Quel momento di sano sclero tecnologico

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Scream

Ma quanto sono demente da uno a venticinquemila? Venticinquemiladuecento, ovvio. È il momento sclero tecnologico. Perché è il momento sclero tecnologico? Ma perché l’ho deciso io, e l’ho deciso perché ho appena perso sedici ziliardi di ore lavorative appresso a qualcosa che, nel momento del salvataggio, ha deciso di andarsene bellamente in camporella invece che nel mio hard disk. Come lacrime nella pioggia.

Background: con tutto il set del mastro ferraio aperto decido di lanciarmi in un aggiornamento suicida del PC tanto – ehi – che male può fare? Ebbene, Yum (questo, dico, il package manager) mi avvisa che nonostante io stia lavorando alacremente, lui aggiornerà comunque tutto il desktop environment, sia perché lui è programmato così, sia perché effettivamente è disponibile una nuova versione e sia mai che io mi perda le novità. Gli dico tranquillamente di aggiornare, tanto – yeah, che male possono fare quei 500 mega di aggiornamenti ad un computer che non è tanto sotto stress hardware, quanto sotto stress del sottoscritto che sta riducendo la tastiera a una poltiglia per lavoro?

Ok, aggiorna, aggiorno, perfetto. È qualche ora dopo che, immemore del mio aggiornamento perché, diamine, è andato tutto liscio, decido di salvare quello che ho prodotto senza farmi alcuna copia di backup – e ovviamente ecco che BAM, il desktop comincia a fare le grinze e accartocciarsi, lasciandomi con un pugno di mosche.

La quiete prima della tempesta.

Poi un sano urlo.

Vedi Calcare? Quando sei così demente da lanciare aggiornamenti random sulla tua macchina, manco il “salva ogni cinque minuti” t’aiuta più.

Photo courtesy of Kenny Louie

Firefox OS sta arrivando: ecco le specifiche del Geeksphone Revolution

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Firefox OS

Revolution, il nostro nuovo handset, sarà uno smartphone di fascia alta che con un processore Intel all’interno porterà possibilità uniche ai nostri clienti attuali e ne attirerà di nuovi. Tutto questo senza dimenticare che gli utenti finali potranno scegliere il sistema operativo che vogliono, il che rompe ancora un’altra barriera rispetto all’industria del mobile.

Niente male, Geeksphone. Sinceramente, non amo molto le CPU Intel per quanto riguarda l’ambito mobile, dato che faccio parte della prima ondata di utenti delusi dalle CPU Atom, poco potenti e capaci di scaldare quanto le fiamme dell’Averno. Nonostante questo, Geeksphone Revolution continua a sembrarmi un’alternativa ai tradizionali smartphone che merita quantomeno un chip per merito dell’idea.

Proprio oggi, peraltro, Geeksphone ha finalmente rivelato quali saranno i componenti fondamentali del Revolution:

  • CPU Intel Atom da 1.6GHz con tecnologia Hyper-Threading (!);
  • Monitor da 4.7 pollici IPS qHD;
  • Batteria da 2000 mAh (ma non saranno pochini?);
  • Fotocamera da 8 MegaPixel, HD-capable.

Sicuramente al limite (inferiore, chiaramente) per essere definito uno smartphone hi-end, ma è chiaro come con questo hardware possiamo finalmente permetterci di provare Firefox OS in situazioni con un hardware performante, e non in ristrettezza di risorse.

Come ho già detto, a me piace molto. La possibilità di scegliere il sistema operativo tra Android e Firefox OS sicuramente è un grosso plus, ma al sottoscritto non interessa più di tanto: sto per mettere le mani su un Nexus 5 (dovrò pur farmi il regalo di Natale no?), e mi permetterei il lusso di un Revolution solo per sviluppare applicazioni su Firefox OS, e per riservarmi una prova molto, molto approfondita del sistema operativo mobile di Mozilla, che attualmente tra i player emergenti per me è il migliore, nonostante gli sforzi di Ubuntu Touch per farsi notare.

