Mandriva sarà una distro community-based, parola di CEO

Torniamo a bomba su uno degli argomenti che mi stanno più a cuore: i progetti open source e le distribuzioni Linux. A quanto pare, dopo la recente approvazione della ricapitalizzazione, Mandriva ha capito quale strategia adottare per difendere il suo progetto dal cannibalismo del mondo imprenditoriale. Sulle pagine (alcune?) del wiki della distro infatti appare una nota del CEO di Mandriva, J.M. Croset, che recita:

Questa pagina – e in generale questo wiki – sarà parte di un trasferimento globale del Mandriva Linux Project alla community, che verrà finalizzato presto. Mandriva SA vuole che il progetto sia gestito dalla community di Mandriva Linux sotto una governance appropriata. Noi (Mandriva SA) contribuiremo al Mandriva Linux Project in futuro e vogliamo vederlo crescere. Non vogliamo commentare queste righe e vogliamo enfatizzare il fatto che questo wiki sia il wiki della community, anche se è ospitato sul dominio mandriva.com.

Mandriva

Grandissimi, non c’è che dire. Ho sempre snobbato un po’ Mandriva, ma questa scelta è l’unica sensata e che non mi stupisce: la mossa di un’azienda che, adattandosi ai nuovi paradigmi, trasferisce responsabilità e parte rilevante dell’amministrazione di un proprio prodotto e progetto direttamente alla community, pur mantenendola ancorata alla compagnia.

In questo modo Mandriva diverrà qualcosa di simile a Fedora, infatti pur mantenendo il suo connotato di distribuzione tipicamente company-made, sarà invulnerabile dal punto di vista del funding e della governance: di questo da ora in poi (una volta ultimato il trasferimento delle cariche) sarà responsabile solo e soltanto la community. A questo punto Mandriva può felicemente fallire :D - Scherzi a parte, probabilmente l’azienda riuscirà a rimanere in piedi; resta da vedere quanto questa giostra economica continuerà. In ogni caso sono felice che la distro e il suo sviluppo siano stati svincolati.

Photo courtesy of Mario Gonzalez

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Cose che non ti aspetti: IP over Xylophone Players

Con un’interfaccia di rete e un sistema operativo configurati in maniera appropriata,un’applicazione non sa – e non ha bisogno di sapere – la logistica di quello che è conosciuto come layer fisico.

Probabilmente questa è la frase che più di tutte ha reso la mia giornata di oggi degna di essere vissuta. Essenzialmente, trovo che il mio viaggio attraverso i tre anni di Ingegneria Informatica possa essere riassunto con questa frase, dato che mano a mano ho maturato la stessa consapevolezza durante la triennale. Sono le parole di R. Stuart Geiger, laureando alla Berkeley’s School of Information, che ha realizzato un’implementazione di IP utilizzando come mezzo, udite udite, degli xilofoni.

Xilofono

Il detto IP over Xylophone Players impiega circa 15 minuti per trasferire un pacchetto, ma è senza dubbio uno degli hack più interessanti di cui abbia mai sentito parlare; così interessante, che molto probabilmente con qualche competenza in più tenterei di riprodurla a casa mia scrivendomi un adeguato driver. Geiger mi ha stupito perchè oltre le basi cognite di IP, ha replicato tutti i sette livelli della pila OSI, e anche se dice di non sapere quanto sia modulare l’implementazione e affidabile lo stack, sono sicuro che il suo sia un lavoro invidiabile.

Per chi volesse leggerlo, c’è a disposizione l’interessantissimo paper su IPoXP, direttamente edito dal giovane ricercatore, che io personalmente mi spulcerò una di queste sere. Congratulazioni Stuart, grandissimo hack ;)

Photo courtesy by Chris Radcliff

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Il furore della felpetta, da Palestrina a New York

In questi giorni ha fatto parecchio scalpore Mark Zuckerberg che in barba a qualsiasi etichetta imposta si è presentato a New York in felpa, bel bello coi suoi milioni(ardi?) di dollari e la solita aria da chi sente di avere almeno un po’ di mondo in mano. E devo dire che a me ha fatto una buona impressione – non tanto per qualche falsa impressione che hanno avuto i giornalisti; c’è infatti chi ha detto che volesse forzatamente sdoganare il mito del “giacca e cravatta”. Sono stato convinto dall’atto perchè è stato spontaneo, perchè dietro quella felpa c’era solo lui e non intenzioni fantasmagoriche subodorate da chissà chi.

