Alessio Biancalana Grab The Blaster di Alessio Biancalana

Ok, panico

In questa nuova internet dove i blogroll non vanno più di moda, vi do un consiglio: se vi piacciono i linguaggi di programmazione, leggetevi Ok, panico. Prima ci scrivevano un po’ di persone, adesso l’autore principale del blog è rimasto principalmente juhan, che continua ad appuntare tutto quello che studia nei suoi post dal sapore (e dal sapere) scientificamente squisito.

Adesso sta studiando Maxima, mentre io approfondisco Elixir.

È un grande.

Leggetelo.

Elixir Roma ha un cuore che non smette mai di battere

Ormai è un bel po’ di tempo che principalmente io e Claudio ci occupiamo della community di Elixir Roma (in quanto a contenuti lui è decisamente più prolifico di me), così dato che negli ultimi tempi ci sono stati un po’ di eventi importanti per noi alchimisti romani, ho deciso con una PR di portare un po’ di gioia e rivoluzione nel nostro giardino.

Ho dato una spolverata al sito, abbiamo ricominciato a postare sul blog una piccola minuta degli incontri, e ci stiamo sforzando di fare meglio la pianificazione dei successivi. Questo perché:

  • Abbiamo ricevuto una visita in ufficio! Marco di Elixir Atlanta ci ha fatto sapere che in quanto a “risalto” siamo la prima community Elixir in Italia. Così abbiamo deciso di dare valore a questo sforzo;
  • Nel tempo, lentamente, con tantissima pazienza, stiamo aumentando;
  • Siamo stati insieme a Code Beam Lite, di cui spero di poter scrivere quanto prima perché è stata davvero una bella esperienza.

E insomma, senza nessuna occasione speciale si riparte. Mi rende particolarmente orgoglioso il risultato che abbiamo ottenuto nel tempo. È frutto di uno sforzo costante, e soprattutto raggiungere questi traguardi mi fa affrontare (e non solo a me chiaramente) quanto è difficile mettere in piedi una community su qualcosa di nicchia come Elixir a Roma.

Protocolli compromessi dal fattore umano

È già un po’ che questa mia riflessione va avanti, ma solo oggi, 12 marzo, il “compleanno del WWW”, ha trovato una forma degna di essere espressa.

Abbiamo fallito.

E dico abbiamo perché, per quanto uno zero virgola, ho sempre avuto in quanto sviluppatore, in quanto nerd, in quanto “ricercatore” (qualsiasi cosa significhi), in quanto scienziato – pazzo ma pur sempre tale – il piacere di considerarmi una parte di Internet, una parte dell’allargatissimo gruppo costituente di pazzi che ha dato vita al mondo come lo conosciamo adesso.

Per la verità in gran parte questo ecosistema l’ho subìto, ma ho commentato RFC, contribuito al software open source, scritto di Linux. E sono qui oggi a proclamare, secondo quello che è il mio poco elevato e utile punto di vista che “noi”, chiunque sia questo noi ipotetico, abbiamo fallito.

Pensavamo che Internet avrebbe dato il potere alle persone di comunicare, e che queste una volta appreso il potere che avevano in mano l’avrebbero gestito e controllato. Lo avrebbero usato per il bene. Non sarebbero più esistite barriere comunicative né di ceto sociale, reddito, altro. In una visione estremamente romantica, idealizzata, distorta di ciò che era possibile usando la Rete e rendendola pervasiva nelle nostre vite e negli ambienti che frequentiamo, abbiamo creduto che sarebbe successo il meglio del meglio.

Chiaramente è successo il peggio del peggio. Invece di prenderci ciò che è nostro di diritto, la libertà di parola assoluta, abbiamo permesso ad altri di imporre la loro volontà e usurparcelo. Le telco hanno preso il controllo, anzi forse è meglio dire/scrivere che lo hanno sempre avuto. Ci hanno resi schiavi e vacche da mungere, oggi tramite Facebook, domani tramite Instagram, dopodomani tramite la nuova moda del momento. Nonsense in quattro terzi su palmari in sedici noni.

E oggi, oggi che Google dedica l’ennesimo Doodle (e sarebbe ben ipocrita il contrario) al protocollo che le ha permesso di diventare un colosso da centodieci miliardi di fatturato e dodici miliardi di utile netto, parlando con Agnese lei mi ha detto:

È quello che avrebbe cambiato il mondo, se solo il mondo non fosse fatto di persone

Ho realizzato che ci sta. Abbiamo cercato di spingere una soluzione tecnica1 a risolvere un problema non tecnico. Un problema umano. Da questo mi è venuto in mente un post che ho letto un paio di settimane fa, che mi aveva fatto sorridere sul momento:

On the other hand Gopher is a text only protocol that is great to deliver text only documents where the stress is in what you write. But that would be fetichism, for me the silver bullet of Gopher is that it is UNCOOL. Uncool enough that it will be forever, AFAIK, an alternative reality where certain folks can decide to separate from the rest, to experience a different way to do things, more similar to the old times of BBSs or the first years of the internet. A place where most people will not want to go just to read nerdy stuff in an 80 columns fixed size font.

[…]

Well, have fun with Gopher! I hope this Gopher thing will go forward, I really believe there are a few of us that need to create a community outside the chaos of the modern Internet. No, it will not be possible to have no interactions. For instance I’ve no plans to stop blogging or using Internet. But certain slower higher quality communications need a place to prosper.