Photo courtesy of Guillermo López

WordPress 3.8: considerazioni sull’upgrade

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Device

Allora: stamattina mi sono svegliato e ho aggiornato a WordPress 3.8; subito dopo ho notato nell’ordine le seguenti cose:

  1. L’interfaccia di amministrazione è cambiata, e quella nuova ci piace molto: tra i nuovi pulsanti simil-flat, l’estetica dell’editor, e la pulizia del generale del side pane mi sto trovando molto bene.
  2. La welcome page che introduce i nuovi cambiamenti presenta una quantità di dispositivi mobili usciti tra il 2012 e il 2013 impressionante: nella lista abbiamo un Lumia nonsocosa, svariati iPhone 5C, un iPhone 5S, un iPad, un Nexus 7 (2013) e un Nexus 5. Più altro, mi pare. Una panoramica la potete vedere in figura. Wow.
  3. Il nuovo tema, Twenty Fourteen, è mortalmente fico.

Molto molto bello, tutto quanto. Complimenti agli sviluppatori.

Il nuovo Trello per tablet Android

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Trello per Android

E così, Trello ha finalmente annunciato di aver messo degli sforzi concreti a frutto per tirare fuori un’applicazione per tablet Android decente al posto di quella schifezza per smartphone riscalata che avevamo a disposizione prima. Non che avessi qualcosa contro l’app di Trello eh, ma se su smartphone poteva andare bene una versione di Trello carente di qualche funzionalità, su tablet (che personalmente comincio a usare sin troppo per lavoro) era un pianto continuo.

La nuova versione presenta un paio di feature carine: innanzi tutto su tablet e smartphone supporta le nuove barre trasparenti di Android 4.4, visto che anche l’occhio vuole la sua parte; ma non solo: abbiamo infatti una meravigliosa overview della nostra board, con tutte le liste sott’occhio e la possibilità di operare “a tutto schermo”, che ci era negata nella versione precedente dove per spostarci da (esempio) To Do a Doing era necessario fare uno swipe.

In questo modo quindi (scontatamente) migliora l’usabilità e chi fa uso di Trello (come il sottoscritto ultimamente) non dovrà più tirare in ballo divinità varie per un motivo molto semplice: adesso sui tablet ogni elemento grafico è al suo posto, non ci sono sgorbi e l’interfaccia è stata ritoccata per essere veramente ben fatta.

Per ulteriori informazioni, installàtevela. È su Google Play.

E se Yahoo! comprasse Imgur?

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I got fed up with all the other image hosts out there so I made my own. It doesn’t force you to compress your images, and it has neat things like crop, resize, rotate, and compression from 10-100. It’s my gift to you. Let’s not see anymore imageshack/photobucket around here ;)

Con queste parole MrGrim (ovvero Alan Schaaf), su Reddit, lanciò un sacco di tempo fa Imgur, ovvero a detta sua un regalo (e lo è stato, davvero) per chi era stufo di vedersi costretto a usare altri siti di image hosting difficili da usare e invasivi nella user experience. È notizia di ieri che Yahoo! voglia acquistare l’ormai ultra popolare servizio di hosting di immagini, che nel tempo ha aumentato considerevolmente la propria base di utenti.

“Solo una coincidenza? Io non credo” – dice la mia anima complottista ben repressa e incelofanata: già Business Insider non ce la lascia intendere come un’acquisizione a basso costo per Yahoo! e la CEO Marissa Mayer, ma non solo: oltre i motivi strettamente finanziari per cui con le sue migliaia e migliaia (milioni?) di pagine viste al giorno sarebbe quantomeno non plausibile per Imgur chiudere bottega – e che i suoi boss cerchino di fare un’exit del genere – sicuramente Imgur per Yahoo! può diventare un ulteriore tassello all’interno del mosaico di storytelling di cui si sta circondando, a partire da Tumblr, pagato una cifra astronomica e che tutto sommato ancora prosegue sulle proprie gambe (nonostante i tagli al porno), per proseguire con Ptch oppure Rockmelt.