Mark Zuckerberg

Eccolo dunque, il buon Mark, che presenta il suo prodotto a una folla stupita indossando solo un paio di jeans, delle scarpe da ginnastica e la famigerata felpa. Lo sento molto amico in questo: ancora mi ricordo il mio professore di filosofia, che a meno di un mese dall’esame di maturità (mi ricordo che per la tesina misi su un brainstorming online meraviglioso, vi linko anche il post relativo) mi disse “ma non ce l’hai ‘na camicia?” – e mi viene in mente con ancora più vigore la risposta che diedi: “Prof, devono giudicare il mio lavoro, non i miei gusti nel vestire”.

Il giorno dell’esame andai con una maglia a maniche corte, un paio di jeans non acquistati per l’occasione, scarpe da ginnastica. Mi ero solo aggiustato i capelli, ecco. Davanti alla commissione feci un figurone per la tecnicità della tesina: a quanto pare il mio non essere vestito a modino non ha costituito nemmeno un piccolo impedimento ai professori, per far si che apprezzassero il mio lavoro (del quale ancora ringrazio Piplos e Davide aka Scimmia, per le consulenze :D) e ciascuno di loro richiedesse una copia da portare a casa.

Adesso sto qua, al PC, universitario con anche un lavoro e parecchi progetti in ballo, e posso dire con fierezza nonchè un pizzico di spocchia che si, quasi ventidue anni e non ho mai portato una camicia, né una giacca, né una cravatta. Vai Mark, porta il culto della felpetta anche a Wall Street e fai capire a tutti quei parrucconi che magari, prima di guardare come ci si veste, dovrebbero imparare a giudicare le idee di successo.

Photo courtesy of Robert Scoble

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EA Games, la delusione dell’Ubuntu Developer Summit

Come i miei innumerevoli fan (hahah) avranno notato, non mi sono espresso molto sulla questione EA Games negli ultimi giorni: ho preferito non dare personalmente notizie relative alla presenza di Electronic Arts presso l’Ubuntu Developer Summit semplicemente perchè avevo intuito la patata bollente, e ho preferito tirarmene fuori lasciando ad altri il compito di occuparsi di dare copertura mediatica a quello che definirei un vero e proprio scempio.

Uno dice vabbeh, ma non ti sta mai bene niente. E invece si che mi sta bene, ma alle condizioni dettate da me; sono criptico. Mi spiego.

Già da quando ho visto il marchio come presenza al Summit, mi ero insospettito, finchè non sono venute fuori le vere intenzioni. EA Games ha infilato di soppiatto due giochi nell’Ubuntu Software Center, con un po’ di piaggeria e un po’ di melliflua nonchalance; prima di questo atto però, analizziamo ciò che è successo prima. Tutti ebbri di felicità, eravamo, all’idea che fosse finalmente in procinto di arrivare Steam per Linux, e che il Source Engine potesse essere disponibile a carrettate pronto per essere fruito da ogni orifizio, a cominciare dai bulbi oculari; nel frattempo EA ha diffuso il comunicato della sua presenza all’UDS. Dalla comunità è venuto un odore di hype come non se ne sentivano da anni: che addirittura dopo l’annuncio di Left 4 Dead 2 dovessimo addirittura fare spazio ad un altro titolo che soddisfacesse la ghiottoneria dei gamer più incalliti?

Mark Shuttleworth mask

Ovviamente no.

I suddetti due giochi di EA sono approdati una di queste mattine presso i lidi del Software Center, e sono due browser game, che possono divertire cinque minuti e poi basta che è meglio. Non contenta, EA ha oggi parlato in “sua difesa”; sembra infatti che l’accoglienza dei prodotti sia stata un po’ fredda ma, signori miei, capirete che mentre voi ci offrite due browser game, dall’altra parte Valve ci ha detto e provato che avremo Steam. E il Source Engine. E tutto quello che ne consegue.

Ero fiducioso, finchè non ho letto il resoconto sullo speech di EA su OMG! Ubuntu, che esprime dei punti fondamentali: a quanto pare infatti EA non guarderà la revenue finanziaria dei giochi ma valuterà il feedback con uno spettro molto più ampio. Beh, vorrei ben vedere; se sperate di alzare due centesimi con quella roba, sono felice per voi ma occhio alle ragnatele nel portafogli. Secondo punto: gli interessa un sacco WebGL e HTML5. Presenteranno infatti un browser game (un altro? Ma che c***o!) con grafica “da PlayStation 2″ al Google I/O.

