16 Sep 2014

A volte su OS X di Apple ci aspettiamo che la command line sia uguale a quella che abbiamo su Linux, ma non è decisamente il caso. Per esempio, uno dei casi lampanti è il voler verificare le porte aperte e i processi in ascolto sulle porte: mentre su Linux potremmo sbrogliarcela decisamente bene usando netstat, su un Mac siamo costretti a usare lsof, che è una utility piuttosto carina.
Mi appunto qui il comando per non perdermelo ancora (ché tanto poi c’è San Google):
$ lsof -i | grep LISTEN | grep "TCP \*:" | sort
Se poi vogliamo buttare un occhio a quali processi hanno una connessione aperta (stabilita), allora possiamo utilizzare quest’altro comando:
$ lsof -i | grep ESTABLISHED | sort
Take care :-) Personalmente, non vedo l’ora di tornare a Linux, ma al momento sono costretto ad un Mac. Non è manco malaccio ma… volete mettere?
Image courtesy of Simon Ganiere
12 Sep 2014

Doveva succedere, dato che da ben un anno valutavo questa opzione. Così, dopo svariati anni di utilizzo di WordPress per questo blog, ho migrato tutto a una piattaforma nuova, più performante, leggermente più scarna e decisamente più affidabile (per me, magari non per altri): ho abbandonato WordPress per passare a Jekyll.
E non credo che tornerei indietro, a conti fatti.
La migrazione editoriale
Come tutti quelli che passano a Jekyll, anche io sento l’impellente bisogno di raccontare questo piccolo episodio di IT della mia vita, perché mi è servito a comprendere che non avevo bisogno di parecchie cose le quali mi erano fornite dal mio CMS, e allo stesso tempo mi ha fatto rendere conto di quanto negli anni il materiale che ho scritto si sia accumulato. Tanta, tanta roba.
Per importare i post dentro Jekyll, nonostante vengano forniti in rete tantissimi tool sotto forma di plugin, di script e di blob, ho preferito dare una chance alla banalissima soluzione scritta in Ruby e fornita direttamente dai ragazzi di GitHub/Jekyll - quindi sono andato sulla documentazione ufficiale, e ho convertito la oscena istruzione multiriga di Ruby in un piccolo script, che ha funzionato perfettamente al primo colpo. I tag sono stati correttamente mantenuti in ogni post, così come le categorie e anche tutti i commenti (che non ho il coraggio di strippare né di parsare a mano, quindi per ora lascerò tutto così schiantato nei file di markdown). Per mostrare effettivamente i commenti uso Disqus, che è totalmente slegato da tutto questo.
#!/usr/bin/ruby
require "jekyll-import";
JekyllImport::Importers::WordPress.run({
"dbname" => "home_",
"user" => "alvise",
"password" => "sbrebbro",
"host" => "dottorblaster.it",
"socket" => "",
"table_prefix" => "wp_",
"clean_entities" => false,
"comments" => true,
"categories" => true,
"tags" => true,
"more_excerpt" => true,
"more_anchor" => true,
"status" => ["publish"]
})
Il flusso di scrittura non è molto diverso da quello che adottavo in precedenza: apro il mio editor di testo, scrivo il mio file in Markdown (perché, ricordiamolo, Markdown regna), e successivamente se prima mi servivo di funzionalità built-in in Sublime Text o in Byword per pubblicare quello che avevo scritto, adesso mi basta fare commit del mio post e fare push sul repository Git che ospita il blog. L’istanza di Jekyll remota si occupa di accogliere le modifiche, rigenerare il sito, e rifare il deploy.
La fase di editing è veramente semplice: essendo tutto ciò che importa scritto in Markdown, non devo fare altro che modificare quello che mi interessa in Sublime Text (in genere), agendo su parti di testo o specifici parametri, non dovendo avere a che fare con interfacce web che hanno bisogno di caricarsi ogni volta. Per sviluppare parti del sito che richiedono modifiche massicce (quindi non per modifiche piccole) posso con due comandi avviare un’istanza locale che rispecchia quello che vedrei online. Jekyll, in poche parole, per l’aspetto editoriale è un generatore di siti statici che non sta in mezzo ai piedi come farebbe un CMS, permettendo ai power user una maggiore flessibilità e soprattutto, secondo me, dei tempi di scrittura minori, non dovendo avere a che fare con tutto il peso di una web UI.
