31 Dec 2025
L’altra sera mi hanno chiesto, se dovessi identificare con una parola il 2026, quale sarebbe. Ho risposto “ròta”. Per chi non conoscesse il significato di questa espressione romana, ce lo spiega il mio LLM di fiducia:
“Stare a ròta” nel senso di essere dipendente da qualcosa - tipo “sto a ròta co’ le sigarette” o “sto a ròta col caffè”. È quella condizione in cui sei completamente in balia di una sostanza, un’abitudine, un vizio - praticamente non riesci più a farne a meno.
L’immagine della ruota qui prende un altro senso: sei incastrato dentro, ci giri attorno, non riesci a uscirne. Come un criceto nella ruota che continua a correre senza mai fermarsi. La dipendenza ti tiene “agganciato” e continui a girare nello stesso circolo vizioso.
Si usa per qualsiasi tipo di dipendenza:
- “Sto a ròta con le cannette” (sigarette)
- “Sto a ròta co’ sta serie TV” (ok, questo è più innocuo)
- “Sto a ròta col gioco” (gambling)
Insomma, quando una cosa ti ha proprio in pugno e non riesci a mollare. Una bella espressione cruda e diretta, molto romana nello stile!
A prescindere dal linguaggio artefatto tipico degli LLM, spero si sia capito. Ovviamente non intendevo quel tipo di dipendenza (per quanto io stia effettivamente a ròta col caffè), quanto più uno stare a ròta in generale con la mia vita di quest’ultimo anno. Perché, come da titolo, è stato un anno enorme: di maturazione, di compimento, di sconfitte, di vittorie.
Principal Engineer e oltre
Ormai sono un paio di anni che ricopro il ruolo di Principal Engineer in SUSE, e se all’inizio possiamo dire che questa cosa fosse partita come uno scherzo, quest’anno è stato decisamente il momento in cui ho dovuto far vedere di che pasta ero fatto. Sono stati momenti difficili, soprattutto perché a volte sono dovuto “uscire dal personaggio” (se così vogliamo identificare l’archetipo di sviluppatore che mi sono creato e che ricopro, a me piace pensare, con discreto successo). Nonostante le peripezie che mi hanno portato a questo ruolo non sono mai stato una persona che si impunta e che pone delle condizioni non negoziabili: quest’anno l’ho dovuto fare per la prima volta, e se non avessi fatto abbastanza psicoterapia e non avessi avuto intorno persone supportive dubito che ce l’avrei fatta.
Purtroppo tra l’altro è una delle rarissime volte in cui non posso dire a cosa sto lavorando, e di questa cosa mi rode tantissimo. Sto però lavorando a un bel progetto, e mi sento fortunato non solo per i risultati che stiamo raggiungendo, ma anche per il team con cui ho la fortuna di lavorare. Se state leggendo queste parole: Andrea, Sam, Kyle, sono orgoglioso di essere in questo tunnel a scavare insieme a voi. :-D
Oltre questo, ho partecipato alla openSUSE Conference 2025 come speaker, parlando di SchedKit che è il mio progettino satellite su sched_ext e OCI. Ci sono ovviamente ancora un gazilione di cose da sistemare, ma sono veramente contento di averlo portato a una conferenza del genere e che la risposta del pubblico non sia stata “ma che sei scemo”.
Distrobox
Al di fuori dell’ecosistema lavorativo, quest’anno ho iniziato a dare una mano a Luca con Distrobox. Essendo uno dei software che uso di più, per me è stato un onore potergli dare un aiutino nel chiudere qualche issue aperta e gestire le ultime release. Abbiamo un sacco di roba che bolle in pentola, ma purtroppo, per via di cause di forza maggiore è tutto rimandato a inizio 2026.
Il fatto che grazie a questo il mio nome sia nero su bianco su LWN mi ha fatto quasi svenire.