Un altro. Browser. Game. Ditemi che ho letto male, vi prego.

Certo, anch’io sono un amante di Quake Live, e sicuramente WebGL può consegnare una nuova user experience e una rinascita artistica multipiattaforma al mondo del gaming, ma mi si consenta di contrassegnare l’intervento di EA Games come la figura più deludente di ogni Ubuntu Developer Summit di sempre, anche perchè di cose sugose d’altro canto ce ne sono abbastanza – come Wayland. L’intervento, i giochi uploadati e tutto il resto, sembrano voler dire una cosa sola: “Guardate, come vi reputiamo sciocchi e pensiamo di comprarci un po’ di hype a buon mercato. Tenete queste due bazzecole e fatevele bastare” – il che avrebbe anche senso, dal punto di vista imprenditoriale. Ma a questa figuraccia porrà rimedio solo un buon titolo con un degno supporto.

Quindi, signori di Electronic Arts, smettetela di prenderci in giro.

Photo courtesy of Tara Oldfield (ma che diavolo di occhiali porta Shuttleworth?)

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Android: “intervista” ad Abhisek Devkota del team CyanogenMod

Ieri, approfittando di un post su Google+ dove si annunciavano imminenti, scottanti e peccaminose news riguardo CyanogenMod 7 e CyanogenMod 9, dato che sono due mainline di uno dei progetti che seguo di più ultimamente, ne ho approfittato per chiedere una piccola cosa: se ci fossero novità riguardo CyanogenMod 9 e il supporto per Nexus One – il quale, essendo io possessore di un Desire, è una cosa che mi interessa tantissimo.

Ho ottenuto risposta immediatamente da uno degli sviluppatori, Abhisek Devkota, che successivamente non ha rifiutato di continuare per un po’ la chiacchierata direttamente nel thread. Abbiamo monopolizzato un po’ l’attenzione, ma sono contento di questa “intervista” fra virgolette, dato che mi ha fornito l’opportunità di venire a contatto con un insider di un progetto che stimo moltissimo. Vi riporto lo scambio di battute in maniera integrale, a parte qualche piccolo taglio e/o correzioni varie.

Qualche notizia relativa allo sviluppo di CM9 per Nexus One?

Allo stato attuale, possiamo fare il boot ed eseguirla usando il nostro lavoro e quello di Evervolv (github.com/Evervolv). Però, e questo è un grosso PERÒ, il processo richiede delle patch che noi avvertiamo come non “pulite”, o non appropriate nei confronti degli standard di Google per l’accesso al mercato. Purtroppo quindi, fino a che non porteremo il dispositivo ad uno stage in cui non ci sono conflitti, non avremo molte notizie in merito.

Capisco. Grazie della risposta, e continuate così, sto testando il vostro lavoro e lo trovo veramente veloce. Volevo solo l’opinione di un insider sulla questione Adreno200; sono veramente fiducioso sul fatto che non dovrò ricomprarmi lo smartphone per utilizzare ICS. Congratulazioni, ancora ;)

Beh, nel caso peggiore non avrai CM9. Ma ci saranno tante altre vie per avere ICS. CyanogenMod è un “animale” [questo l'ho tradotto alla lettera, è bellissimo ndr.] differente dal resto delle ROM e degli hack, dato che Google (con un po’ di piaggeria) ci presta molta attenzione e, per assenza di termini migliori, ci tratta come un OEM.

Per mantenere questo status, operiamo come se fossimo un solo uomo, e ci assoggettiamo volontariamente a questa pratica, il che significa che dobbiamo stare attenti a non fare passi falsi, altrimenti romperemmo il CTS, od altri standard. È il prezzo da pagare per essere così popolari, ma questo d’altro canto rende il nostro lavoro ancora più duro e pulito.

Lo so, mi ricordo il problema con le GApps, dopo quel fatto Steve cominciò a distribuire la ROM come due package separati, e non come una soluzione all-in-one. È il prezzo da pagare, e non possiamo farci nulla; mi piace in ongi caso, una community con questa forza e questo tasso di crescita presenta qualche criticità ma infiniti pregi. Dopo tutto sono felice che il team di CM mantenga degli standard alti, anche se questo significa una RC in meno o un ciclo di sviluppo più restrittivo. [Mi riferivo al discorso di CyanogenMod 7.1, arrivata dopo tanto tempo; Abhisek ha capito. ndr.]