È chiaro che ci si prepara ad un salto di qualità che stiamo aspettando da mesi e mesi, l’occasione è ghiotta, Facebook e Google non sospettano niente (forse ;)) e sicuramente almeno a Mountain View, dal punto di vista dei narratori di storie, si trovano clamorosamente scoperti. Certo, c’è Google+, ma probabilmente con tutto l’arsenale che Yahoo! sta mettendo da parte, non basterà, esattamente come immagino che potrà tenere botta per poco il nuovo newsfeed di Facebook incentrato sui contenuti di rilievo.

Insomma: Imgur potrebbe essere una freccia di tutto rispetto nella faretra di Yahoo!, che potrebbe dover pagare parecchio, dato che i fondatori, gente di Reddit (mica cotiche), immagino che non venderebbero cara la pelle. Né avrebbero bisogno di farlo, visti i dati di Business Insider. Attendiamo.

Photo courtesy of marcusnelson

Geeksphone Revolution: Firefox OS arriva sui terminali high-end

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Geeksphone Revolution

E insomma, finalmente è arrivato il momento per Firefox OS di scalare sui dispositivi di fascia alta, rendendo ultrafelici noi poveri consumisti dell’occidente che abbiamo un occhio sin troppo critico verso il lato prestazionale di un dispositivo, non valutando invece tutto il resto dell’iter (a volte anche filosofico) che conduce magari determinati processi ad un certo risultato.

Geeksphone Revolution quindi è il nome di questo nuovo smartphone in lavorazione da parte di Geeksphone, che come al solito si pone un passo avanti a tutti e dimostra ancora una volta di avere le idee chiare rispetto al piano di Mozilla e di essere disposta ad investire un ammontare di risorse notevole sul progetto, ormai non più proprio in fase di kickstart.

Onestamente i precedenti (Keon, Peak) developer phone per Firefox OS non mi hanno fatto impazzire: purtroppo l’hardware limitato ne coerciva le capacità e sicuramente su un hardware più prestante Firefox OS potrà colpire sicuramente gli utenti, ma anche gli sviluppatori con qualcosa di magari più reattivo.

La cosa interessante di tutto questo è che i pazzi (secondo me eh :D) che hanno ordinato un Peak+ qualche mese fa, e che non è ancora stato spedito, potranno senza costi aggiuntivi fare lo switch direttamente al Revolution, che a questo punto sembra essere veramente una grossa scommessa sul piatto da parte di Geeksphone.

Vedremo qualche video review. E se mi convince… beh, non penserete mica che io sia così abominevole da lasciarlo tutto solo sullo scaffale?

La nuova Facebook chat

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lonely dog

Facebook mi ha “rollato” la nuova chat.

Considerazioni: nulla che non sia già stato detto. I cosetti verdi a lato che indicano da quale device sei disponibile sono illeggibili. I balloon nella finestra di conversazione sono orripilanti, troppo diversi dal resto della UI e troppo simili al form factor mobile.

Una menzione di (dis)onore la merita il design con gradiente annesso dei balloon di chat, assolutamente incoerente con le barre piatte di Facebook, che in un certo senso è stato un antesignano della moda del flat. Ma poi, voglio dire, se dovete fare i balloon con le stondature (quando tutto il resto è spigolosissimo…) almeno fateli pixel perfect. Non così, ché esiste un aggettivo solo per definire quegli angoli: brutti.

La foto che vedete in cima al post è la mia faccia: ma non potete ridarmi la versione precedente? Di solito odio chi fa questo tipo di richieste, ma questa volta è stato passato ogni limite: dopo una serie di aggiornamenti accettabili, *Facebook ha fatto del suo meglio per fare del suo peggio**. Notevole.

Photo courtesy of Heather Buckley

Yandex apre i propri DNS: piccolo test approfondito

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Proprio in questi giorni, ho visto che Yandex ha finalmente messo in stato di operatività il proprio DNS pubblico. Evidentemente l’operazione del colosso russo è un po’ la stessa di Google, anche se in scala minore (non intesa come worldwide) e – beh – anche dai risultati un po’ troppo deficitari per quello che a tutti gli effetti è uno dei motori di ricerca e provider di servizi di maggioranza da quelle parti.

Ho infatti voluto fare qualche test, tanto per fare, dato che nel frattempo seguivo Omar che spiegava un po’ di iOS, così ho attivato namebench, un pratico programmino in Python fatto da Google proprio per individuare i DNS migliori nella propria zona.

