Grab The Blaster di Alessio Biancalana

Why I won't squash my commits

If all commits can stand on their own, i.e. all tests pass after each individual commit, then the commits are atomic and do not need to be squashed. I’d even say they probably shouldn’t be squashed.

Oggi mi hanno chiesto di fare squash di un po’ di commit. Devo dire che sebbene la richiesta fosse legittima, mi sono ritrovato ad essere molto scocciato da questo, e solo dopo aver letto questo articolo ho capito che in realtà mi sentivo come se mi avessero chiesto di nascondere un cadavere semplicemente perché quello che da altri era ritenuto un cadavere, in realtà era pura prassi e workflow.

E allora, dato che sul progetto non sono stati definiti dei criteri per quei commit “incriminati”, e dato che comunque sono commit consistenti, direi comunque che “they probably shouldn’t be squashed”.

Heisenberg developers

It seems like a panacea, but finely grained management is poisonous for software development. It’s far better to give high level goals and allow your developers to meet them as they see fit. Sometimes they will fail; you need to build in contingency for this.

Sembrano parole totalmente naturali, eppure qualsiasi azienda sopra certe dimensioni comincia a introdurre a un certo punto del suo ciclo vitale delle misure di micromanagement che portano le persone, in alcuni casi, a dare persino le dimissioni.

Che dire, un post vecchio quasi quanto la moda dell’agile nelle corporation, eppure merita un’attenzione più che accurata.

Dalle scarpe rotte al cambiamento del retail

scarpe nuove adidas

Scarpe rotte? Non c’è problema, andiamo a ricomprarle. È così che dopo un weekend passato a cercare la voglia di alzarmi dal divano, mi sono addentrato nei meandri di qualche centro commerciale vicino casa, peccato che le scarpe che cercavo (delle banali skater Adidas, non è product placement: sono semplicemente le uniche scarpe che mi piacciono :-D) fossero sparite da qualsiasi punto vendita della galassia Colli Albani.

Torno a casa, amareggiato, e accendo il computer; provo a cercare sullo store ufficiale, e sgrano gli occhi di fronte a dei prezzi non esattamente “da saldi”. Mentre mi preparo mentalmente ad affrontare le giornate successive con le scarpe rotte, quasi per sbaglio apro Amazon e cerco quello che mi serve. Ora, non ci vuole un genio della finanza per capire che tramite un ordine di Amazon ho speso quasi la metà di quanto avrei speso sullo store ufficiale, o in un qualsiasi negozio del brand, o da Foot Locker (per dire); con Amazon Prime mi è arrivato questa mattina a casa il primo paio di scarpe. Lo misuro. Perfetto.

E allora mi sono concesso una riflessione: questo è stato il mio primo paio di scarpe comprato online, su Amazon. Ho amici che comprano la birra su Amazon. Qualche settimana fa controllavo se ci fosse un cappotto di mio gusto su Yoox (c’era, ma non esattamente quello che cercavo).

Comincio a chiedermi se veramente abbia ancora senso, per quanto concerne il mio stile di vita, uscire ancora di casa per comprare qualcosa come le scarpe; ma la cosa che mi ha fatto pensare più di tutte, è stata che sicuramente insieme a me se lo sono chiesto anche altre persone. E se se lo sono chiesto altre persone, che impatto avrà tutto questo sui retail store? Sta veramente cambiando il modo di spendere anche per beni come il vestiario?

Ovviamente non ho dati alla mano per rispondere a nessuna di queste domande; viceversa, però, mi pare che queste scarpe nuove siano veramente un ottimo acquisto. E il mio numero, che in genere ho problemi a reperire, l’ho solo selezionato da un menu a tendina.

Photo courtesy of Catrin Austin

Sorprese inaspettate e pillole di robotica

L’altra sera sono stato a Lezioni sul Progresso, invitato da Telecom per seguire l’evento. Devo dire che mi sono divertito un sacco, complice il mio interesse per la tecnologia (scontato), e il fatto che ci fosse Elio sul palco. Insieme a Elio, il professor Giorgio Metta di cui purtroppo non ho mai sentito parlare fino a ieri sera.

Dico purtroppo, perché chiaramente si è parlato molto dell’iCub, ovvero il robot umanoide che stanno sviluppando lui e la sua divisione di nerdoni nell’iCub Facility all’Istituto Italiano di Tecnologia, e di come i robot ci assisteranno nei decenni a venire. La cosa veramente intrigante sarebbe stata parlare di decisioni etiche compiute dalle macchine e di tecnologie aperte, sulle quali ho inviato un paio di tweet che purtroppo non sono stati portati all’attenzione degli speaker.

Nonostante questo, ho ricevuto delle risposte interessanti durante la chiacchierata che avveniva sul palco: Silvio mi ha informato infatti che tutto il software su cui è basato iCub è open source. La prima cosa interessante che ho visto è proprio il framework di deep learning Caffe, e solo in seguito sono stato indirizzato sul GitHub degli iCub-isti, che contiene tantissimo materiale a cui vale la pena dare una scorsa anche solo per leggersi cosa diamine sta alla base di un androide antropomorfo.

Devo dire che sono rimasto straordinariamente impressionato, sia dai miei follower (:-D) che dalla discussione che è stata intavolata; e ovviamente, a questo punto auguro tutta la fortuna possibile ai ragazzi che collaborano su iCub, perché il mondo ha bisogno anche di questo.

The resolution of the bitcoin experiment

Marco Arment:

It’s interesting how often our allegedly “decentralized” technologies keep resulting in immense concentration of power among a few controlling parties. Once that happens, the worst sides of those few people usually control the entire system: dogmatic disagreements, power struggles, and greed.

E io, pensandoci, non è che abbia molto da aggiungere.