 Quella è una storia vecchia dove (ringraziando il cielo) non abbiamo dovuto effettuare grossi cambiamenti, dal momento che avevamo fatto si che CM funzionasse da sola senza i “bit” di Google. In un caso più recente, stavamo considerando di aggiungere Cornerstone per i nostri tablet, ma abbiamo avuto un pushback serio da parte degli sviluppatori Google di Android, arrivando al punto di suggerirci che tutte le varianti di CM sarebbero state bandite dal mercato (non vista come una minaccia, ma come una soluzione a un problema tecnico). Siamo lieti di avere questo tipo di feedback dalle persone che rendono possibile Android e quello che noi facciamo.

Riguardo la nota sul ciclo di sviluppo, attualmente speriamo di poterlo velocizzare in futuro. I ritardi e il ritardo sono accaduti perchè noi potessimo riallinearci al fine di  approcciare un piano più aggressivo. Poi se ne parla ;)

Fortunatamente ve l’hanno detto (di Cornerstone) prima, e non dopo un po’. Essere un coopetitor (non è un typo) così grande significa avere il giusto supporto in questo tipo di situazioni. Sul ciclo di sviluppo, la mia nota non voleva essere assolutamente offensiva ;) Ho visto i ritardi come una cosa positiva. Quando ho studiato Ingegneria del Software, ho usato una carta semplificata (fatta da me) analizzando il vostro modello di sviluppo quindi da utente sono fiero di vedere una struttura così organizzata ;)

Successivamente la discussione ha preso un’altra piega, essenzialmente perchè la gente si è rotta di leggere solo noi due ed ha ripreso a commentare. Mi ha fatto veramente piacere in ogni caso parlare con Abhisek, che si è dimostrato una persona preparata e soprattutto uno sviluppatore attento anche ai movimenti del mercato.

Photo courtesy of Johan Larsson

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Star Wars: l’episodio IV nella vostra consolle

Lo so, è tardi per celebrare lo Star Wars Day insieme a voi, ma purtroppo ieri ho avuto immensamente da fare e quasi nessun attimo libero. Festeggiamo oggi, sempre che vi vada bene; eeeh fiesta! Scherzi a parte, mi è venuto in mente che non ho mai postato di quanto sia bello vedersi l’episodio IV (“A New Hope”) di Star Wars, tramite il proprio terminale, semplicemente tramite un comando.

“May the 4th be with you”, dicevano. Mi dispiace un sacco aver bucato la festa di Star Wars mondiale, ma uffa. Ecco. Torniamo a noi.

Come è possibile fare ciò? Semplice: dei tizi con del tritolo al posto del cervello hanno riprodotto tutto l’Episodio IV in ASCII art, e l’hanno infilato su un server dove è disponibile per chiunque, solo entrando tramite telnet. Date questo comando:

telnet towel.blinkenlights.nl

E godetevi il film, da veri nerd, direttamente dentro la vostra shell. Devo essere sincero: vorrei che ci fossero più port simili di opere cinematografiche :D

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Dropquest II: ancora 1GB di spazio gratis su Dropbox

Vi eravate divertiti con la scorsa Dropquest? Per chi non fosse a conoscenza, qualche tempo fa da Dropbox era stata diffusa una quest che, in poche parole, mandava l’utente in tutta la Rete affidandogli dei compiti e degli indovinelli (un po’ come i nostri giochi di ruolo preferiti, tipo, chessò, Dungeons and Dragons); alla fine del percorso chiunque ottiene 1GB di spazio gratuito. In più, chi completa la ricerca per primo – o in tempi ragionevoli così da rientrare nella classifica dei migliori – ottiene ulteriori premi.

Dropbox

Dropbox ha deciso di riproporre la Dropquest; ancora una volta enigmi e ricerche da compiere per tutti gli utenti, che se arriveranno alla fine otterranno 1GB gratuito addizionale di spazio, ed in più se riusciranno ad ottenere uno dei premi maggiori:

  1. Primo premio (1): La felpa dei dipendenti Dropbox, la t-shirt della Hack Week di Dropbox in edizione limitata, un disegno (e i disegni di Dropbox sono meravigliosi) firmato dall’intero team, un invito a scrivere la prossima Dropquest, e naturalmente 100GB gratuiti; (Elamadò.)
  2. Secondo premio (10): La felpa dei dipendenti Dropbox, la t-shirt di Dropbox, 20GB gratuiti;
  3. Terzo premio (15): La t-shirt di Dropbox, 5GB gratuiti;
  4. Quarto premio (50): 5GB gratuiti;
  5. Quinto premio (100): 1GB gratuito.

