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    <title>Grab The Blaster</title>
    <link>https://dottorblaster.it</link>
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    <description>di Alessio Biancalana</description>
    <language>it-it</language>
    <pubDate>Sat, 28 Mar 2026 09:48:44 +0000</pubDate>
    <lastBuildDate>Sat, 28 Mar 2026 09:48:44 +0000</lastBuildDate>

    
    <item>
      
        <title>Giappone: ancora una volta, e ogni volta di più</title>
        <link>https://dottorblaster.it/2026/03/giappone-2026/</link>
        <pubDate>Sat, 21 Mar 2026 10:52:01 +0000</pubDate>
        <author>dottorblaster@gmail.com (Alessio Biancalana)</author>
        <guid>https://dottorblaster.it/2026/03/giappone-2026</guid>
        <description>&lt;p&gt;Essendoci sposati da poco, io e Agnese avevamo un viaggio di nozze da fare. Ovviamente, dati i risultati dell’ultima volta, la destinazione non poteva essere che (di nuovo) il Giappone. È veramente difficile descrivere la sensazione che ho provato a poggiare le mie regali terga di nuovo sul sedile di un aereo diretto a Tokyo, perché data la frequenza comincio a diventare un viaggiatore abituale della tratta, e nonostante ormai sappia cosa mi aspetta, in realtà il sentimento che mi attanaglia sin da qualche giorno prima della partenza è sempre più forte, e sempre più di felicità e gioia pura.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/B442F232-5708-4DC6-9E50-218C81944678.jpg&quot; alt=&quot;Un vicolo di Shinjuku, fotografato a caso durante una passeggiata&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ancora adesso se ripenso a questo viaggio, sento delle fitte (anche al fegato oltre che al cuore lol) talmente forti di nostalgia nei confronti di un paese di cui anche se non mi sento parte ho imparato molto, che l’unico rimedio possibile è guardare di nuovo i voli (more on that later).&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/E52D20F7-F13C-4EC6-A2DE-5FB4957D7226.jpg&quot; alt=&quot;Manzo col miso, mangiato in un ristorante incredibile in un posto incredibile&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ma andiamo con calma. Come al solito in assenza di un criterio migliore l’unica opzione per rapportarsi agli eventi è adottare l’ordine cronologico.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/82A5A469-CFD0-44B6-A798-1778DBD00525.jpg&quot; alt=&quot;Uno strano essere che ho fotografato fuori da un santuario&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;ともだちと東京-tomodachi-to-tokyo&quot;&gt;ともだちと東京 (tomodachi to Tokyo)&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Per prima è venuta Tokyo. Siamo ovviamente atterrati ad Haneda, e giusto il tempo di farci una chiacchierata con la nostra “tutor” Yuki-san che era già arrivata l’ora di incontrare i nostri amici Marta e Gabriele, in viaggio in Giappone anche loro: dato che loro avevano deciso di partire qualche settimana prima di noi, ci siamo organizzati affinché il loro passaggio a Tokyo per prendere il volo di ritorno coincidesse con i nostri giorni di arrivo.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/197CA1CA-D280-4F3C-9874-D7ABBB4A10B1.jpg&quot; alt=&quot;Tokyo vista dalla lobby dell&apos;albergo&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;È stata quindi un’esperienza molto particolare, quella di poter camminare tra le strade di Tokyo (e i negozi… quanti negozi… che fatica…) con due miei carissimi amici. Penso che il Giappone vada goduto da soli a volte? Certo. Penso che sia impareggiabile andare in un izakaya a bere con delle persone che conosci da una vita? Parimenti. È così che ci siamo ritrovati a brindare coi ragazzi a Golden Gai, mangiare sushi in posti in cui non sarei oggettivamente mai entrato da solo&lt;sup id=&quot;fnref:1&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:1&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;1&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt;, ridere davanti alla griglia dello yakiniku&lt;sup id=&quot;fnref:2&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:2&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;2&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Se a questo punto vi state chiedendo se abbiamo solo mangiato, la risposta è no. Ma ci siamo andati molto vicino.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;In realtà oltre a mangiare a ogni pié sospinto abbiamo soprattutto visitato mostre, tra cui la &lt;a href=&quot;https://tcv.roppongihills.com/en/exhibitions/eva30/&quot;&gt;All of Evangelion&lt;/a&gt; a Roppongi Hills per i 30 anni del franchise. Ovviamente tra bozzetti originali, scene tagliate e action figure giganti, c’era sinceramente da leccarsi i baffi. Ho amici affezionatissimi alla saga (io lo sono, ma meno) che mi hanno mandato urla in risposta alle foto. Devo dire che anche se si è veramente guardato solo un episodio, comunque la mostra ha il suo gigantesco perché, anche solo per osservare la fauna: dai ragazzi fomentatissimi, a gente di sessant’anni, Evangelion mostra veramente un ampissimo abbraccio generazionale che unisce bambini e anziani.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Oltre a questo, abbiamo fatto una scappata (oltre che al Meiji Jingu) al teamLab Borderless, dove per noi era la seconda volta, e che dire, è sempre meraviglioso. Anche riandarci di nuovo mi ha comunque fatto commuovere come un lattante. A chiunque legga questo post, abbia letto magari lo scorso, e si trovasse a passare da Tokyo: &lt;em&gt;andateci&lt;/em&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Fatte queste cose, goduto un po’ l’hotel con la lobby &lt;em&gt;stratosferica&lt;/em&gt; con vista sulla skyline di Tokyo con la Tokyo Tower in primo piano e il Fuji-san sullo sfondo, salutati Marta e Gabriele con un “ci vediamo a casa”, abbiamo portato le nostre regali e appena sposate terga sullo Shinkansen in direzione Hokkaido.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/609F1126-2E68-4AC8-8B14-FE68C9672A1F.jpg&quot; alt=&quot;Un po&apos; di vista dalla finestra della camera a Tokyo&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;hakodate&quot;&gt;Hakodate&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Hakodate secondo me è un posto di cui ci si innamora facilmente. Quando arrivi è tutto immerso, specie tra dicembre e febbraio, in questa coltre di neve che, oltre a farti potenzialmente spaccare le gambe cadendo a causa del ghiaccio, rende l’atmosfera incredibilmente ovattata e adorabile, questo nonostante le basse temperature. Abbiamo subito capito che il gelo la faceva da padrone, e l’abbigliamento tecnico è ovviamente stato il nostro migliore amico per tutta la permanenza in Hokkaido. Preparati discretamente e vestiti di tutto punto abbiamo quindi esplorato questo posto tutto nuovo.