Cauldron, tra il debutto e la chiusura di Pocket
Tra le cose che mi hanno tenuto impegnato quest’anno c’è stato anche Cauldron: la piccolissima applicazione per il desktop Linux che avevo iniziato a sviluppare tempo fa è andata molto bene per un periodo sul Flathub, dopodiché Pocket ha deciso di chiudere i battenti. Essendo Cauldron un client solo per Pocket, questa per me è stata una bella battuta d’arresto anche perché avendo usato Pocket per almeno una decina di anni ho dovuto prima trovare un degno sostituto.
Quando ho identificato quel sostituto in Instapaper, ci ho messo comunque un sacco di tempo per riscrivere tutta la parte di interazione con il servizio per trasformare Cauldron in un client per Instapaper. Sono contento di averlo fatto: adesso posso leggere i miei articoli di Instapaper anche sul mio laptop, ma soprattutto il lavoro che la community di GNOME ha fatto l’anno scorso non è andato sprecato.
Io e Agnese ci siamo sposati
Quando menzionavo le cause di forza maggiore ero serio, e per fortuna erano cause belle e non cause brutte: quest’anno io e Agnese siamo diventati marito e moglie. Abbiamo deciso di fare una cerimonia intima, con pochissimi amici e pochissimi parenti, scegliendo una a una le persone da coinvolgere, nel posto che più ci rappresenta e che significa tantissimo per noi, ovvero il comune di Cetona con la sua splendida piazza (e la sua ancora più splendida chiesa sconsacrata).
Molte delle persone coinvolte tra cui Francesco che ci ha fatto da celebrante, hanno tenuto dei discorsi che ci hanno fatto versare tutte le lacrime che avevamo in serbo (e anche in croato, heh) per quel giorno. Io dal canto mio, su questa paginetta che non può in nessun modo contenere adeguatamente questo tipo di sentimenti, voglio riportare il contenuto del mio:
Agnese, amore mio. Un gigante del pensiero italiano, che è incidentalmente lo stesso che ha officiato il nostro matrimonio, una volta mi ha detto che amore non è il guizzo di un momento, ma amore è scegliersi consciamente ogni giorno. E oggi a te voglio dire che secondo queste premesse, questa giornata che da fuori appare così speciale per me non è che un giorno come un altro. Così come spero che scorra la nostra vita insieme.
Non sono molto contento di come l’ho esposto in quell’occasione, ed è molto corto, ma l’emozione ha prevalso, mi dovete capire. La felicità è ed è stata tantissima, non solo rispetto al fatto di esserci sposati, ma rispetto al fatto di averlo fatto come piaceva a noi, come volevamo noi fin nell’ultimo dettaglio, a tratti in maniera stravagante, ma di essere comunque stati compresi da chi avevamo intorno.
Voglio ringraziare mia moglie (!) per non avermi mandato a quel paese fino a questo momento (anche se c’è sempre tempo), ma anche tutte le persone, invitate o no, che si sono prese cinque minuti per parlare, per scriverci, per telefonarci, per mandarci regali, per le loro parole di gioia che hanno celebrato il coraggio, la sincerità e l’amore.
Voglio ringraziare il fato e qualsiasi altra entità superiore esistente per averci regalato un tempo meraviglioso quel giorno e voglio fare i complimenti alla nostra coppia per aver regalato a noi stessi e a chi ci sta intorno un meraviglioso inizio delle feste natalizie e allo stesso tempo uno splendido finale di anno.
Spero che sia per noi che per voi che leggete questo post, il 2026 sia un anno di “stare a ròta” in generale con una vita piena di bellezza.

08 Dec 2025
Come di consueto, anche quest’anno nella comunità di openSUSE si è tenuta la openSUSE Hack Week. Sono ormai un po’ di anni che partecipo, ma in particolare quest’anno le cose con cui ci siamo (e in particolare mi sono, lol) sporcato le mani sono succose e fichissime, quindi volevo scriverne un pochettino a mo’ di appunti sparsi.