Tutto ciò naturalmente verrà sommato al GB gratuito (che ormai al confronto sembra quasi misero) ottenuto tramite il solo completamento della quest. Ulteriori informazioni le avrete sulla pagina ufficiale di Dropbox; io personalmente parteciperò, dato che l’anno scorso anche per solo 1GB gratuito mi sono comunque divertito moltissimo. Inoltre Dropbox per quanto mi riguarda non annoia mai, dato che correda la ricerca di disegni che, almeno secondo il sottoscritto, fanno crepare dalle risate.

Insomma, andate e moltiplicatevi per, ancora una volta, la sfida più epica di tutti i tempi attraverso Internet che vi frutterà pure un bel GB in più su Dropbox ;)

Photo courtesy of Johan Larsson

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Linux, e l’importanza della user experience

Prima di dedicarmi completamente a Linux, avendo smesso di usare Windows da un sacco di tempo, avevo deciso di esplorare l’universo Apple più in profondità, concedendomi il lusso di poter dedicare un po’ della mia infinita sapienza (hahah) all’atto di costruirmi un piccolo Hackintosh. C’è chi ci riesce e chi no; a me è riuscito e all’incirca un paio di anni fa ho fatto un giro con Mac OS X, spulciandomelo bene fino in fondo, sino ad arrivare nei meandri del filesystem, comprendendo l’abominio commesso da Apple nello sdoppiamento della struttura dei dati all’interno della root del sistema operativo. Ma a parte questo, che forse vi racconterò un’altra volta, ho compreso che l’universo della mela non faceva per me per una serie di motivi: primo tra tutti la sua chiusura. Sono così tornato ad usare con soddisfazione Linux, il quale però non mi riservava la stessa attenzione riguardo un aspetto che mi aveva molto colpito usando il mio Mac-non-Mac.

La user experience.

Cosa accade nell’universo Apple

Per retaggio culturale più che per vera necessità – diciamocelo infatti, Mac OS era superiore per operazioni di design in quanto Windows vent’anni fa non supportava i font a spaziatura variabile e tante altre carinerie; ora come ora sono esattamente equipollenti – a Mac OS è rimasto ancorato quel bacino d’utenza che, un po’ hipster e un po’ nostalgico, nonchè un po’ traviato dalle opinioni comuni, durante le operazioni di sviluppo di un software tenta irrimediabilmente di trovare la migliore strada per disegnare l’interfaccia grafica. È un male? No. Anzi. Durante la mia esperienza con Mac OS X mi è capitato di imbattermi in applicazioni fatte abbastanza male dal punto di vista della funzionalità, ma mai in qualcosa che a vedersi fosse sgradevole: questo può essere riconducibile a due elementi fondamentali: Aqua e Cocoa. Cocoa è un set di librerie fondamentalmente molto prestante, e Aqua è l’estetica generale di Mac OS che al sottoscritto piace molto. Oltre questo, se proprio non si aderisce agli standard di Aqua le applicazioni che vengono scaricate sono sempre molto belle. Anche un tasto del tipo Sad Trombone risulta fenomenale, sarei pronto a scommetterci.

Proprio questo ha fatto sembrare Linux per certi aspetti ai miei occhi un sistema abbastanza “vecchio dentro”, non tanto per i desktop environment che col tempo hanno assunto dei connotati sempre più moderni, ma per alcuni programmi i quali sembrano la morte civile. Fortunatamente Canonical ha portato all’attenzione di tutti questo dettaglio, che per quanto possa essere un’idiozia è pur sempre qualcosa che conta agli occhi dell’utilizzatore finale; sono felice quindi che esistano applicazioni come Nitro Tasks, che godono di un port Linux e di un’interfaccia molto bella, ma soprattutto ho visto come il trend a riguardo sia cambiato, anche nel panorama Linux che a cambiamenti di questo tipo è sempre stato restio, a causa dei moniti lanciati da Steve Jobs e Mark Shuttleworth in seconda battuta.