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/219621B0-28AB-4A25-B824-CA0356C4B3D4.jpg&quot; alt=&quot;Un ragazzo pulisce il suo negozio dalla neve ad Hakodate&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Hakodate è una città portuale con una discreta eredità da condividere e raccontare: a seguito del trattato di Kanagawa del 1854 è stata una delle prime città portuali del Giappone ad aprirsi agli scambi con l’estero. Questo l’ha portata non solo a fiorire economicamente, ma anche a contaminare la propria cultura locale con tantissime influenze. Questo può essere ritrovato innanzi tutto parlando con i locali, che non vi guarderanno sicuramente storto come il giapponese medio (ci dovete stare amici giapponesi, a volte ci guardate &lt;em&gt;veramente&lt;/em&gt; storto), felici di darvi da mangiare con la pala.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Eh già, perché in Hokkaido si mangia forte e chiaro, e Hakodate ci tiene a farvi subito capire dove siete arrivati. Il secondo aspetto dove la contaminazione estera si palesa vigorosamente infatti è proprio quello del cibo. La cosa più allucinante di tutta la città, secondo me, è Lucky Pierrot: una catena di &lt;em&gt;ventisette&lt;/em&gt; (al momento della scrittura di questo post) diner, sparsi per tutta Hakodate, ognuno arredato con un particolare tema, ognuno con le sue note estetiche particolari, ma tutti che condividono un &lt;a href=&quot;https://luckypierrot.jp/en/menu/&quot;&gt;menu stratosferico&lt;/a&gt;: la specialità di Lucky Pierrot infatti è questo burger di pollo fritto “alla cinese”, che ho guardato con sospetto il tempo di una prima occhiata, perché in realtà è di una bontà incredibile. Tempo di spazzolarmene uno e già ne volevo altri duecento, devo ammetterlo.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/0D5AD1AE-353E-4EB2-BAB6-CB11C4BF7A5B.jpg&quot; alt=&quot;Hamburger di Lucky Pierrot&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Quando parliamo di diner, oltretutto, parliamo proprio di diner all’americana, con i divanetti di pelle, i tavolini quadrati e il bancone. La dissonanza tra il trovarsi in Giappone e questa estetica completamente mutuata da oltreoceano è guarnita come ciliegina sulla torta dal logo di Lucky Pierrot, di cui io sono profondamente innamorato: un lisergicissimo clown coi capelli lunghi, un cappellino e le stelle negli occhi. Non so se fosse nelle intenzioni originali di chi ha curato la strategia di branding, ma per me è la rappresentazione massima e perfetta del trip immenso che ti fai dopo che hai mangiato un panino lì, a livello di godimento.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/113DDB52-EE06-4783-9860-F718CF0E4AC0.jpg&quot; alt=&quot;Lucky Pierrot dall&apos;esterno&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Piccolo inciso: in un secondo Lucky Pierrot abbiamo mangiato quella che credo sia l’omurice più cicciona della mia vita.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/CE176C89-6ACB-42C3-A557-A81900A98AAB.jpg&quot; alt=&quot;L&apos;omurice criminale di Lucky Pierrot&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Purtroppo non siamo riusciti a portare a casa la busta della spesa targata Lucky Pierrot. Sarà per la prossima volta, tanto sicuramente torneremo.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/C5548027-371B-4E00-B81F-12F1AC97BF99.jpg&quot; alt=&quot;Il golfo di Hakodate&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La terza visione dell’influenza occidentale sull’Hokkaido e in particolare su Hakodate la abbiamo nel momento in cui guardiamo la struttura della città: abbandoniamo le strutture delle strade tipicamente giapponesi, e vediamo una città costruita ed espansa con la tipica struttura urbanistica americana a griglia, che si sposa magnificamente però con il modo giapponese di costruire edifici molto più piccoli rispetto ai corrispettivi statunitensi. Hakodate è la “sister city” (quindi gemellata, potremmo dire) di Halifax, con cui condivide oltretutto un forte a forma di stella. Se Citadel Hill offre una visione incredibile quando si visita Halifax, il Goryōkaku di Hakodate contraccambia questa meraviglia colpo su colpo. È stato veramente bellissimo non solo camminare nelle sue vicinanze, ma salire sulla torre panoramica per vedersi la vista sia del forte che della città, per poi assaggiare un soft serve al gusto Ramune (!!!) guardando il tramonto su Hakodate e su questa meravigliosa stella disegnata sul territorio giapponese.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/C149C385-256A-4111-9181-4C75705BE383.jpg&quot; alt=&quot;Goryōkaku Park a Hakodate, visto dall&apos;alto&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Hakodate non si ferma a questo però: il mercato mattutino del pesce è una perla, molto meno confusionario di altri mercati più blasonati in Giappone ma assolutamente all’altezza (penso a Tsukiji per esempio) per avere una bella visione sul pescato del giorno e, perché no, per fare uno spuntino: io non sono tantissimo tipo da pesce, quindi con me una tentazione del genere lascia il tempo che trova, ma Agnese non se l’è fatto ripetere due volte e si è spazzolata una enorme chela di un granchio colossale. Siccome far mangiare da sole le persone è maleducazione, io comunque dato che “fritto è bono tutto” mi sono trattato bene con del pollo fritto, che in Giappone (e in particolare ad Hakodate) è possibile trovare anche in un mercato del pesce.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/D8F0D848-121C-4467-9866-9825E6589E79.jpg&quot; alt=&quot;Killbilla alle prese con la sua chela di granchio. Ve l&apos;avevo detto che era colossale!&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Piccola chicchetta finale: Kanemori Warehouse. Quattro edifici di mattoni rossi che ospitano un mercato al coperto dove ovviamente potete comprare ogni sorta di cosa carina, dal sapone fatto di &lt;a href=&quot;https://en.wikipedia.org/wiki/Amorphophallus_konjac&quot;&gt;konyakku&lt;/a&gt; alle candele profumate agli strofinacci per la cucina con lo shima enaga, l’uccellino “simbolo” dell’Hokkaido. Gli edifici di mattoni rossi fanno tanto Boston, e anche qui possiamo respirare la contaminazione meravigliosa che l’occidente ha avuto in questo posto più che nel resto del Giappone. Il fatto che dentro la Kanemori Warehouse ci sia la Hakodate Beer Hall è ovviamente un ulteriore motivo per non mancare la fermata.