GitHub Pages e Jekyll hanno un’immensa dipendenza da Git che a volte può risultare scomoda, se non altro perché siamo in mobilità e non abbiamo un client Git sul tablet, o magari semplicemente siamo un computer non nostro, vogliamo scrivere un post al volo e non possiamo perché dovremmo clonare il progetto e quant’altro. Prose.io colma questo divario in maniera più che sufficiente, al netto di qualche incomprensione con i browser su dispositivi mobili.
Così, anche con Jekyll, il blogging torna a portata di sessione privata di Firefox, ovunque.
Internet, computer e smart cosi non significano solo evoluzione tecnologica, ma anche evoluzione del linguaggio: con l’avvento di tutto quello che c’è stato dopo UTF8 infatti, abbiamo cominciato a usare sempre di più le emoji, nate in Giappone “perché i giapponesi stanno sempre avanti”, come ricorda sempre il mio amico Andrea Raimondi.
Matt Haber, sul New York Times, ne parla in questi termini:
A specter is haunting our communications: the specter of emoji. Right now, it’s likely that someone you know is texting a thumbs-up image to confirm a meeting, or maybe sending off a friendly ghost emoji to say “boo” to a friend.
Yet the little guys (and gals, and farm animals, and foodstuffs) aren’t without controversy. Word-centric fuddy-duddies see the decline of literacy reflected in their heart-shaped eyes, while guardians of decorum lament the spread of greasy kid stuff dripping from the characters’ snail trails.
Given their resemblance to the stickers that adorn the notebooks of schoolgirls, not to mention their widespread adoption as the lingua franca of tweens and teens everywhere, some people wonder whether grown men should be using them at all.
È un articolo molto interessante: vi consiglio di leggerlo, anche e persino trattandosi di questioni di lana caprina. Dopo tutto, Internet è costruita per farci comunicare. L’altro motivo per cui questo scritto ha suscitato la mia attenzione, è che ho visto di sfuggita che pur parlando di quello che a tutti gli effetti è un tema riguardante la tecnologia (circa), è stato categorizzato come di costume e società.
P.S.: Parlo delle emoji al femminile, perché per me sono prima di tutto “faccine” :-D
Curioso trovare Microsoft su un blog come il mio, che tratta soprattutto di “nerdate e Open Source”, vero? ;-) Eppure.
La scorsa settimana sono stato anch’io come Nicola Iarocci all’Azure Open Day di Microsoft, ma purtroppo a casa dei ritmi serrati di questi giorni non ho potuto mettere per iscritto nemmeno uno stralcio delle impressioni che ho avuto prima, dopo e soprattutto durante l’evento. Recupero in corner citando almeno il post di Nicola sul blog di Microsoft stessa:
Una cosa che balza all’occhio nell’offerta Azure; la ricchezza di supporto per i tool non-Microsoft, in particolar modo per quelli open source: git, Linux e quant’altro. Certo, col senno di poi, non c’è nulla di strano vista la rivoluzione che sta avvenendo col .NET Framework, cuore pulsante delle tecnologie Microsoft. Eppure ancora oggi non faccio che ripetermi: chi l’avrebbe detto solo un paio d’anni fa che avremmo visto Linux girare su una piattaforma Microsoft? E che dire della release non solo Open Source, ma addirittura multi piattaforma del prossimo .NET Core, di ASP.NET 5 e di tutto il resto che, c’è da scommetterci, arriverà poi?
Microsoft vuole essere ovunque, e ha capito che questo obiettivo non può essere raggiunto rimanendo focalizzata unicamente sulle tecnologie proprietarie né tantomeno costringendo gli sviluppatori su una piattaforma chiusa e limitata a Windows. Poteva arrivarci prima e certo ha ben corso il rischio di perdere il treno, ma a quanto pare ora siamo sulla giusta strada e l’intenzione di percorrerla a spron battuto.
In realtà ho in canna un commentario molto più ampio sulla strategia open di Microsoft, se non altro perché quello che tanti fanno a parole, Microsoft lo mette a terra coi fatti arrivando ad essere quasi un gigante dell’Open Source nella sua totalità, scrivendo un sacco di codice non solo per le sue piattaforme ma foraggiando quello che a conti fatti è parte del suo core business e permettendo a tutte le persone di eseguire ogni possibile alternativa sulla piattaforma che offre.