La migrazione tecnica
L’aspetto editoriale l’ho gestito con qualche script e il fido Sublime Text al fianco. L’aspetto tecnico invece ha avuto bisogno di qualche riga di Javascript, e soprattutto un po’ di olio di gomito col quale non ho ancora terminato (ho colto l’occasione per scrivermi dei tool in Go che non riuserò mai, ma era per fare esercizio). Alla fine è stato più semplice di quanto avessi effettivamente stimato nelle prime progettazioni del blog, anche perché con Jekyll ho preso la mano dopo poco (e non è la prima volta che lo uso). Per quanto riguarda quindi gli aspetti tecnici della migrazione di un blog a Jekyll (o la scrittura da zero) il meglio che posso fare è condividere la lista dei link del materiale che ho usato per questo piccolo giochetto articolato in tre serate post-lavoro e un lunedì mattina passato in treno:
Di seguito, riporto anche qualche impressione che ho avuto durante questo processo:
- Non è così semplice come ti aspetteresti: i developer di Jekyll ti vendono il pacchetto come già pronto, ma al 90% hai bisogno di metterci le mani e sporcartele parecchio. Persino quello che loro definiscono come una banale istruzione Ruby ha richiesto la modifica di alcuni parametri, e per quanto Jekyll sia pensato per power user del blogging, e power user del computer in generale (di Unix… :-D) comunque mi ha dato fastidio l’atteggiamento un po’ facilone, in alcuni punti, del docset.
- I temi fanno cagare, o meglio, non esistono: se volete cambiare layout, dato che la logica è spostata tutta nel generatore di pagine statiche, dovete modificare praticamente tutto quanto. Probabilmente è un difetto mio, nel senso che avendo usato WordPress per una vita, non sono abituato a modificare cose nella root del sito - allo stesso modo però è pure vero che tutta la gestione delle modifiche e della versione del proprio layout è affidata alla testa del blogger (che di fatto diventa uno sviluppatore frontend) e al suo branching model. E facciamo pure un tenero saluto a tutti i casini mentali e pragmatici che questo comporta.
- Rispetto a WordPress, tutto questo è di una semplicità abissale e persino chi non conosce una mazza assoluta di Ruby può arrivare in cinque minuti, se si impegna, a fare il deploy di un blog con Jekyll.
La bellezza di GitHub Pages
In tutto ciò, ho voluto semplificare anche la parte di web hosting al massimo. Per questo motivo, ho dato il tutto in braccio a GitHub e ho lasciato che trasformasse il mio blog da puro codice alla realtà attraverso il meccanismo di deploy automatico di GitHub Pages. In questo modo, tempo qualche secondo, ogni volta che pusho una modifica sul mio repository git, Pages avvia per me il rebuild automatico di tutto. Mi era stato suggerito di utilizzare dei plugin per fare alcune cose che adesso sono costretto a fare a manina, ed ero anche tendenzialmente favorevole all’idea, anche se poi ho pensato che avrei dovuto tenermi committata anche tutta la directory _site e generare tutto ogni volta a mano. Il che, decisamente, non è quello che voglio.
Oltre tutto, con GitHub Pages, mi scordo totalmente delle limitazioni di traffico che può avere un server normale, mettendo dietro al mio blog una meravigliosa infrastruttura che non comprende solo una serie di macchine carrozzate in maniera invidiabile (e gratuitamente, ecco), ma anche una CDN che si fà carico di ottimizzare i tempi di distribuzione dei contenuti in tutto il mondo… cosa che quantomeno risolve in maniera eccellente il caricamento del sito in Italia da un server statunitense. :-P
“E Octopress?”
Octopress è un overkill nel 90% dei casi. Aggiunge codice Ruby al codice Ruby di Jekyll per fare relativamente poco, il che significa che per me, che sto cercando di ridurre la complessità di WordPress a uno zero assoluto (circa), anche no. Pure perché, una volta scritto per bene il template di Jekyll, non riesco a capire a cosa possa servire dato che GitHub Pages fa già il deploy da sé.
Insomma, tutto è bene ciò che finisce bene: mi scuso con chi aspettava qualcosa pubblicato da me in questi giorni, ma ho preferito dare la massima priorità a questo lavoro in modo da sbrogliarmi prima possibile.