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/D5001DBD-7F53-4F78-975F-109C148097A9.jpg&quot; alt=&quot;Vista panoramica di Hakodate dalla funivia&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Oltre tutto questo, l’Hokkaido ci è entrato subito nel cuore per via dei paesaggi: molto diversi da quelli del Giappone che si vede di solito, e ce ne viene data subito una dimostrazione (tipo vulgar display of power però) quando da Sapporo a Hakodate, e viceversa per il ritorno, si prende la Hokuto Line. La Hokuto Line è una linea ferroviaria che opera tra Hakodate e Sapporo, e da quando il treno lascia la stazione di partenza si viene subito immersi in una coltre di neve enorme, e in visioni da cartolina e da fotografia. Pur essendo tre ore e mezza (e spicci) di viaggio, in realtà il tempo passa subito perché non c’è tratta che non ci faccia stare appiccicati al finestrino, un po’ col telefono in mano a fotografare, un po’ semplicemente con il naso attaccato al vetro. Gli scorci di natura che offre sono clamorosi: dalla natura della foresta innevata con tanto di volpi, a laghi interamente ghiacciati talmente grandi da stare nel campo visivo a fatica, fino ad arrivare a spiagge dove il mare incontra la sabbia e contemporaneamente anche la neve.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/CD876122-831F-4186-BADF-698BC1741BED.jpg&quot; alt=&quot;La vista, candida, dalla Hokuto Line&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ed è appunto a bordo dell’Hokuto&lt;sup id=&quot;fnref:3&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:3&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;3&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt; che siamo arrivati a Sapporo.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;sapporo&quot;&gt;Sapporo&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Sapporo ci ha fatto un effetto stranissimo. All’inizio uno può trovarsi spaesato e dire “vabbeh ma quindi Sapporo è tutta qui?”: il motivo di questa impressione è che a me ha praticamente ricordato una versione più simpatica e piccolina (per modo di dire) di New York. Anche qui abbiamo una struttura a griglia, e se ci immergiamo poco poco nella movida notturna vediamo subito a Susukino un incrocio che ci ricorda tantissimo di Shibuya e di Time Square, con il barbutone della Nikka che ci ammikka (scusate…), pronto a farci da custode in tutte le nostre scorribande notturne. Sapporo su questo mi ha ricordato molto Osaka, città che non mi ha appassionato lungo la scorsa visita ma che è innegabile che abbia un fascino notturno tutto suo, dove i locali sanno assolutamente come godersi le giornate… e le nottate.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/E7850FBA-8043-47E6-B86C-45D414743F0A.jpg&quot; alt=&quot;Uno scorcio di Susukino&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Larga parte della curiosità verso l’Hokkaido e verso Sapporo in particolare, lo dico senza vergogna, è venuta sia a me che ad Agnese quando abbiamo visto &lt;a href=&quot;https://en.wikipedia.org/wiki/First_Love_%282022_TV_series%29&quot;&gt;First Love&lt;/a&gt; su Netflix, ed essendo la serie ambientata a Sapporo ci siamo ovviamente presi un bel po’ di tempo per organizzare un tour delle location ritratte, che ho scoperto poi essere una vera e propria roba che ha dei praticanti. È possibile scaricare un booklet dove ci sono tutti i posti con tanto di indicazioni per arrivarci e curiosità aggiuntive. Senza stare a spoilerare, oltretutto è stato meraviglioso scoprire che avevamo l’albergo praticamente &lt;em&gt;in faccia&lt;/em&gt; a Nakajima Kōen, che è uno dei posti fondamentali e che avevo più voglia di vedere. A Nakajima Kōen c’è appunto l’osservatorio di Sapporo, dove chiacchierando&lt;sup id=&quot;fnref:4&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:4&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;4&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt; con il signore che era lì di stanza abbiamo potuto vedere Vega in pieno giorno. Che figata. Era da quando ero piccolo che non entravo in un vero osservatorio.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/95893AE7-947B-4119-A5B2-8DC418AE9B5E.jpg&quot; alt=&quot;Osservatorio di Sapporo.&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Riprendendo la tematica ristoranti e vita notturna, immancabile a Sapporo è Susukino, che è appunto la zona “al centro” piena di ristoranti di una bontà incredibile. Non metterò i nomi dei piccolissimi ramen-ya in cui siamo stati, semplicemente perché non hanno sicuramente problemi di poco lavoro e odio quando i posti vengono presi d’assalto grazie al passaparola (e vi garantisco che i giapponesi lo odiano parimenti). Dubito che siate in zona Sapporo, ma a chi me lo chiede in privato posso dare tutti i dettagli. Quello che voglio scrivere qui però è che &lt;strong&gt;ho mangiato tra i ramen più buoni della mia vita&lt;/strong&gt;. L’Hokkaido sul ramen non scherza affatto, e il freddo ha fatto sviluppare tutto un filone di ricette piuttosto laide dato il fabbisogno calorico dei locali, che è semplicemente paradisiaco per le papille gustative dei gaijin che ci entrano in contatto.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/05A608AA-9D5B-450C-B52E-E9B90D83F891.jpg&quot; alt=&quot;Uno squisito shoyu ramen direttamente dall&apos;Hokkaido&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La cosa che tra l’altro abbiamo imparato abbastanza in fretta è che oltre la Sapporo superficiale esiste, per ovviare al freddo, anche una Sapporo sotterranea fatta di sottopassaggi (in maniera simile ai tunnel delle città canadesi, penso), dove si possono trovare altri negozi e altri posti dove mangiare.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ci sono due posti incredibili dove andare a Sapporo e dintorni: il primo ovviamente è la fabbrica della birra Sapporo, con un tour che a un prezzo ridicolo (meno dell’equivalente di dieci euro) ci viene insegnata tutta la storia di come la Sapporo è partita in Giappone, come la produzione birraia è evoluta grazie a nuove tecniche nel tempo, e soprattutto ci viene offerta in una sala estremamente pittoresca una degustazione della Sapporo moderna e della ricetta classica, che viene venduta solo in Hokkaido (buonissima). Andando a Yoichi invece, che è un posto talmente in braccio alle stelle da non avere nemmeno i tornelli automatici nella stazione del treno, possiamo tramite un complicatissimo form online prenotare la visita alla distilleria della Nikka. La cosa meravigliosa è che mentre alla fabbrica della Sapporo almeno qualcosa si paga (secondo me sempre una cifra ridicola), alla distilleria della Nikka per un tour omologo dove veniamo messi a conoscenza della storia della Nikka, delle tecniche di distillazione con tanto di punto di vista in diretta sull’omino che manda palate di carbone sotto le caldere, e delle varie linee di whisky, il prezzo è &lt;em&gt;zero&lt;/em&gt;. Avete capito bene. Con tanto di sessione di assaggi di tre differenti whisky Nikka.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/B9BBD72F-9E14-4BB1-A61C-CD0D5A287F82.jpg&quot; alt=&quot;Botti di Nikka!&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Praticamente uno non torna ubriaco lercio per tre motivi:&lt;/p&gt;

