Grab The Blaster di Alessio Biancalana

FriendFeed - profilo Open Source e "immortale"

FriendFeed profile open source

Purtroppo nell'ultimo mese non ho mai avuto tempo di fare un post come si deve; provo a recuperare adesso in calcio d'angolo, dando un indizio che spero sia interessante a tutti i nerd che mi leggono e che hanno un profilo su FriendFeed (ormai credo pochi). Mi è infatti venuto in mente che, chiudendo la piattaforma il 9 aprile, oltre che esportare i miei contenuti e quelli di alcune stanzette, potevo rendere disponibile il tutto per un facile accesso online, non spendendo una lira di hosting.

La ricetta è semplice, e gli ingredienti sono:

  • ffexp, il pratico exporter in PHP di Claudio Cicali;
  • GitHub Pages, il servizio di hosting di GitHub;
  • Jekyll (che è comunque un pezzo di GitHub Pages).

La procedura è abbastanza semplice; esportiamo tutto il nostro profilo di FriendFeed tramite ffexp:

php ffexp.php ff_profile.json

Trasformiamo poi il JSON in un file HTML tramite l'altro tool scritto da Claudio.

php ffexp2html.php ff_profile.json > index.html

Fatto? Fatto: il prossimo passo è creare un repository su GitHub e fare il push dei file; se avete scritto tanto su FriendFeed vi aspetta un'attesa lancinante, dato che comunque, per esempio, il mio feed consta di 200MB e spicci di file allegati.

Personalmente, per rendere open source il mio profilo FriendFeed ho scelto la seguente struttura del repository:

  • Un branch master su cui committare il JSON esportato dalle API, in modo da avere sempre sulla radice del repository il dataset;
  • Un branch gh-pages su cui committare l'HTML generato e le risorse che utilizza, branch che sarà poi automaticamente ciucciato da Jekyll.

Una volta fatto il push dei file (e di entrambi i branch: l'importante è soprattutto avere gh-pages al suo posto), avremo il tutto disponibile in qualche minuto sotto il dominio username.github.io/nome-repository. In questo modo il nostro profilo FriendFeed vivrà per sempre al sicuro, noncurante del tempo, sempre disponibile se un giorno vorremo riguardarcelo (per una qualsiasi motivamente), cristallizzato.

Come avviene la magia? È abbastanza semplice: GitHub Pages si occupa di controllare se nei nostri progetti abbiamo un ramo gh-pages, dopodiché lo dà in pasto alla sua istanza di Jekyll che fa una build del sito e lo serve al pubblico.

È un esercizio di stile, ma per me era anche importante salvarmi tutto e tenerlo lontano dai miei hard disk, dato che non mi fido delle mie procedure di backup fallaci.

Se volete vedere come viene il lavoro finito, trovate il mio feed qui (e il repository corrispondente qui, senza README e licenza perché ovviamente l'ho fatto di fretta).

Goodbye Friendfeed

Dal blog di Friendfeed:

We wanted to let you know that FriendFeed will be shutting down soon. We've been maintaining the service since we joined Facebook five years ago, but the number of people using FriendFeed has been steadily declining and the community is now just a fraction of what it once was. Given this, we've decided that it's time to start winding things down.

Friendfeed è un coacervo di tecnologia che, una volta firmate le carte per l'acquisizione, ha dato vita a Facebook come lo conosciamo oggi; paradiso di ogni early adopter, a volte l'ho definito personalmente "il posto dove succedono le cose". Ci ho impiegato ore e ore della mia vita, conoscendo persone che adesso posso dire tranquillamente mie amiche da anni, intrecciando rapporti che molto spesso sono finiti oltre lo schermo del PC, davanti a una buona birra e a un hamburger notevole.

Per questo, un po' mi dispiace: ogni cosa che ha un inizio, ha anche una fine, e anche se in tanti sapevamo che Friendfeed sarebbe giunto al margine del baratro, speravamo che ci si fermasse sempre un metro prima, che qualcuno tornasse sempre nel polveroso scantinato a dare un calcio al server.

Sono diventato un sentimentalone? Nah, più che altro Friendfeed è stato il social network che più di tutti per quel che ho potuto vedere ha generato una comunità di affezionati che è andata oltre la piattaforma, stringendo relazioni decisamente più complesse di quelle mappabili da un database a grafo. Un po' come certi network IRC, diciamo, o certi newsgroup. Say hello, ragazzi, ci si becca sul prossimo lido ;-)

Una giornata all'Azure Open Day in compagnia di una nuova Microsoft

Curioso trovare Microsoft su un blog come il mio, che tratta soprattutto di "nerdate e Open Source", vero? ;-) Eppure.

La scorsa settimana sono stato anch'io come Nicola Iarocci all'Azure Open Day di Microsoft, ma purtroppo a casa dei ritmi serrati di questi giorni non ho potuto mettere per iscritto nemmeno uno stralcio delle impressioni che ho avuto prima, dopo e soprattutto durante l'evento. Recupero in corner citando almeno il post di Nicola sul blog di Microsoft stessa:

Una cosa che balza all'occhio nell'offerta Azure; la ricchezza di supporto per i tool non-Microsoft, in particolar modo per quelli open source: git, Linux e quant'altro. Certo, col senno di poi, non c'è nulla di strano vista la rivoluzione che sta avvenendo col .NET Framework, cuore pulsante delle tecnologie Microsoft. Eppure ancora oggi non faccio che ripetermi: chi l'avrebbe detto solo un paio d'anni fa che avremmo visto Linux girare su una piattaforma Microsoft? E che dire della release non solo Open Source, ma addirittura multi piattaforma del prossimo .NET Core, di ASP.NET 5 e di tutto il resto che, c'è da scommetterci, arriverà poi?