Distrobox in Go
Il progetto principale in cui mi sono cimentato insieme a un gruppo di amici (Emanuele De Cupis, Fabrizio Sestito, e Luca Di Maio stesso) è stato quello di tentare di riscrivere Distrobox in Go. Non proprio la cosa più banale del mondo, ma soprattutto devo dire che in una settimana abbiamo raggiunto uno stato di cui siamo soddisfatti e che penso condivideremo pubblicamente a breve. Allo stato attuale la prossima incarnazione di Distrobox consente di:
- Creare delle distrobox esattamente come la vecchia versione;
- Entrare nei container che sono stati creati;
- Rimuovere le distrobox;
- Più o meno tutto quello che faceva il comando
assemble.
Mancano ancora un po’ di cose, tra cui lo stop dei container e la creazione di container effimeri (aka distrobox-ephemeral), ma allo stato attuale possiamo quantomeno usare la nuova versione per fare un po’ di dogfooding, il che alla fine di una settimana di lavori piuttosto intensi e pull request agli orari più assurdi è sicuramente un risultato incoraggiante (a dir poco).
La riscrittura ci ha permesso di portare (o quantomeno cominciare a portare) Distrobox un passo avanti, ottenendo dei benefit che con la vecchia implementazione erano assolutamente impossibili anche solo da pensare:
- Un sacco di leggibilità in più per quanto riguarda il codice, il che significa anche si spera una manutenzione più agevole;
- Un’architettura migliore che divide l’implementazione della CLI dall’implementazione sottostante dei comandi, il che permetterà in futuro di usare Distrobox anche come libreria all’interno di altri programmi (sbizzarritevi!);
- Moltissimo testing in più, sia unitario che di integrazione.
La cosa che mi ha lasciato stupefatto, durante l’Hack Week, è che addirittura questo non sia stato l’unico output.
Packaging di Lima per openSUSE
Tempo fa mi ero messo a impacchettare Lima per openSUSE. In caso non sapeste cos’è Lima, è progetto CNCF che si occupa di creare un manager di macchine virtuali che sia, per dirla in breve, un po’ più moderno del classico VirtualBox. Ha funzionato sui miei sistemi, ma non mi sono mai preso la briga di portare il pacchetto dentro di repository ufficiali di openSUSE perché pensavo che in fin dei conti non sarebbe stato utile a nessuno.
Visto che Flavio con il suo progetto aveva bisogno di un ambiente di test e ha trovato il mio pacchetto che girava per OBS (smentendomi, di fatto), e visto che si è messo anche lui di buzzo buono ad aggiornare il mio packaging iniziale, ho pensato che uno sforzo del genere non dovesse andare buttato. Il tempo di affrontare la burocrazia necessaria (ovvero un paio di submission request) e lima dovrebbe comparire all’interno dei repository di openSUSE Tumbleweed.
Lychee 0.22.0 in openSUSE Tumbleweed
In coda alla hackweek, è anche uscita la nuova versione di Lychee, di cui mantengo il pacchetto. Mi sono quindi occupato abbastanza velocemente di aggiornarlo, patcharlo (con un paio di colorite, ehm, osservazioni), e fare la mia bella submission request.
È stata una Hack Week particolarmente movimentata, quest’anno. Spero che i risultati siano utili a quante più persone possibile, e spero che questo sia solo un finale d’anno che faccia da firestarter per il 2026 :-)
19 Oct 2025
Sono stato tirato in ballo da Marco durante uno dei suoi ultimi scritti perché mi ha fatto fare (con mio sommo piacere) da beta reader, e durante la lettura gli ho attaccato una pippa così possente che ha deciso di taggarmi direttamente.
Vado quindi con questa mia (lol) a rispondere a un paio di punti che mi hanno davvero stuzzicato, specialmente riguardo il perché facciamo quello che facciamo, anche perché mi ha particolarmente colpito l’atteggiamente a tratti simile a tratti profondamente diverso con cui ci approcciamo a determinate gesta, soprattutto tecnologiche.