&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;Il freddo becco;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Il fatto che arrivarci è leggermente complicato, quindi un minimo di spirito di salvaguardia ti fa dire “ok mi serve l’intelletto per tornare”;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Pura educazione.&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/90B956E5-6188-4C66-9EA8-702957D30D27.jpg&quot; alt=&quot;Botti davanti alla fabbrica della Sapporo&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Sulla strada per Yoichi, menzione d’onore per Otaru: un’altra cittadina portuale incantevole. Prima di andarci pensavo “vabbeh, dicono che c’è un canale, ma ti pare che un canale possa attirare così tante persone” e invece mi sono dovuto ricredere, perché effettivamente è una vista che vale il viaggetto. Timbri anche lì nella stazione, e alla fine si visita in pochissimo tempo.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/16070838-8F27-4249-AC00-81E64D64253E.jpg?ref_type=heads&quot; alt=&quot;Il canale di Otaru&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Riguardo ancora l’aspetto culinario, due cose valgono veramente tantissimo la pena sia a Sapporo che ad Hakodate e in generale in Hokkaido: il soup curry, e il Jingisukan. Il soup curry è un curry, esattamente come il curry giapponese che siamo “abituati” a mangiare in Giappone, ma molto più brodoso e pieno di roba. Praticamente è un misto tra il ramen e il curry, dove il tradizionale riso di accompagnamento ci viene servito in un piattino a parte, mentre il piatto principale è questa cornucopia di carne, patate e verdure con questa brodazza di curry deliziosa in cui io mi sarei voluto semplicemente fare un bagno lungo un mese. Il jingisukan invece è una tecnica di cottura su una piastra tonda convessa, a forma di scudo messo per terra per intenderci, che prevede tradizionalmente la cottura di carne di pecora e agnello in maniera molto simile allo yakiniku “classico”. Delizioso anche questo, avrei voluto mangiarne tonnellate su tonnellate e soprattutto ha stupito sia me che Agnese vedere una cultura dell’ovino perpetrata in un posto come il Giappone, tradizionalmente nel mio ideale legato più al manzo, che si avvicina invece in luoghi come l’Hokkaido quasi più all’Abruzzo.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/7D7238C8-6422-4533-B594-FEEBE5F0E778.jpg&quot; alt=&quot;Soup curry!&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Sicuramente mi sto dimenticando tante cose, perché Sapporo ce la siamo veramente vissuta al massimo. Abbiamo fatto tante compere, e abbiamo parlato con tantissime persone. Un posto in particolare però lo voglio ancora menzionare: l’Hokkaido-jingu&lt;sup id=&quot;fnref:6&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:6&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;5&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt;, un santuario che come tutto quando siamo andati noi è immerso nella neve, all’interno di un parco dove è possibile godersi anche in pieno inverno i corvi che bullizzano gli altri animali (e a volte anche le persone), e il bosco completamente innevato.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/3459EBAB-6E92-47FB-B6FC-79185C3477F2.jpg&quot; alt=&quot;Agnese guarda il canale di Otaru&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;È stato quasi con mestizia che abbiamo quindi ripreso il nostro fidatissimo Shinkansen per tornare una notte a Tokyo, per poi dirigerci verso un altro dei nostri posti del cuore: Takayama.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/C91DECEC-F084-4B9B-95A6-75C89BBA9678.jpg&quot; alt=&quot;Un pupazzo di neve a forma di Miffy che abbiamo trovato a Nakajima Koen&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;takayama&quot;&gt;Takayama&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Senza girarci troppo intorno, penso che a Takayama torneremo financo una terza volta. I mercatini sul fiume sono sempre meravigliosi, e si trova sempre qualche chincaglieria a poco che ci si riporta a casa volentieri (peso della valigia permettendo). Mi è sinceramente roduto di non aver potuto guardare le bancarelle che stanno di solito dalla parte del Takayama Jinya, ma ormai si era fatto tardi e quando siamo arrivati stavano già sbaraccando.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/7F13EC37-2BFC-4A6F-8CF6-0B27C469C6BF.jpg&quot; alt=&quot;Ancora Agnese che cammina nella foresta di Higashiyama&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;È stato strano soprattutto visitare un posto di cui avevamo già visto un po’ tutto, perché ci siamo potuti permettere di uscire ancora di più dal tracciato classico e dalle vie un po’ più battute. Dopo un’obbligatoria visita al mio posto preferito di Takayama, l’Higashiyama Hakusan Jinja, ci siamo potuti immergere in un sacco di viette secondarie. Purtroppo il mio posto delle crocchette era chiuso, ma di camminate ce ne siamo fatte un sacco, concedendoci anche un’intera cena a base di carne di manzo Hida. Per un costo tutto sommato irrisorio data la qualità della carne abbiamo mangiato fino a scoppiare, per una quantità totale di cibo che penso abbia fatto fare ai proprietari del posto&lt;sup id=&quot;fnref:7&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:7&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;6&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt; dove abbiamo cenato una faccia col simbolo dello yen al posto degli occhi. Ovviamente, che ve lo dico a fare: &lt;em&gt;buonissimo&lt;/em&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/9EA4C8DE-5F00-462B-9F87-9E0B9E7F5CFC.jpg&quot; alt=&quot;Manzo Hida a Takayama&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Non sono il tipo da fare queste cose di solito, ma voglio spendere due parole sull’albergo. Se andate a Takayama e le vostre tasche ve lo consentono non esitate a considerare il Tokyu Stay che si trova esattamente di fronte alla stazione. Penso che il prezzo sia abbastanza fattibile, specie considerando che andrete a stare in un art hotel dove ogni piano, a tema, espone opere di artigianato locale. I temi che si avvicendano piano per piano sono tutti i materiali usati dagli artigiani locali, dalla pelle, al bambù, alla carta di riso. Avete bisogno di ulteriori motivazioni? Ve le do immediatamente: l’albergo mette a disposizione due ambienti onsen &lt;em&gt;meravigliosi&lt;/em&gt;, uno per i maschietti e uno per le femminucce, con rotazione giornaliera, dove potrete andare a farvi una sessione termale (o più) gratis, quando ne avete voglia, ovviamente tattoo-friendly dato che siamo in un hotel con clientela internazionale. Più di questo cosa volete? Ah sì: birra gratis come welcome drink tutti i giorni vicino l’area dell’onsen (sì, avete letto bene), e uno staff stratosferico. Al secondo soggiorno penso di esserne abbastanza sicuro.