Antirez ha deciso per il decimo compleanno di Redis di implementare la comunicazione tramite Gopher, un protocollo alternativo ad HTTP largamente usato anche ai tempi della nascita del WWW. La sua frase è emblematica, perché con molta ironia riconduce ancora una volta il problema umano a una soluzione tecnica; questa volta però c’è quel sottotesto di proposta di eremitaggio di “contenuti di qualità” (trittico di parole che necessiterebbe di una definizione lunga svariate pagine) che fa ridere, e fa pensare.

Fa pensare perché Internet sarebbe un posto clamorosamente bello se fosse libero dalle persone. Libero dalle mammine pancine e da tutta una serie di soggetti categorizzati ed etichettati da altri soggetti che non fanno altro che urlare “io tifo asteroide” alimentando il circlejerk2 che porta all’estremo il teorema della bolla di filtraggio.

E dunque arriviamo al paradosso: l’adozione di un altro protocollo, perché HTTP è diventato troppo “pieno di schifezze”, quasi al punto da essere irrecuperabile. La soluzione tecnica ad un quesito umano, quello di Corrado Guzzanti, secondo il quale “aborigeno, ma io e te, che cazzo se dovemo dì?”.

Fa ridere eh? Certo che fa ridere. Lo sapete perché? Perché è vero.

Buon compleanno, piccolo esperimento incancrenito chiamato World Wide Web. Cento di questi giorni.

  1. Information Management: A Proposal, il paper originale di Tim Berners-Lee. 

  2. A group discussion or activity between like-minded individuals that validates mutual biases or goals in a non-confrontational environment. From Urbandictionary 

Un nuovo logo per Fedora

Fedora new logo proposal

Parliamo di questo nuovo logo che Fedora sta analizzando: sono veramente troppo troppo contento che il progetto Fedora, una delle distro Linux a cui sono più affezionato e che mi ha servito più fedelmente, stia valutando una nuova proposta di logo.

Le proposte che hanno ricevuto maggior cura, attenzioni, e su cui sta avvenendo una scrematura e un rework ulteriore sono due: io nell’immagine allegata in capo al post ho inserito quella che mi piace di più, che mi piace (giustappunto) un casino perché rappresenta un punto di rottura rispetto al passato, un rebrand forte dove non è più la “goccia” classica a rappresentare Fedora, quanto il simbolo dell’infinito che ho sempre trovato d’ispirazione.

Questa proposta si presta oltretutto benissimo alle varie coniugazioni di Fedora, dalla versione Server a quella Workstation, e gli splash screen che verrebbero fuori secondo me sono clamorosi. Ci sarebbe sicuramente uno slancio maggiore verso un futuro più roseo, magari un po’ di adoption in più. Se solo Adwaita (il tema di default di GNOME) fosse più accattivante oltre che funzionale.

Fwd: Engineering management: the pendulum or the ladder

Mi è capitato oggi di cominciare a leggere un post di Charity Majors sulla dicotomia tra management e ruoli operativi nelle aziende tech. Devo dire che la metafora della scala e del pendolo che usa mi ha colpito molto, e ci sono tantissimi estratti che da una persona di maggior esperienza possono essere veramente utili a qualcuno che come technical leader si vuole fare le ossa.

More critically, your patterns of mind and habits shift over time, and become those of a manager, not an engineer. Consider how excited an engineer becomes at the prospect of a justifiable greenfield project; now compare to her manager’s glum reaction as she instinctively winces at having to plan for something so reprehensibly unpredictable and difficult to estimate. It takes time to rewire yourself back.

If you like engineering management, your tendency is to go “cool, now I’m a manager”, and move from job to job as an engineering manager, managing team after team of engineers. But this is a trap. It is not a sound long term plan. It leads too many people off to a place they never wanted to end up: technically sidelined.

Devo dire che questi paragrafi mostrano un pattern che ho visto ripetersi tante e tante volte su persone vicine geograficamente, vicine al cuore, e anche lontane rispetto a entrambi gli ambiti, quello geografico e quello affettivo. Ce la metti tutta come developer, e la tua azienda pensa che farti smettere di programmare sia qualcosa che possa minimamente interessarti. Personalmente, sono arrivato alla conclusione che per me potrebbe essere uno sgarbo tra i peggiori1.

Per chi vuole programmare, personalmente ho sempre considerato l’intraprendere un percorso da manager estremamente stupido. Anche perché la leadership tecnica spesso è qualcosa di totalmente diverso, e necessita che la propria figura resti autorevole nel tempo; per fare questo è necessario praticare il pendolo, ovvero continuare a sporcarsi le mani con l’operatività ove possibile. E questo non è assolutamente praticabile in ruoli di “manager management”. Intraprendere una carriera diversa dovrebbe essere un cambiamento dettato dalle proprie aspirazioni in assoluto, non da (tra l’altro) un fattore monetario. Il che ci porta al punto successivo.

It is in no one’s best interest for money to factor into the decision of whether to be a manager or not. Slack pays their managers LESS than engineers of the same level, and I think this is incredibly smart: sends a strong signal of servant leadership.

Quanto è bello leggere queste parole? Parecchio.

E purtroppo è meno bello ma vero, troppo vero, leggere una tra le conclusioni:

If you want a sustainable career in tech, you are going to need to keep learning your whole life. The world is changing much faster than humans evolved to naturally adapt, so you need to stay a little bit restless and unnaturally hungry to succeed in this industry.

Stay restless ragazzi. Qualche notte alzati, e potreste mettere un divario incolmabile tra voi e i vostri pari (di grado, di età). Non è molto incoraggiante, ma per quanto l’IT sia pieno di placidi nerdacchioni dal cuore gentile, è anche pieno di persone che hanno una voglia di imparare che alla maggior parte delle persone “ordinarie” risulta quasi tossica.

  1. Assicuratevi che la vostra azienda sappia che voi volete programmare, se volete farlo.