Un punto riguarda i side project. Quello che mi è sempre capitato di pensare soprattutto dopo un certo punto è che è vero che i side project sono qualcosa che nella maggior parte dei casi va a morire, ma soprattutto quando vengono integrati in una prospettiva e in un ecosistema più ampi è molto più difficile che diventino solo un rinnovo automatico sulla carta di credito. Per questo motivo dopo parecchi progetti condotti in questo modo ho deciso in realtà di sfruttare il mio tempo libero in un modo che almeno a me fa divertire di più: progetti relativamente grandi, open source, possibilmente con una bella prospettiva di adozione futura o con una grossissima storia che ne possa assicurare quantomeno la sopravvivenza “nell’etere” (ovvero nell’Internet, in qualche modo).
Questo perché spero che dopo la mia morte, al posto di un’impronta effimera, il mio nome possa sopravvivere almeno in una manciata di commit di git sparsi in giro, oltre che in una serie di git blame per cui io possa venire maledetto oltre che ricordato. Ovviamente, più è grosso il progetto e meglio è. Addirittura l’anno prossimo vorrei mandare un paio di patch al kernel di Linux, ovviamente per aggiustare un paio di cose storte ma soprattutto per “personal heritage”.
Lo so, è un motivo piuttosto stupido, ma a me piace. C’è chi scolpisce le statue, chi coltiva un orto, io faccio i git commit.
L’altro punto riguarda proprio l’approccio al lavoro, che nel caso di Marco è più sano, nel mio caso invece conduce al burnout più totale :-D
Nello specifico, a me piace molto quello che faccio e ancora più nello specifico il fatto che una parte del mio lavoro vada a impattare su (appunto) dei progetti open source (ancora). Sicuramente capiterà che io debba lavorare in maniera diversa proprio perché nulla è eterno, e quel giorno probabilmente mi approccerò al mestiere in una maniera meno appassionata. Mi è già successo e sono sicuro che risuccederà. Ad oggi però vale quanto sopra.
Queste cose mi fanno andare avanti nonostante l’industria ormai sia il nonsense più totale. Nonostante il nostro sia ormai un white collar job fatto e finito, sapere di contribuire giorno dopo giorno a qualcosa che uso e che in minimissima parte non è utile solo a ingrassare qualche fondo d’investimento mi risolleva il morale almeno un po’.
“E questo spesso basta.” [cit.]
12 Aug 2025
Qualche giorno fa Gianguido stava cercando di convincermi a comprare un MNT Reform, e nello specifico stavamo parlando della distribuzione Debian-based che gli sviluppatori fanno girare su questo dispositivo. Siamo finiti a parlare del suo workflow, del fatto che a lui piace molto Helix; sta cercando di portare anche me in questa setta, ma (finora) con scarsi risultati.
Parla che ti riparla è venuto fuori che Helix non è nei repository di Debian, e il mio amichetto ha detto quasi tra sé e sé: “Probabilmente basterebbe scaricare il sorgente e lanciare cargo deb”. Per quanto questo sia vero, ho ovviamente pensato subito a un’altra cosa che potevamo fare.
Quello che ho pensato io è stato infatti, so per certo che OBS (Open Build Service) può costruire pacchetti per qualsiasi distribuzione, vuoi vedere che non riusciamo a tirare fuori qualcosa per avere un repository Debian “in full effect” da cui installare Helix?
Così mi sono messo a smacchinare e da oggi è possibile avere Helix su Debian senza grossi sforzi usando il nostro repository che ho prontamente chiamato Helix for Debian. Usarlo su Debian 13, che è uscita qualche giorno fa e che era il mio target primario, è molto semplice:
echo "deb [signed-by=/etc/apt/keyrings/alessio.biancalana-obs.gpg] https://download.opensuse.org/repositories/home:/alessio.biancalana:/helix-debian/Debian_13/ ./" | sudo tee -a /etc/apt/sources.list.d/helix-debian.list
wget -O alessio.biancalana-obs.gpg https://build.opensuse.org/projects/home:alessio.biancalana/signing_keys/download\?kind\=gpg
sudo cp alessio.biancalana-obs.gpg /etc/apt/keyrings/alessio.biancalana-obs.gpg
Con queste tre righe di shell dovreste aver aggiunto il repository e configurato la verifica dei pacchetti tramite GPG.