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/97E79405-E226-4446-9CC0-B38C20712D66.jpg&quot; alt=&quot;Uno scorcio del Tokyu Stay di Takayama&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ma tornando al perdersi nei posti, un’altra cosa che stavolta abbiamo avuto il tempo di fare è stata godersi una lunga visita al villaggio di Hida. Personalmente mentre Shirakawa-go la trovo più laccata per via del fatto che ci vanno migliaia di persone tutti i giorni, ho trovato che Hida abbia un pochino più di personalità e date le dimensioni più ridotte e il fatto che sia meno “cinematografica” alla fine si ponga quasi meglio. Ovviamente almeno una volta a Shirakawa-go bisogna andare, ma devo dire che Hida è un ottimo piano B: il villaggio tradizionale espone in quasi tutte le case un aspetto in particolare della cultura dell’epoca e della vita dei tempi che furono. Le spiegazioni sono fatte con una cura eccezionale, e la collezione di memorabilia è incredibilmente grande. Ovviamente vederlo sotto una coltre di ghiaccio ha aggiunto un aspetto suggestivo incredibile. Non li abbiamo presi sicuramente tutti, ma la sfida nel prendere tutti i timbri seminati per il villaggio è divertentissima, e i timbri stessi sono una piccola opera d’arte che permette a Hida di scavarsi una piccola fossetta all’interno del nostro cuore e rimanerci.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/CC8A05D3-395B-411C-BAAB-BDC6D39C4867.jpg&quot; alt=&quot;Il villaggio di Hida&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Andando via da Takayama abbiamo comprato un bento fatto in casa da una signora gentilissima che ha il negozio di bento vicino la stazione: che ve lo dico a fare, meraviglioso. Non avevamo mai assaggiato un bento che non fosse “di massa”, e devo dire che con tutta la qualità media altissima che si trova in giro quando si comprano cose del genere (intendo anche alle vending machine o in negozio), l’homemade è persino superiore. Questo carburante è stato fondamentale perché durante questo viaggio di ritorno abbiamo dovuto fare un pit stop lampo a Nagoya durante un cambio per accaparrarci (accaparrarmi…) una Toica, la IC card di quella zona.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/0363780A-A0A7-443D-93A2-DBAAF5AA7B09.jpg&quot; alt=&quot;Un bellissimo bento&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Arrivati finalmente a Tokyo, dove ci ha accolto di nuovo la vista mozzafiato della skyline dalla lobby del Park Hotel, ci siamo dedicati a un po’ di scorribande cittadine.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/6262F494-3E0D-4407-A49D-4FBBBE73C85A.jpg&quot; alt=&quot;Ancora Tokyo vista dalla lobby dell&apos;albergo&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;scorribande-cittadine-a-tokyo-prima-del-ritorno&quot;&gt;Scorribande cittadine a Tokyo prima del ritorno&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Oltre un giretto ad Akihabara, appena arrivati a Tokyo è stato il momento di goderci qualcosa che avevamo prenotato parecchio tempo prima (da una delle nostre stanze d’albergo): la mostra per il trentennale del Tamagotchi, al Roppongi Museum. È stato particolarmente emozionante perché le premesse erano queste:&lt;/p&gt;

&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;Il form di prenotazione era completamente in giapponese&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Qualsiasi metodo di traduzione risultava nel renderlo ancora più incomprensibile&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Ho dovuto quindi usare tutte le mie (poche, ma abbastanza) skill di giapponese per compilare il form&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Il form chiedeva anche il proprio nome in full width kana&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;I full width kana sono una trappola (vi giuro che l’ho trovato scritto su Reddit) usata come meccanismo anti-gaijin, e infatti io continuavo a sbagliare finché non ho messo dei caratteri magicamente giusti&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Il form &lt;em&gt;comunque&lt;/em&gt; era solo una prenotazione, per i biglietti veri e propri bisognava andare in un Lawson e attraverso l’apposita macchina stampare un voucher&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Il voucher andava dato al cassiere di un Lawson, che avrebbe poi stampato i nostri biglietti&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/9B9D91FB-B08E-40F4-952F-72E39181B38A.jpg&quot; alt=&quot;Insegna del Roppongi Museum con il Tamagotchi&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Abbiamo seguito pedissequamente tutti questi passi che io ve lo giuro nemmeno un JRPG di quelli vecchia scuola con le quest nascoste. Siamo effettivamente entrati in possesso, la sera prima, di questi fantomatici biglietti. Non è stata quindi una sorpresa lo sguardo stupito della guardia del museo quando gli abbiamo detto (in giapponese) che eravamo lì proprio per la mostra. Così come non è stata poi una sorpresa constatare che eravamo gli &lt;em&gt;unici&lt;/em&gt; occidentali sul posto. Ragazzi, i giapponesi ci tengono veramente tanto ai loro segreti.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/C3A240E0-141F-4F66-A14A-632079232776.jpg&quot; alt=&quot;Lanterna Tamagotchi alla mostra dei Tamagotchi. Ho detto Tamagotchi?