Microsoft vuole essere ovunque, e ha capito che questo obiettivo non può essere raggiunto rimanendo focalizzata unicamente sulle tecnologie proprietarie né tantomeno costringendo gli sviluppatori su una piattaforma chiusa e limitata a Windows. Poteva arrivarci prima e certo ha ben corso il rischio di perdere il treno, ma a quanto pare ora siamo sulla giusta strada e l'intenzione di percorrerla a spron battuto.

In realtà ho in canna un commentario molto più ampio sulla strategia open di Microsoft, se non altro perché quello che tanti fanno a parole, Microsoft lo mette a terra coi fatti arrivando ad essere quasi un gigante dell'Open Source nella sua totalità, scrivendo un sacco di codice non solo per le sue piattaforme ma foraggiando quello che a conti fatti è parte del suo core business e permettendo a tutte le persone di eseguire ogni possibile alternativa sulla piattaforma che offre.

Il mondo sta cambiando. Microsoft sta cambiando. Ne vedremo delle belle.

P.S.: purtroppo non ho tempo di scrivere un post veramente strutturato e fatto bene sull'operato OSS di Microsoft al momento, vorrei farlo quando prima, nel frattempo mi scuso :-(

XFCE 4.12

Sorprendentemente, gli sviluppatori di XFCE ce l'hanno fatta: XFCE 4.12 vive!... e porta con sé una serie di miglioramenti notevoli, più che altro legati alla modernità della piattaforma, troppo spesso ormai desueta per quanto concerne le versioni passate:

This long period can only be explained by how awesome Xfce 4.10 was. But as all things, it needed some refreshing - and for that we saw lots of new contributors providing valuable feedback, features and bugfixes. As always, Xfce follows its steady pace of evolution without revolution that seems to match our users' needs.

Ognuno di noi avrà sicuramente la caratteristica a cui si sente più legato per quanto riguarda questo rilascio: io personalmente muoio dalla voglia di provare il tema HiDPI per quanto riguarda il window manager (XFWM), ed è inutile dire che sto già approntando una macchina virtuale sul mio laptop dotato di monitor QHD su cui installare Xubuntu e XFCE 4.12 da PPA.

Open Data (e Open Source) - La narrazione viene dopo

Open Data

Andrea Raimondi sul suo wall di Facebook ha appena pubblicato un pensiero che mi permetto di riprendere senza averlo avvisato prima:

Inutile e sbagliata la narrazione che cerca di fare uscire gli opendata dalla cerchia dei tecnici. Primo, se questi non sono stati in grado fino ad ora di soddisfare gli obbiettivi che si sono dati, non si vede la ragione per la quale la situazione dovrebbe cambiare una volta coinvolti i cittadini.

Secondo, se i cittadini davvero fossero questo elemento magico di cambiamento, allora non si vede quale sia il vantaggio di avere dei "tecnici" a disposizione.

Un "tecnico", o meglio un professionista, non deve chiedere partecipazione sul piatto, deve fare ricerca, studiare e disegnare open business models validi, riusabili, e socialmente sostenibili. Per trasformare l'idea di cambiamento che il movimento tanto sostiene in tante opportunità reali di sviluppo.

Allega anche un link ad un post interessantissimo di David Eaves, The dangerous mystique of the “open data” business:

The danger with putting the words “open data” before the word “business” is that it risks making people think Open Data businesses are somehow unique. They are not. If there is a gapping chasm between the question of “what can I do with software” and “how can I create a viable software company” there is an equally large gap between “what can I do with open data” and “how can I create a viable company using open data.” And the questions you need to ask yourself to figure out that latter question (many of which are nicely laid out in this book) are independent of whether it is a software, hardware, crafts or open data business.

Indeed open source software space gives us a nice analogy. I suspect few people decide to create an open source software company – they decide to create a company and the software license is a reflection of their strategic options. I think it is the same with open data. You don’t start a company saying “let’s use open data.” You start a company to solve a problem, of which using or publishing open data may be the only, or the most strategic, way of doing this.

Tutto questo è interessante, perché si pone nel mezzo della ormai annosa diatriba tra i tecnici dell'ecosistema dei dati (aperti e non), e gli storyteller che provano affannosamente a volte a racimolare materiale per un racconto decente. Io sono abbastanza d'accordo con quanto detto sopra, perché a prescindere dalla mia passione per l'apertura del codice, e l'apertura dei dati al pubblico per una fruizione sia attiva che passiva, quello che emerge è che per chi ha il compito morale e materiale di raccontare una storia, a volte l'aspetto "open" risulta essere un fine, e non un mezzo.

Sforzarsi di girare il calzino e osservare le cose dalla prospettiva opposta, cioè quella corretta orientata al risultato finale, può essere per chi vuole far filosofia di tutto questo (non business, badiamo bene) un esercizio stimolante e costruttivo.

Io, dal canto mio, ringrazio Andrea per aver spezzato una lancia a favore di chi dai dati vuole tirarci fuori risultati veri.

Photo courtesy of Open Data Institute Knowledge for Everyone

P.S.: dimenticavo. Buon Open Data Day a tutti :-)