A questo punto basta usarlo normalmente:
sudo apt update
sudo apt install helix
In teoria dovrei aver abilitato la compilazione dei pacchetti anche per Testing e Sid, quindi di fatto al posto di Debian_13 è possibile utilizzare Debian_Testing o Debian_Unstable a seconda dei casi e tutto dovrebbe comunque funzionare.
Ci ho messo un po’ più del dovuto semplicemente perché in vita mia non avevo mai fatto un pacchetto per Debian o derivate, quindi ho dovuto imparare una tonnellata di roba nuova, ma a parte qualche colorita bestemmia principalmente dovuta all’approccio che ha Debian verso i programmi scritti in Rust è stato molto divertente.
E buon divertimento con l’ultima versione di Helix sulla vostra Debian :-)

03 Aug 2025
È parecchio che non scrivo del mio setup, che negli anni è cambiato molto poco: sul mio computer fisso ho voluto passare ad Hyprland perché è l’unica “cosa tiling” che funziona relativamente bene su GPU Nvidia, e sul portatile aziendale sto semplicemente usando Aeon da parecchio tempo cercando di non farmi prendere troppe fisime.
Sul laptop invece la rice è identica a quella che mostrai parecchio tempo fa, con qualche minuscola variazione semplicemente perché nel frattempo GDM è diventato capace di lanciare una sessione Wayland senza sbroccare.


Ma non è di questo che voglio parlare, quanto del laptop, che non è più un X1 Extreme: alla fine qualche anno fa io che amo i form factor un po’ strani mi sono lasciato sedurre dal Thinkpad x270 di Carmine, e gli ho chiesto dove lo avesse preso. In realtà la conversazione è stata ben più lunga e articolata, durante la quale Carmine mi ha anche introdotto a un sito che all’epoca li vendeva come il pane, già modifcati e massimizzati con 16 GB di RAM e 512 GB di disco SSD, una goduria per le mie orecchie in quel momento. L’X1 Extreme infatti oltre ad essere un po’ pesante non aveva quel feeling di una macchina “pocket”: credevo che passare a un 15 pollici e spicci non mi avrebbe fatto quell’effetto, e invece…

… e invece ordine fatto d’impulso, e una settimanella dopo mi è arrivato questo gioiellino, che da tre anni è il mio unico portatile personale. 300 euro e è passata la paura. Ora inizia a mostrare un po’ i segni del tempo, ma devo dire che per essere una macchina ricondizionata che ho pagato pochissimo è stato veramente un grande affare. Ho avuto un paio di cosette da sistemare ma devo dire che anche per me che sono super pigro è bastato smontarlo e sapere dove guardare.
Il feeling è veramente quello di un “cyberdeck”, di una macchinina piccola non eccessivamente potente che però tutto sommato fa il suo: alla fine riesco a farci girare progetti anche di lavoro con relativa facilità, e sono tre anni che questo computer mi accompagna in tutte le occasioni importanti (namely: openSUSE Conference, openSUSE Asia Summit, FOSDEM). A parte la durata della batteria un po’ risicata, specie quando è sotto sforzo, non ho mai avuto da ridire, anzi: sinceramente dato che il tempo passa inesorabile e iniziano anche i primi segni di cedimento (d’altronde tre anni sono sempre tre anni per un laptop che era già “di mezza età” quando l’ho comprato) sto cominciando a guardare delle alternative e con mio sommo disappunto a meno di non spendere un rene per non avere comunque tutte le cose che ha questo laptop (schermo IPS, 12 pollici, tastiera con una corsa stupenda, una CPU che non fa cagare, un sacco di RAM, un sacco di disco), non ne sto trovando affatto. Ero convinto di voler cambiare laptop qualche mese fa, e invece dopo una veloce ricerca di mercato ho capito che mi sa che il mio x270 continuerà a rimanere il mio laptop principale per ancora un bel po’ di tempo.
Da cui, appunto, il motivo di questo post.
Non me l’aspettavo quando l’ho comprato e infatti lo sto scrivendo tre anni dopo, ma l’x270 ha veramente scavato una nicchia incredibile nel mio cuore e nelle mie abitudini.