&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Date queste premesse, la mostra era bella? Beh, è stata una &lt;em&gt;figata cosmica&lt;/em&gt;. Innanzi tutto si veniva “trasformati” per entrare nell’universo dei Tama, poi si veniva portati in varie stanze che servivano a illustrare la vita di un Tamagotchi, tra cui una stanza particolare dove si potevano osservare vari ambienti direttamente dal punto di vista del Tamagotchi, con tutte le persone che passavano intorno al proprio punto di vista. Per esempio c’era il classico tamagotchi dimenticato sotto il letto, quello nella tasca del padrone, quello sulla scrivania, eccetera. Mi ha molto colpito che nonostante non ci fosse un’età minima stabilita ci fosse una “stanza della morte” dove si celebrava la vita passata di tutti i tamagotchi che non ci sono più. Nelle nostre culture tendiamo sempre a far scudo i più piccoli dalla paura della morte, invece le culture orientali ho notato che non fanno grande mistero di questo e devo dire che lo apprezzo.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/D2235280-3ED8-4DEB-A26A-8054A3ABD35F.jpg&quot; alt=&quot;Tamagotchi in purezza&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Tra le svariate stanze, la più grande era ovviamente dedicata a una timeline evolutiva della storia dei tamagotchi, piena di scrivanie con i progetti originali di come doveva funzionare (compreso il fatto che la prima incarnazione doveva essere una sorta di orologio da polso), illustrazioni di artisti famosi, e un tavolo enorme con &lt;em&gt;tutte&lt;/em&gt; le versioni di tamagotchi liberamente giocabili. Molto carino, interessante e soprattutto impressionante considerando che a un certo punto da noi la moda è un po’ passata, mentre in Giappone hanno continuato a uscire nuove versioni con interazioni wireless, monitor a colori e chi più ne ha più ne metta.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/C1955C53-F9C9-4F78-96D4-14C924894F8F.jpg&quot; alt=&quot;Avevo questa foto spettacolare di due onigiri e non sapevo dove metterla quindi ve la beccate qua&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Dopo questa fantastica mostra, per quanto riguarda gli spostamenti “extra-cittadini” le cose degne di nota che abbiamo fatto sono state sostanzialmente due: un giro a Kamakura e uno a Shimo-Kitazawa, dove abbiamo passato una bellissima mattinata tra mercatini vintage, negozi fuori di testa e soprattutto alcune location di Bocchi The Rock viste dal vivo. È vero che Shimo-Kitazawa è prevalentemente conosciuta per la cultura hipster del posto e il fatto che nei mercatini o nei negozi ci si può accaparrare bella roba a prezzi veramente incredibili, ma devo dire la verità: a me Shimo-Kitazawa piace perché è un posto tranquillo nei dintorni della grande area di Tokyo dove ci si può semplicemente rilassare e fare una camminata perdendosi nei vicoletti, circondati semplicemente dal Giappone in una delle sue incarnazioni più autentiche. Non parliamo di anticaglie, parliamo della vita di un Giappone moderno, con i suoi problemi e le sue peculiarità, che è un po’ quello che a me piace osservare quando viaggio.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/39F19D51-E43D-43CC-9642-DDC8D6B24B13.jpg&quot; alt=&quot;Giardino dell&apos;Hase-dera a Kamakura&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Per quanto riguarda Kamakura e Kita-Kamakura, per me non era la prima volta. Devo dire che il Daibutsu fa sempre la sua figura, ma secondo me le cose più belle sono altrove: l’Hase-dera dove non ero mai stato, e che invece oltre a regalarci due bei timbrini per il quaderno di Agnese ci ha anche donato un meraviglioso tramonto, e l’Engaku-ji, col suo drago enorme sul soffitto, che è davvero uno spettacolo da ammirare per ore. Per il resto non so veramente che cosa dire, nel senso che è stata una giornata di piccole cose meravigliose. Tra cui, devo essere sincero, anche dei commessi che ci hanno chiesto da quanti anni abitassimo in Giappone. Sospetto che ci stessero allisciando per farci comprare delle cose, ma sicuramente la nostra sensei sarà contenta di sentirlo :-D&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ma la cosa più bella che abbiamo fatto, mi sento di dire, in questi ultimi giorni a Tokyo, è stata un giro di Shinjuku molto particolare, architettato da Agnese. Esiste infatti la tradizione con il nuovo anno di compiere questo pellegrinaggio per sette santuari specifici, a “caccia” delle sette icone delle rispettive &lt;a href=&quot;https://en.wikipedia.org/wiki/Seven_Lucky_Gods&quot;&gt;sette divinità della fortuna&lt;/a&gt;. Ovviamente, non appena otteniamo la piccola statua che simboleggia la divinità la tradizione vuole che ne otteniamo anche la benedizione. Queste benedizioni vanno così a sommarsi per farci avere un anno particolarmente fortunato. Al di là dell’aspetto mistico e religioso, devo dire che questo piccolo pellegrinaggio per Shinjuku che dura in tutto tra le due e le tre ore a seconda del ritmo con cui lo portiamo avanti è decisamente un modo particolare per vedere alcuni aspetti di Shinjuku che vengono troppo facilmente soverchiati dalle più turistiche Godzilla Road e compagnia cantante. Siccome Shinjuku invece è uno dei miei quartieri preferiti, sono estremamente grato a mia moglie (!) per avermi dato l’opportunità di cogliere questi scorci di un posto che adoro.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/AFBC479A-9F5C-4656-92C4-7BDA5DBD189A.jpg&quot; alt=&quot;Agnese entra in un santuario a Shinjuku&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Preso un dolce in un kissaten, eravamo pronti per ripartire alla volta dell’Italia, ma c’è stato un piccolo problemino. Nottetempo siamo stati svegliati da un’email, sul momento devo dire poco piacevole, che ci avvisava che il nostro aereo per un complicato sistema di specchi e di leve aveva subìto un ritardo di nove ore e mezza.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/0D4603EE-D030-4684-97DF-2465958A50DB.jpg&quot; alt=&quot;Il kissaten dove abbiamo preso il dolce&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Di fatto però la disperazione si è trasformata in felicità quando abbiamo capito che avremmo non solo riavuto dei soldi indietro, ma di fatto complice un deposito bagagli in albergo ci era stato regalo un giorno in più nel nostro posto preferito. Abbiamo deciso così di fare, in questo giorno inaspettatamente regalato, una passeggiata a Ueno dove abbiamo anche detto addio ai panda dello zoo insieme a una torma di gente incredibile appostata lì per l’occasione, e dopo questo l’“ultimo” (di nuovo) pasto è stato per nostra decisione in un maid café, cosa che ci lamentavamo tantissimo di non aver avuto la possibilità di fare stavolta. Ci siamo così avventurati al Cure Maid Café, il primo maid café di Tokyo, con cameriere vestite in stile vittoriano e un’atmosfera molto molto calma, e molto diversa senza dubbio da quello che offre il