Gli IP dei server sono rispettivamente:

  • 77.88.8.1 per il server DNS primario;
  • 77.88.8.8 per il server DNS secondario.

Test tramite namebench

Il caso d’uso mi ha fornito la possibilità di documentarmi su namebench e usarlo: è un cosino carino, e per fare qualche analisi prestazionale sui DNS che ci interessano è probabilmente uno dei migliori software sulla faccia della terra. L’unico all’altezza, mi pare, avrei dovuto farlo girare tramite Wine (essenzialmente perché solo per Windows), quindi anche no.

Namebench mi ha dato qualche risultato interessante. Per esempio, dei bellissimi grafici fatti con Google Charts della reattività di alcuni popolari server DNS comparati a quelli di Yandex:

Yandex DNS response duration

Come vediamo, i DNS di Yandex in questo ambito arrivano praticamente ultimi. Se la cavano un po’ meglio guardando la distribution chart delle risposte, anche se chiaramente non c’è storia con i DNS di Google, tantomeno con quelli delle major principali con cui è stato fatto il confronto. Chiaramente con i DNS di Telecom il confronto viene impari, perché si trovano su territorio nazionale, mentre verso la Russia a me potrebbero essere state applicate delle limitazioni di servizio per quanto riguarda i miei pacchetti in entrata da loro (è normale, ogni provider lo fa).

Yandex DNS response distribution chart

Insomma, come mi aveva preannunciato il buon Dema su Twitter e come era emerso dai miei rapidi ping preliminari, poca roba di cui essere felici. Però è stato un bell’esperimento nerd.

http://twitter.com/dema/status/400217983970447360

Tra il mezzo e il fine – ovvero connettività, open data e tanto altro

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Simone Cicero qualche giorno fa mi ha portato a riflettere sulla questione open data, linkandomi un articolo piuttosto interessante, attraverso un tweet che ha scatenato qualche battuta anche da dei miei sodali quali Roberto Sambuco, Salvo Mizzi e Antonio Pavolini:

(Mi paro preventivamente: sono estratti di una conversazione leggermente più larga. Il resto lo trovate integralmente su Twitter)

Qualche giorno fa, ho letto questo virgolettato di Bill Gates su Business Insider, riferito a quella che ha tutta l’aria di essere (e lo è) una risposta a Mark Zuckerberg, che si professa quale azzeratore del digital divide, portando tutto questo ad essere un fine piuttosto che un mezzo:

Take this malaria vaccine, [this] weird thing that I’m thinking of,” Gates told Richard Waters of FT. “Hmm, which is more important, connectivity or malaria vaccine? If you think connectivity is the key thing, that’s great. I don’t.

Possiamo pensare che siano ordini di grandezza differenti, ma non lo sono. Abbiamo davanti, tutti i giorni, tutto il giorno, una serie di persone che difendono con tutte le loro forze un mezzo, senza dichiararne un fine specifico. Ovviamente per loro il fine è farsi entrare in tasca più soldi possibile, ma noi? Noi abbiamo una comunione d’intenti con questi individui, che spesso amministrano i mezzi che propongono? Ecco, ho pensato a un parallelismo tra la questione open data e il digital divide combattuto da Zuckerberg non a caso.

Spesso infatti si parla di open data (e di qualsiasi altra cosa simile) rinforzando l’argomento in sé e non il fine, se non quello della trasparenza, che è un baluardo a cui di solito le pubbliche amministrazioni si attaccano quando non sanno di cosa parlare in un ambito così tecnico. Tramite open data infatti possiamo realizzare tutta una serie di servizi in “stile” Internet of Things, che con la trasparenza c’entrano poco e niente, e se vogliamo si può anche sottrarre tutto il discorso dell’amministrazione pubblica per guardare il tutto da un punto di vista più ampio, quello tecnico/tecnologico dove ci sono macchine comunicanti tra di loro in formato JSON, che recentemente è stato proclamato standard ECMA, assolutamente interoperanti senza intervento umano. Carino no? È veramente un peccato che dal settore privato e dal settore pubblico continuino ad arrivarci dei CSV senza capo né coda, pieni di cose inutili che a nessuno interessano, mentre il fine di tutto questo sarebbe mettere innanzi tutto i developer dinanzi a risorse interessanti, e la cittadinanza di fronte a un’opera di disclosure mostruosamente potente, sfruttando un mezzo, ossia i famosi raw data.

