24 Jul 2013
Qualche settimana fa (e mea culpa per il ritardo nel postare) sono stato ospite di TIM per una serata in compagnia dello staff e di alcuni personaggi mitici (tipo Zamperini, per dire), con lo scopo di farci provare la nuova applicazione TIM Social e soprattutto farci fare un tour dimostrativo di wiMAN, il servizio di captive portal basato su Facebook Login di cui ho già parlando ospitando proprio qui un'intervista a Michele Di Mauro, per #opencore.
Potete vedere il mio faccione presente nel video riassuntivo delle due tappe (Roma e Milano):
[embed]http://www.youtube.com/watch?v=nrLsa_x7ebc[/embed]
Dopo questo ci siamo concessi ad aperitivi e cene fatte di immensa lussuria e ingordigia, prenotate con restOpolis, mentre mi sono fatto una bella chiacchierata con Massimo Ciuffreda, che mi ha illustrato la visione di progetto (quindi qualcosa che ha meno a che fare con l'ambito tecnico) di wiMAN. Devo dire che uso già wiMAN al lavoro e ne sono abbastanza soddisfatto, quindi non solo ho apprezzato in passato l'open source utilizzato dal progetto, ma effettivamente ho anche goduto a vedere che tutto funziona come dovrebbe e senza procedimenti astrusi, con un packaging notevole.

L'app di TIM Social invece l'ho vista poco, per il semplice motivo che non utilizzo TIM come operatore, ma mi è sembrata carina l'idea di integrare l'aspetto multimediale e l'aspetto social-life in un polpettone abbastanza digeribile dagli utenti, che spero la useranno. [È un messaggio subliminale: se siete clienti TIM, usatela!]
Conclusione? Niente conclusione: la cena era bòna, l'aperitivo pure, e mi sono fatto una serata a parlare di nerdate persino con Amarituda. Daje. :)
14 Jul 2013
Sommare la mia pigrizia alla mia smemoratezza fa sì che io abbia almeno cinque account Eventbrite di cui non ricordo più la password.
L'ho appena scritto su Facebook, ed è vero: un account per ogni indirizzo email minimamente controllato che possiedo. Questo perché mi scoccio a fare il recupero password, addirittura più che a mettermi lì per fare un nuovo account. È una cosa che non so spiegare, un fenomeno che avviene regolarmente da mesi e mesi, e che credo sia radicato in tutti gli individui che come me si scocciano fondamentalmente di ogni cosa entro trenta secondi (a parte giocare a Minecraft o qualche altro time-waster).

Perciò mi sono detto, chissà quanta gente c'è in giro che ha fatto un sacco di account di cui manco si ricorda più. Tipo, io Eventbrite me lo ricordo solo per newsletter (ne ricevo ovviamente X al mese, dove X è pari al numero di mailbox, e quindi account di cui sopra). Sono convinto oltremodo, che senza quelle newsletter sarei ancora lì a chiedermi come diavolo sia possibile che qualcuno abbia già preso il mio indirizzo email. Non arriverei nemmeno al fatto di capire che mi sono già registrato. E anche in caso lo capissi, sbufferei troppo per un reset della password.
Photo courtesy of Victor Bayon
08 Jul 2013
Senza alcuna vena polemica: iOS sta rincorrendo Android, tenendosi al passo con alcune caratteristiche estetiche ormai imprescindibili, e anche con parecchie feature a livello di sistema. Stamattina infatti abbiamo visto come iOS stia raggiungendo i livelli di Android anche per quanto riguarda la dettatura vocale offline. Quello che appare abbastanza chiaro è come in passato Apple abbia combattuto in termini legali questo tipo di innovazione, mentre adesso si sia posta in un'ottica molto più amichevole, cioè nella scia del principale competitor, integrando quello che manca e rafforzando la caratterizzazione del prodotto.