classico maid café con lo staff che ti fa fare le magie sui piatti che arrivano. È stata un’esperienza commovente, che non vedo l’ora di ripetere. In un posto così le cameriere vestite in maniera particolare diventano solo un elemento stravagante, quando in verità quello che colpisce davvero è l’oggettiva qualità del cibo (e del tè), e l’eleganza di un’atmosfera quieta, &lt;strong&gt;un angolo di pace che raramente la megalopoli sa regalare&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/D8A034AC-C4C6-4F3B-99EC-857D3CD4146C.jpg&quot; alt=&quot;Agnese aspetta la metro come una vera abitante di Tokyo&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Tornati in albergo a riprendere le cose, ci siamo diretti verso l’aeroporto, non senza risparmiarci un’altra piccola avventura: fatto il check-in dei bagagli, Agnese mi fa “amore ma il tuo zaino?” e io ricordo contestualmente di averlo lasciato in albergo. E via, di nuovo in albergo per recuperare lo zaino prima che parta il volo. Fortunatamente eravamo ancora belli in tempo, altrimenti sarebbe stata dura. Nel tragitto abbiamo incontrato uno dei personaggi migliori di sempre, un tassista che non solo ci ha tranquillizzati, ma ha parlato con noi per tutto il viaggio di cultura giapponese, guadagnandosi anche lui un posto nel nostro cuore.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/DEC6037A-7624-414F-9043-4868EA235CE9.jpg&quot; alt=&quot;Uno scorcio di Tokyo che ho catturato a caso durante la golden hour&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Vorrei scrivere qualcos’altro, tirare le somme, ma la verità è che questo viaggio mi sa di un conto aperto. Più degli altri è stata una permanenza in Giappone che ha contribuito a cementare la nostra conoscenza della cultura asiatica, della lingua e delle usanze di un posto che a noi è rimasto davvero nel cuore. Sicuramente casa è sempre casa, ma la verità è che più andiamo, più torniamo, e più ne parliamo con gli amici, a volte la felicità per noi è raggiungibile anche solo sul fondo di una ciotola di riso col mapo tofu. E ancora una volta, dopo aver finito il pasto, salutare chi abbiamo davanti con “gochisosamadeshita”, uscire fuori, e farsi cullare dal jingle di una stazione della metro.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;まもなく,電車が参ります.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/jap-2026/E3F6D80C-2B8C-4346-9123-2F6D3D97C601.jpg&quot; alt=&quot;Agnese nel Nintendo Store che non se l&apos;aspettava proprio di trovare Fuffi (Isabelle) a grandezza naturale&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;div class=&quot;footnotes&quot; role=&quot;doc-endnotes&quot;&gt;
  &lt;ol&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:1&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Banalmente perché non sono un grande mangiatore di sushi. L’ultima volta l’abbiamo mangiato all’ultimo, e perché ci siamo ricordati in calcio d’angolo. L’unico motivo per cui mangio sushi di solito è che è all you can eat, e io sono un grande amante del fare schifo a tavola, come tutte le persone che mi hanno visto all’opera almeno una volta sanno molto bene. &lt;a href=&quot;#fnref:1&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:2&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Oltre che rovesciarci sopra l’highball, eh Gabbro? :’D &lt;a href=&quot;#fnref:2&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:3&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Sì, ovviamente ho pensato due ore e mezza a Ken il Guerriero. &lt;a href=&quot;#fnref:3&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:4&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Finalmente durante questo viaggio, soprattutto nella seconda metà, un anno di studio&lt;sup id=&quot;fnref:5&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:5&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;7&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt; si è finalmente fatto sentire. Abbiamo avuto varie chiacchierate completamente in giapponese, purtroppo con un livello nemmeno lontanamente paragonabile a quello che vorremmo davvero. Fatto sta che ci siamo &lt;em&gt;sempre&lt;/em&gt; fatti capire in qualche modo. O almeno dall’altra parte facevano sempre molto educatamente finta di capirci. &lt;a href=&quot;#fnref:4&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:6&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Grazie Agnese per avermi ricordato il nome senza condannarmi a cercare gli EXIF delle foto e mandarmi sulle mappe a cercare la location GPS come la proverbiale “Maria per Roma”. &lt;a href=&quot;#fnref:6&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:7&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Grazie, grazie, grazie &lt;a href=&quot;https://takeno.dev/&quot;&gt;Matteo&lt;/a&gt;! Un consiglio veramente azzeccato :D &lt;a href=&quot;#fnref:7&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:5&quot;&gt;
      &lt;p&gt;E non intendo Duolingo, intendo proprio studio vero con una professoressa. Ciao Veronica-san! &lt;a href=&quot;#fnref:5&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
  &lt;/ol&gt;
&lt;/div&gt;
</description>
      
    </item>
    
    <item>
      
        <title>I miei videogiochi, oggi (Sagra IndieWeb 2026 - Marzo)</title>
        <link>https://dottorblaster.it/2026/03/videogiochi-sagra-indieweb-2026-marzo/</link>
        <pubDate>Thu, 05 Mar 2026 18:14:45 +0000</pubDate>
        <author>dottorblaster@gmail.com (Alessio Biancalana)</author>
        <guid>https://dottorblaster.it/2026/03/videogiochi-sagra-indieweb-2026-marzo</guid>
        <description>&lt;p&gt;Quando &lt;a href=&quot;https://www.andreacorinti.com&quot;&gt;Xab&lt;/a&gt; mi ha chiesto se volessi scegliere io il tema della Sagra IndieWeb per Marzo, sono stato perplesso per qualche secondo. Ultimamente mi occupo di cose molto di nicchia, sempre più spesso mi rifugio in attività solitarie e che mi fanno trovare pace, e allora come potevo scegliere qualcosa che interessasse a tutti? Poi mi è venuto in mente che una di queste cose è sicuramente solitaria, ma in realtà interessa un sacco di gente (almeno nella mia prossimità): i videogiochi. Nello specifico cercavo anche una scusa per parlare di un acquisto che ho fatto, proprio complice lo stesso Xab che ne parlava nella sua fedi-bio: il Miyoo Mini Plus. Ma andiamo con ordine.