Prendiamo in esame il secondo esempio: la connettività, l’individuo e il digital divide. Quello che alcuni sostengono è che la connettività in sé sia un bene, ma lo troviamo vero in ogni caso? È forse vero che come direbbe un matematico per ogni X esiste un risultato di questa funzione che è ottimo (non lo è mai, in reatà, ma parlando da matematici, approssimiamo…)? È vero, il digital divide oggi più che mai è un male. E stando fuori dalla questione della legittimità delle opinioni personali in alcuni casi, è in assoluto un male che un individuo venga coercito della libertà di esprimersi al mondo attraverso un doppino telefonico o una cella 3G, come avviene adesso per molti di noi. Il problema è che ci facciamo dire (e lo prendiamo per buono) che tutto questo ci è indispensabile da un tizio che fa una montagna di soldi coi nostri dati personali; io sono molto contento per questo tipo di persone, perché hanno tirato fuori un business praticamente dal nulla, ma accettare di far difendere un principio sostanzialmente per il fine sbagliato è il modo perfetto di prostituire un’idea. E andiamo, chiunque abbia anche solo qualche mese più di me lo sa: Internet senza l’NSA a stendere la mano con PRISM era davvero un posto diverso. Non sto dicendo che non ci fosse qualcosa, una parte di questo, già da prima: sto solo dicendo che anche le proteste, le suppliche e i discorsi hanno un fine. Predicare la fine del digital divide solo per poterci spiare meglio, con noi sotto applaudenti, è in definitiva la miglior forma di autoincaprettamento dell’individuo mai vista.

Esattamente come richiedere a gran voce dei CSV senza capo né coda è la miglior forma di autoincaprettamento di varie categorie: utenti, sviluppatori, amministratori pubblici, società civile in toto.

Vogliamo finirla di legarci da soli?

Photos courtesy of Seth Sawyers, Gregory Haley

Fedora e MongoDB: nuovo packaging (che mi ha messo in difficoltà)

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Francamente, non mi sono aspettato mai molto dalla mia Fedora installata sulla workstation casalinga, se non che funzionasse senza darmi grattacapi. Ultimamente invece ha cominciato a rendermi veramente fiero di usarla (cose configurate automagicamente, uso del PC scordandomi che OS ci fosse sotto) dandomi però qualche liscebusso per controbilanciare la facilità d’uso. In particolare, stavo andando a scrivere qualche riga di codice per TwitAntonio (dato che, a quanto pare, le API non vogliono funzionare come dovrebbero) e facendo partire il demone di MongoDB mi sono accorto come la procedura di start fosse fallita miseramente.

Uhm – mi sono detto – strano, il pacchetto è installato correttamente. E in effetti controllo: è lì, installato, senza fare una piega. Ho anche il client da CLI: me ne servo, ma mi restituisce che non riesce ovviamente a connettersi al mio host, dato che il demone è spento. La faccio breve: dopo una serie di ricerche, mi è venuto in mente che forse quei buontemponi dei developer di Fedora potevano aver cambiato la nomenclatura e lo stato dei pacchetti nei repository.

$ yum search mongodb

E improvvisamente vedo che spunta qualcosa, qualcosa che prima non avevo mai installato né avuto la necessità di usare:

[...]
mongodb-server.x86_64: MongoDB server, sharding server and support scripts
[...]

Eccolo lì, t’ho trovato maledetto. È stato sufficiente per me dare da terminale:

$ sudo yum install mongodb-server

E la questione è andata a posto da sé: MongoDB è tornato a funzionare senza problemi dato che il file relativo al demone si trovava in quel pacchetto insieme al resto della struttura “server”. Per far partire il servizio di MongoDB su Fedora successivamente basta usare systemd:

$ sudo systemctl start mongod