24 Aug 2014

GitLab sembra aver messo il turbo. Di rientro dalle ferie infatti, aprendo il feed reader che ormai gridava vendetta per la quantità di elementi non letti che avevo, ho visto che proprio ieri è stata rilasciata la versione 7.2 di questo software open source che ho iniziato a usare ormai in ambito di produzione, e che sinceramente trovo di una bellezza (si può dire di un programma che è bello?) disarmante. Ci sono un bel po’ di novità in GitLab 7.2, e arrivano tutte a stretto giro rispetto al mio post dell’altra volta, il che mi ha sorpreso notevolmente. Il changelog è fitto di migliorie per così dire estetiche, ma bando alle ciance, andiamo a vedere cosa ci aspetta con questo aggiornamento:
- Le etichette: adesso le etichette possono essere colorate :-) Se ne facciamo largo uso, sicuramente ci perderemo in mezzo a un bazilione di label diverse assegnate alle nostre issue di progetto. Finalmente è possibile colorare queste etichette, e colorarle non solo di una palette predefinita ma anche di colori personalizzati. Dato che mi sta molto a cuore l’issue management, considero cambiamenti come questo irrisori dal punto di vista teorico, ma ingenti dal punto di vista pratico visto che permettono un colpo d’occhio decisamente più efficace sullo stato di avanzamento dei lavori.
- Le Star: In azienda si usano diversi strumenti per il networking tra dipendenti. Di fatto, col tempo, la Star di GitHub è diventato oltre che un’aggiunta al proprio elenco di bookmark, anche un importante elemento di social networking dato che ha emulato il Like di Facebook. Circa. GitHub se n’è accorto, e per stilare GitHub Explore (ovvero l’interessantissima newsletter che mandano ogni settimana agli iscritti - e voi dovreste iscrivervi, che domande) usa proprio delle metriche parametrizzate sul numero di star che un progetto riceve - oltre che i fork e tante altre cose. GitLab 7.2 può fare la stessa cosa, finalmente, quindi per gli utenti è possibile “starrare” i repository di altre persone oltre che forkarli. Hell yeah!
- Diff unfolding: Questa è una novità molto interessante. Di solito nel diff che ci mostra GitLab le parti nascoste non possono essere visualizzate. Vediamo quindi solo ciò che è inerente il contesto delle rimozioni e delle aggiunte ad ogni file. GitLab 7.2 introduce invece la possibilità di clickare sui puntini di sospensione visualizzati sull’interfaccia web del tra i commit, permettendoci di visualizzare ulteriori parti non cambiate del file, fino ad arrivare a visualizzare tutto, senza esclusioni di sorta. Molto, molto bene - ed è, credo, anche la feature tecnicamente più rilevante di questa versione.
- Pagina Explore rivista: La pagina Explore, che sarebbe quella pagina web dove vengono visualizzati tutti i progetti pubblici della vostra installazione di GitLab, è stata completamente rivisitata in favore di un design più moderno, pulito e meno “brandizzato”, se vogliamo. Sono molto soddisfatto di questa pagina personalmente; mi auguro che anche altre parti dell’interfaccia vengano riviste (magari non quelle relative alla dashboard) per rispecchiare questo design.
Aggiornamento
Beh, abbiamo spolpato abbastanza il changelog - il resto sono caratteristiche della versione Enterprise, o che non mi interessano (:-D). Quello che invece rimane è l’aggiornamento: siccome è il mio primo aggiornamento di GitLab, “recensisco” (e vi mostro in breve) la procedura adesso; pensavo a qualcosa di più complicato, invece per aggiornare la vostra installazione di GitLab 7.1 a GitLab 7.2 basta dare i semplici comandi di seguito.
Per prima cosa, creiamo un backup:
$ sudo gitlab-rake gitlab:backup:create
Dopodiché, andiamo a interrompere le operazioni dei servizi che ci intralcerebbero, scarichiamo il pacchetto, e installiamo la nuova versione:
$ sudo gitlab-ctl stop unicorn
$ sudo gitlab-ctl stop sidekiq
$ wget https://downloads-packages.s3.amazonaws.com/debian-7.6/gitlab_7.2.0-omnibus-1_amd64.deb
$ sudo dpkg -i gitlab_7.2.0-omnibus-1_amd64.deb
$ sudo gitlab-ctl reconfigure
$ sudo gitlab-ctl restart
Gli ultimi due comandi lanceranno la riconfigurazione e la migrazione a GitLab 7.2.
La parte divertente
Già che ci siamo vi racconto anche un aneddoto interessante: non fate gitlab-ctl stop, per nessuna ragione al mondo, oppure arresterete anche Redis e PostgreSQL (o quello che usate come database) - che è quello che ho fatto io al posto di stoppare solo Unicorn e Sidekiq. Il risultato è stato che gitlab-reconfigure ha fallito la migrazione del database, e mi sono dovuto andare a cercare come lanciarla a mano (senza trovare nulla: quello che vedete sotto è un comando inventato sul momento che per puro caso era veramente quello. :-D
Per lanciare manualmente la migrazione del database della vostra installazione di GitLab, aprite una shell e date questo comando:
$ sudo gitlab-rake db:migrate
Tutto andrà a posto, come nei finali delle migliori fiabe.