Ne avevo già parlato tempo fa, in occasione dello scorso Google I/O: la capacità di Google di caratterizzare feature ed integrarle in maniera così buona era un punto vincente della strategia open di Android, rendendo di fatto l'asset principale di Google proprio questo processo software così identitario e ben distinguibile. Apple ha cominciato a fare la stessa cosa da qualche tempo, e non vedo assolutamente motivi per essere contrariato: rispondendo a questa logica, rifiutando l'approccio "legacy", old-style, delle vie legali per difendere brevetti che dovrebbero tutelare delle proprietà intellettuali così assolutamente ridicole da essere di fatto di pubblico dominio, la stessa Apple si affianca ad un processo non open in senso stretto, ma sicuramente molto più coopetitivo nei confronti della concorrenza.
Quello che emerge, quindi, è una situazione win-win per l'utente finale, che ha solo l'imbarazzo della scelta all'interno di un panorama lanciato in una corsa disperata all'innovazione, dove le prestazioni aumentano e le caratteristiche anche, di pari grado. Questo è interessante perché, nonostante un approccio del genere sia parecchio perfettibile, quello che ne esce vincente è il consumatore.
Open (non strettamente "source", né "innovation") significa anche saper sorridere a certe cose, e mettersi sotto per cercare di migliorarsi invece che tentare di difendere il vecchio e stantio in un'aula di tribunale. Certo, c'è sempre l'NSA di mezzo in qualsiasi cosa facciamo, ma almeno sulle feature siamo quelli che vincono. E questa mi sembra un'ottima cosa, no? ;)
03 Jul 2013
Tutti sanno quanto io ami Google Chrome. Non c'è storia: la sincronizzazione dei preferiti e di tutti i miei dati attraverso ogni mio dispositivo lo rende un browser perfetto per le mie esigenze, sia sulla scrivania che in mobilità. Eppure Jacopo Romei, che ho avuto la fortuna e l'onore di conoscere qualche settimana fa, a colloquio con Silvio ha detto una cosa bellissima:
Io temo i cosiddetti feedback positivi, quelli per cui l’effetto rafforza la causa. Se a un certo punto tutti navighiamo con Chrome e i siti web registrano questo, allora gli sviluppatori ottimizzeranno i siti quasi esclusivamente per Chrome e questo ci porterà ad avere un nuovo Internet Explorer, un monopolista del mercato che bloccherà l’innovazione.

È un po' con questo spirito che tengo installati entrambi i browser sulle mie macchine. C'è da dire però che negli ultimi anni il mio uso di Firefox è calato drasticamente: in pratica, lo uso solo per testare le webapp che sviluppo ogni tanto, qualche tema WordPress (tipo quelli che vedete sul mio GitHub), niente di più.
Dovremmo usare Firefox. Dovrei. E dovreste, anche voi.
Photo courtesy of Tambako The Jaguar
12 Jun 2013
Stasera aspettando che un amico si unisse alla sessione di D&D giocata su Google Hangout, ho letto un interessantissimo post di Merlinox sulla forza di Twitter e, beh, un po' di collaterali che fanno pensare.
Melius deficere quam abundare, dice Merlinox, che però in sintesi vede Twitter abbandonarsi alla vipperia e ad alcune cose che importate da altri modelli stanno secondo lui rovinando il modello di networking su cui si basa la piattaforma. Il post è vecchio, banalmente: è del 2011, riportato su da lui stesso come caveat per l'introduzione da parte di Facebook degli hashtag, ma mi offre uno spunto di riflessione mica male.
È vero infatti che il principio KISS sta alla base di Twitter e del suo successo, ma dal 2011 sono cambiate un paio di cosette che rendono addirittura quel KISS insufficiente. Da un paragrafo stesso di Merlinox infatti, riporto alla lettera:
Una deficienza sopperita dalla sua nativa propensione all’apertura: sono migliaia i servizi che si basano sul login di Twitter, e successiva divulgazione, per offrire dalla chat a messaggi estesi, allo stream, alle foto. API semplici che consentono agli sviluppatori di integrare i loro sistemi in poche righe di programmazione. Un successo: tecnologicamente e geekamente un successo.

Era così nel 2011. Adesso purtroppo le cose sono cambiate in molto peggio: Twitter ha creato una nuova API, limitando le possibilità agli sviluppatori (paganti e non, gestendo il proprio business sostanzialmente in maniera sbagliata: non ho mai sopportato i token ristretti), e pur rimanendo un fornitore di codice e toolkit non indifferente adesso ostacola sviluppatori che creano valore rispetto a contenuti prodotti da utenti che possono restituire "ROI" in un certo senso sia a Twitter che ad altri - un esempio su tutti, il caso di Tweetbot per Mac, client stupendo tagliato fuori per banali token terminati.
Il succo del discorso quale è? È che ci troviamo palesemente davanti al fallimento del melius deficere perché quello di cui parla Merlinox non c'è più. La compensazione naturale tra codice, API, e semplicità delle stesse, dell'interfaccia e del contenuto, è venuta a mancare, col tempo, e alcuni sentono questa mancanza come opprimente.
Ha senso quindi adottare una metodologia di sviluppo di un servizio del genere, in stile less is more, come unico criterio? Oppure dobbiamo farci il nostro diagrammino, e sviluppare qualcosa (anche un chipset, non crediate) e bilanciare la mancanza di qualcosa con l'abbondanza di qualcos'altro? È meglio quindi deficere in qualcosa, ma deficere bene, deficere per una scelta, e fornire dei pro perché quella scelta non rappresenti necessariamente un contro.
Ed è proprio per questo che a marzo parlavo di nuove backbone, paragonando Google+ e altre soluzioni come App.net, che da questo punto di vista mi piace parecchio.
Photo courtesy of Coletivo Mambembe