BitNami? No? Descriverla è semplice: si tratta di una compagnia che gestisce una sorta di repository di script di installazione o deploy per soluzioni comuni e stack di software open source come WordPress, tra i più semplici, o Magento, tanto per nominare qualcosa di un po' più esotico. Conoscete GitLab? No? È un software che ho anche nominato più volte nelle mie imprecazioni, che essenzialmente si pone come un'alternativa open source a GitHub per il management dei repository (git) di codice, grafico, via web.

Nonostante sulla carta GitLab sia un software validissimo sulla carta, soprattutto adesso che ha annunciato il voler rendersi indipendente da Gitolite nella prossima versione, l'installazione di questa sorta di CMS del repo management rimane per me un mistero, indipendentemente dalla sua ottima documentazione su Arch Wiki. Sono quindi contentissimo del fatto che BitNami offra da pochi giorni l'installazione in pochi click dello stack di GitLab, in modo assolutamente indolore.
La potenza dell'open source: qualcun altro può porre rimedio alle procedure più fastidiose conoscendo bene il funzionamento del software. In questo caso BitNami ha automatizzato il punto negativo probabilmente più imponente per GitLab, quindi io ovviamente sono contentissimo. E, cari sistemisti, cari smanettoni, cari nerd casalinghi, dovreste esserlo anche voi.
Photo courtesy of Johannes Gilger
17 Mar 2013
Proprio durante il Mobile Tea di qualche giorno fa in cui ho partecipato come speaker, ho avuto anche l'occasione per mettere le mani su un bel po' di device carini come il Padfone che ha Flavio in prova, o ancora Blackberry Z10, o addirittura un device con Firefox OS portato "in scena" dal mio amico Carlo Frinolli, che ormai in Italia è una celebrità dato il suo apporto all'open web evangelism e a Mozilla stessa di cui si è fatto rappresentante.
Complimenti a parte, ho visto qualcosa di interessante: innanzi tutto come già avevo avuto modo di intuire l'idea che HTML5 non sia annidato dentro qualche tipo di emulazione rende tutto decisamente molto più prestante, tant'è che come lo stesso Carlo ha avuto modo di mostrarmi, sull'hardware di prova (non ufficiale e che a mio parere faceva proprio cagarone) Firefox OS offriva comunque un'esperienza utente quantomeno piacevole grazie a un'interfaccia pressappoco fluida, cosa che con un device Android da qualche decina di euro non avrei mai avutp. Diciamo che sono molto soddisfatto dalla constatazione che durante la prova non mi sia venuta la pulsione di fiondare il telefono dalla finestra, sentimento che di solito invece è potente in me quando testo dispositivi di fascia bassa o ultra bassa.

Per il resto? Su un top di gamma Firefox OS dà l'idea di poter volare alto con le prestazioni: sicuramente è un'alternativa interessante al resto del panorama mobile soprattutto per il fatto che con altri brand pur con le novità del caso si ha sempre una sensazione di già visto. Firefox OS si pone oltre questa prospettiva per power user e opinion leader a mio parere, dato che se si è consapevoli che tutto quello che si maneggia (un esempio? Il dialer, o il pannello delle impostazioni) è fatto di file HTML e JavaScript, allora si riconsiderano un sacco di assunzioni date per vere in precedenza, e la piattaforma assume un suo senso nonché un fattore caratterizzante che stimola la curiosità di chi guarda.
Il tutto, ovviamente, condito dal fatto che Firefox OS porta una ventata di aria nuova nel sempreverde flame HTML5 VS sviluppo nativo - e senza dubbio io credo che l'avere un banco di lavoro dove il codice non venga tradotto in dei blob orribili abnormi (mi scusino gli estimatori di PhoneGap e Titanium in sala) sia un grosso plus.
Photo courtesy of Mozilla in Europe