Buon lavoro a tutti :-)
04 Aug 2014

Siamo nella situazione prevista da Lawrence Lessig nel suo Code. Le leggi le fa il software. La sfiducia nella politica impedisce di ritenere possibile e sensato un intervento democratico.
Luca De Biase fa un degno punto della situazione correlando alcuni fatti di questi giorni, e correlandoli piuttosto bene. Ci sono però alcune precisazioni da fare, e qualche bastonata da dare a chi dovrebbe fare di più ma rimane evidentemente impantanato nel proprio operato.
Perché è vero che le leggi in questo momento le sta facendo il software - o meglio, chi sta dietro a un preciso software - però c'è sempre da dire che le leggi hanno il compito di regolare e in parecchi casi coadiuvare il rapporto tra individui e tra enti; e se i software, per così dire, hanno potere legislativo in questo tavolo è solo perché dovrebbero esserci altri stakeholder immersi in questa trattativa, in questo caso (per l'Italia) drammaticamente assenti.
Dove sono i nostri digital champion? Dove sono le istituzioni, quelle vere? Non sono dell'opinione di Luca, in Parlamento abbiamo diverse figure competenti in materia; è che probabilmente non vengono indirizzate queste competenze nella maniera giusta. Infine, un grosso plauso al concetto del mettere in piedi un'infrastruttura in cui tutti possano muoversi nella norma, senza daneggiare nessuno, e senza il bisogno di costruire la Google Nation. Che sennò poi c'andiamo a rimettere.
Digital champion italiani, vi si aspetta al varco, metteteli voi i paletti ché nessun altro è qualificato per farlo.
Photo courtesy of Daniel Mitsuo
28 Jul 2014

Nonostante in questo periodo stia guardando con interesse qualsiasi notizia proveniente dal mondo open source mi ero perso uno degli aggiornamenti più importanti riguardo - probabilmente - uno tra i miei software preferiti, ovvero GitLab. Il clone open source del sistemone che usa GitHub (non esageriamo, ma in piccolo è così) infatti si è reso veramente molto simile al suo parente chiuso, con alcune feature che, portate in uso stabile in questa release, lo rendono perfetto anche per aziende che dal proprio flusso di lavoro pretendono parecchio anche a livello di frontend per i propri sviluppatori.
Bando alle ciance, il changelog di GitLab 7.1 parla da sé:
- API per i contributor: adesso possiamo prenderci tutti i contributor di un progetto con una singola chiamata API. Statistics incoming! :D
- Discussioni: se c’è una cosa che GitHub sa fare bene, è consentire a persone potenzialmente sociopatiche e omicide di esprimersi verbosamente senza causarsi danni fisici. GitLab ha fatto tesoro di tutto questo, implementando un frontend per le discussioi che permette di tirare in ballo linee di codice, emoticon e quant’altro (persino cambiamenti & co.) senza dover sacrificare nessun gallo nero al signore oscuro. Un grosso passo avanti. Mi scusino gli sviluppatori che si sentono vessati da queste osservazioni… ma lo sapete meglio di me che è vero. Vi vengo a portare le arance al gabbio, prometto.
- Nuova pagina di login: è bellissima. Punto. Forse un filo enterprise, ma ci sta.
- VERSION nella sidebar: se avete un file VERSION all’interno del repository, vi verrà mostrato nella sidebar il contenuto, ovvero il version number. Mai più persi tra mille rilasci ;)
- Milestone di gruppo: semplicemente epico. Se abbiamo un progetto suddiviso in più sottoprogetti, le group milestone permettono di raggruppare tutte le issue di tutti i progetti che appartengono a una milestone nominata ugualmente in ogni sezione. Questo significa che per la milestone “pippo” potremo avere una visione di insieme parecchio ampia per quanto riguarda ogni milestone e chiuderla (o riaprirla per lavori dell’ultimo minuto) con molta più cognizione di causa, esaminando la situazione nel complesso.
È sicuramente un bel traguardo, questo, sia per GitLab che per l'intera comunità open source: avere a disposizione sia GitHub (che ormai è lo standard de facto per tutto quello che viene portato avanti in totale apertura) che un software as-a-service per sviluppare qualcosa di interno dove decidere la disponibilità per il pubblico di ogni repository è un grosso valore aggiunto, dato che naturalmente si abbassano i costi della piattaforma di code hosting, e soprattutto chi vuole può installare il proprio software in-house senza dover dipendere da fornitori con comportamenti ballerini.
Auguri GitLab, ancora una volta :-)