Il mondo sta cambiando. Microsoft sta cambiando. Ne vedremo delle belle.
P.S.: purtroppo non ho tempo di scrivere un post veramente strutturato e fatto bene sull’operato OSS di Microsoft al momento, vorrei farlo quando prima, nel frattempo mi scuso :-(
Sorprendentemente, gli sviluppatori di XFCE ce l’hanno fatta: XFCE 4.12 vive!… e porta con sé una serie di miglioramenti notevoli, più che altro legati alla modernità della piattaforma, troppo spesso ormai desueta per quanto concerne le versioni passate:
This long period can only be explained by how awesome Xfce 4.10 was. But as all things, it needed some refreshing - and for that we saw lots of new contributors providing valuable feedback, features and bugfixes. As always, Xfce follows its steady pace of evolution without revolution that seems to match our users’ needs.
Ognuno di noi avrà sicuramente la caratteristica a cui si sente più legato per quanto riguarda questo rilascio: io personalmente muoio dalla voglia di provare il tema HiDPI per quanto riguarda il window manager (XFWM), ed è inutile dire che sto già approntando una macchina virtuale sul mio laptop dotato di monitor QHD su cui installare Xubuntu e XFCE 4.12 da PPA.
21 Feb 2015

Andrea Raimondi sul suo wall di Facebook ha appena pubblicato un pensiero che mi permetto di riprendere senza averlo avvisato prima:
Inutile e sbagliata la narrazione che cerca di fare uscire gli opendata dalla cerchia dei tecnici.
Primo, se questi non sono stati in grado fino ad ora di soddisfare gli obbiettivi che si sono dati, non si vede la ragione per la quale la situazione dovrebbe cambiare una volta coinvolti i cittadini.
Secondo, se i cittadini davvero fossero questo elemento magico di cambiamento, allora non si vede quale sia il vantaggio di avere dei “tecnici” a disposizione.
Un “tecnico”, o meglio un professionista, non deve chiedere partecipazione sul piatto, deve fare ricerca, studiare e disegnare open business models validi, riusabili, e socialmente sostenibili. Per trasformare l’idea di cambiamento che il movimento tanto sostiene in tante opportunità reali di sviluppo.
Allega anche un link ad un post interessantissimo di David Eaves, The dangerous mystique of the “open data” business:
The danger with putting the words “open data” before the word “business” is that it risks making people think Open Data businesses are somehow unique. They are not. If there is a gapping chasm between the question of “what can I do with software” and “how can I create a viable software company” there is an equally large gap between “what can I do with open data” and “how can I create a viable company using open data.” And the questions you need to ask yourself to figure out that latter question (many of which are nicely laid out in this book) are independent of whether it is a software, hardware, crafts or open data business.
Indeed open source software space gives us a nice analogy. I suspect few people decide to create an open source software company – they decide to create a company and the software license is a reflection of their strategic options. I think it is the same with open data. You don’t start a company saying “let’s use open data.” You start a company to solve a problem, of which using or publishing open data may be the only, or the most strategic, way of doing this.
Tutto questo è interessante, perché si pone nel mezzo della ormai annosa diatriba tra i tecnici dell’ecosistema dei dati (aperti e non), e gli storyteller che provano affannosamente a volte a racimolare materiale per un racconto decente. Io sono abbastanza d’accordo con quanto detto sopra, perché a prescindere dalla mia passione per l’apertura del codice, e l’apertura dei dati al pubblico per una fruizione sia attiva che passiva, quello che emerge è che per chi ha il compito morale e materiale di raccontare una storia, a volte l’aspetto “open” risulta essere un fine, e non un mezzo.
Sforzarsi di girare il calzino e osservare le cose dalla prospettiva opposta, cioè quella corretta orientata al risultato finale, può essere per chi vuole far filosofia di tutto questo (non business, badiamo bene) un esercizio stimolante e costruttivo.
Io, dal canto mio, ringrazio Andrea per aver spezzato una lancia a favore di chi dai dati vuole tirarci fuori risultati veri.
Photo courtesy of Open Data Institute Knowledge for Everyone
P.S.: dimenticavo. Buon Open Data Day a tutti :-)