Il panorama open si evolve

Ho fatto un giro con Novacut 12.04 proprio ieri, per testarlo un secondo e vedere fin dove ci si può spingere con questo software che erge come suo cavallo di battaglia proprio la UI. Soddisfattissimo, mi sono poi girato il blog ufficiale e ho trovato a lato la lista degli sviluppatori, con rispettive qualifiche. Ve la riporto integralmente:

Jason DeRose
Architect & Developer

Tara Oldfield
Anthropologist & Artist Liaison

Akshat Jain
Developer Outreach & Developer

James Raymond
UI Designer & Developer

David Jordan
Multimedia Engineer & Filmmaker

Mi è saltata all’occhio questa cosa meravigliosa: tra cinque sviluppatori, possiamo vedere come due tra loro (un’ottima percentuale quindi) siano “umanisti”: un UI designer, quindi una persona più che preparata, e soprattutto un’antropologa che si occupi di verificare che effettivamente il lavoro del designer sia usabile e degno di questo nome. Sono parecchio felice di vedere che anche nel panorama Linux le cose stanno cambiando, e  che il design non sia un fattore che di fronte ad altri aspetti (magari marginali) passa in secondo piano.

Spero vivamente che l’esempio di Novacut non rimanga solo una goccia nel mare.

Photo courtesy by jm3 @ Flickr

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Linux 3.3.2: no problem, ma la macchia resta

Poco tempo fa è apparso un post su OneOpenSource scritto dal medesimo che spiegava come Linux 3.3.1 introducesse dei bug gravissimi nella gestione di schede wireless Atheros, precisamente facenti uso del driver ath9k incluso in Linux già da parecchi anni. A quanto pare infatti, gli sviluppatori hanno deciso di farsi qualche risata alle nostre spalle.

Con Linux 3.3.2 rilasciato stabile su kernel.org ho voluto dare una chance alla mainline 3.3 per vedere cosa diavolo succedesse, e invece mi sono trovato connesso alla rete WPA2 di Roma2LUG in men che non si dica. Tutto è bene quel che finisce bene, tuttavia volevo lasciarmi a qualche considerazione da vecchia di paese riguardo l’accaduto, precisamente sul meccanismo di QA e signoff sia del kernel Linux che del suo pacchetto in Arch Linux.

Mi domando infatti cosa diavolo sia venuto in mente agli sviluppatori da due lati: innanzi tutto rilasciare una modifica del genere senza testare. È vero infatti che uno in genere è sicuro di quello che scrive e “if it compiles, it works”, tuttavia ho esaminato la patch (capirai, ‘sta perizia tecnica hahah) e ho visto che è stata tolta una porzione di codice veramente miserrima, mentre le aggiunte sono state parecchie in confronto. Mi è sembrato come se ci si fosse dimenticati di inserire delle syscall in mezzo al codice; qualcosa del tipo “Massì, fàmo così, che ce frega,che ce ‘mporta, male che va ci arriva qualche mail minatoria” – e infatti è andata male. Non commento solo perchè in quanto a programmatore sono un’emerito imbecille e non sono al livello, sicuramente, di chi ha scritto ath9k, però insomma. Qualche riserva me la prenderei.

La mia seconda perplessità è riguardo il meccanismo di signoff di Arch Linux. Quando è arrivata la mail “please signoff linux-3.3.1″ la gente a che pensava? Era tempo di YouPorn? Mi fa strano, perchè comunque gli sviluppatori di Arch di solito scoprono eventuali malfunzionamenti abbastanza in fretta. La patata bollente stavolta è scappata dalle mani di tutti, ed è finita in terra. Peccato: sinora il meccanismo di QA (se così si può chiamare, dato che non lo è in maniera letterale) aveva retto parecchio bene a eventi di questo tipo.

Questo è lo spazio riservato alle considerazioni che mi sono concesso. Le riflessioni che ne sono derivate, magari ve le racconto nel prossimo post ;)

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Kernel, divinità, e pastiere napoletane

Certo, non è una passeggiata. Se non si ha un animo smanettone è meglio lasciare perdere. Non perché sia impossibile, ma perché a conti fatti non cambia l’esperienza utente.

Questo post di Vincenzo mi ha colpito molto, non solo perché non è la solita sequenza fritta e rifritta di comandi, ma soprattutto perché dice una verità immensa, cioè che ricompilare il kernel Linux ad un utente medio (ma anche medio-alto) non serve assolutamente a niente, a meno che non ci siano moduli che per qualche strano motivo non vengono inclusi nella distribuzioni standard.

Tutta didattica e poca altra roba quindi. Poi oh, ha usato una mia guida linkandola e ringraziandomi. Io però ho deciso che mi preparerà una pastiera di sua mano, dato che, si sa, verba volant, pastierae manent.

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