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;tutti-i-jrpg-della-mia-vita&quot;&gt;Tutti i JRPG della mia vita&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Non scrivo spesso di videogiochi, anzi, ma questa estate sono rimasto ovviamente come tutti ipnotizzato da Expedition 33. Per chi non lo conoscesse, è un gioco uscito l’anno scorso che raccoglie a piene mani da tutta la tradizione JRPG per consegnare al giocatore una storia veramente clamorosa condita da delle meccaniche di gioco che sì, sfruttano il combattimento a turni, ma lo svecchiano parecchio. Descritto dagli esperti del settore come di un’innovatività senza precedenti, in realtà a me ha smosso qualcos’altro: le meccaniche del battle system di Expedition 33 infatti più che essere “nuove” di per sé trovo che prendano vari elementi da The Legend Of Dragoon, che per me è sempre stato un gioco sottovalutatissimo, ma anche da Chrono Trigger, e da tutta una serie di titoli che gli appassionati di JRPG hanno sicuramente molto a cuore.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Quello che è stato fatto con Expedition 33 non è tanto fare qualcosa di nuovo, ma riuscire a trovare la salsa segreta per massificare il JRPG in una declinazione che pur mescolando ingredienti già disponibili, risulta comunque molto fresca. I miei complimenti agli sviluppatori per questo.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Data la mia lungaggine, adesso vi voglio sorprendere: non era però di questo che volevo parlare. Expedition 33 mi ha fatto pensare che c’erano ancora tantissimi videogiochi della mia infanzia che non avevo mai finito. In particolare, Final Fantasy VI&lt;sup id=&quot;fnref:1&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:1&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;1&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt;. Da lì, ho comprato per la mia Switch la Pixel Remaster dei Final Fantasy (dal primo al sesto).&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;E me li sono finiti &lt;em&gt;tutti&lt;/em&gt;. Non starò qui a perdermi in lungaggini anche su questo, ma è stato meraviglioso. Poi è stato il turno di Final Fantasy VIII, che non ero mai riuscito a finire&lt;sup id=&quot;fnref:2&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:2&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;2&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt;. Dopodiché ho ripreso il mio salvataggio di Final Fantasy X, fermo al boss finale da troppo tempo, e ho finito anche quello.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;miyoo-mini-plus&quot;&gt;Miyoo Mini Plus&lt;/h2&gt;

&lt;p&gt;Sull’onda di questa ripresa di giochi di quando ero piccolo o quasi, mentre ero in viaggio di nozze ho cominciato ad accarezzare l’idea di avere un handheld più piccolo della Switch su cui far girare giochi emulati, e ne ho parlato ripetutamente con &lt;a href=&quot;https://www.lightray.it/&quot;&gt;Simone&lt;/a&gt; (che invito anche a rispondere a questo post, se vuole). Simone è un appassionatissimo di tutta questa roba, e parlando del Miyoo Mini Plus che avevo già adocchiato mi ha confermato che l’avrei amato.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;A gennaio è entrato in casa il Miyoo Mini Plus. E devo dire che non ho mai apprezzato così tanto una console portatile. Ovviamente pesa tantissimo il fatto che te lo mandino con una SD piena di giochi (alcuni abbastanza incogniti, tra l’altro). Nemmeno il tempo di aprirlo per bene e già mi ero infognato malissimo su Pokémon Trading Card Game (il primo), che ho finito a tempo di record. Bellissimo.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Chrono Trigger, i vecchi giochi dei Pokémon, Golden Sun, i Final Fantasy Tactics, e chi più ne ha più ne metta: finalmente è tutto a portata delle mie adulte manacce, ora in grado di finire tutta questa roba (a volte anche capirne la storia, perché ovviamente quando eri piccolo spingevi tasti a caso e l’inglese non era proprio il top in quanto a comprensione). Lo trovo immensamente terapeutico.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;la-morale-se-ce-nè-una&quot;&gt;La morale (se ce n’è una)&lt;/h2&gt;

&lt;p&gt;Cosa ci vuole dire l’artista, quindi, con questo articolo? Niente. Semplicemente mi è successa questa cosa bella e la volevo raccontare.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La volevo raccontare perché nella vita ho sempre videogiocato, ed è sempre stata una consistente parte di me, tanto che Agnese dopo un po’ che stavamo insieme ha ricominciato a giocare anche lei. Per non parlare del rapporto che ho col gioco in generale. Ma fermandoci ai videogiochi, avevo comunque continuato a farlo “distrattamente”, passando da un gioco all’altro sfruttando solo la dimensione ludica della cosa. Questo piccolo viaggio che ho fatto e che grazie a questa nuova fregnaccia portatile continuo a fare è stato per me una piccola riconnessione, e una chiusura di un cerchio che mi ha fatto bene.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Lo so che sembro un pazzo a dirlo così, ma tant’è. Ci sono volte in cui sicuramente ognuno di noi sente di essere cresciuto troppo in fretta: per me i videogiochi hanno, adesso, anche la funzione di riconciliare il bambino con l’adulto.&lt;/p&gt;

&lt;div class=&quot;footnotes&quot; role=&quot;doc-endnotes&quot;&gt;
  &lt;ol&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:1&quot;&gt;
      &lt;p&gt;A mio parere uno dei migliori della saga, se non quasi il migliore. Non il migliore in assoluto perché secondo me Final Fantasy VII è comunque imprescindibile. Diciamo che se Final Fantasy VII ricopre quel ruolo, però, a mio modo di vedere, è grandemente merito del suo troppo bistrattato predecessore, dove la Square ha veramente trovato modo di sperimentare con tecnologie fuori scala e una storia, oggettivamente, della madonna. &lt;a href=&quot;#fnref:1&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:2&quot;&gt;
      &lt;p&gt;E devo dire che rigiocarlo mi ha dato una spinta incredibile perché l’ho sempre apprezzato ma mai abbastanza. Invece leggendo anche dei libri e degli articoli stavolta ne ho apprezzato tantissimo tutto il meta e l’innegabile aspetto filosofico che si porta dietro. &lt;a href=&quot;#fnref:2&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
  &lt;/ol&gt;
&lt;/div&gt;
</description>
      
    </item>
    
    <item>
      
        <title>Scared humans and violence</title>
        <link>https://dottorblaster.it/2026/02/scared-humans-violence/</link>
        <pubDate>Sat, 28 Feb 2026 10:33:13 +0000</pubDate>
        <author>dottorblaster@gmail.com (Alessio Biancalana)</author>
        <guid>https://dottorblaster.it/2026/02/scared-humans-violence</guid>
        <description>&lt;p&gt;I opened my feeds (like, actual RSS feeds in an actual RSS reader) this morning. It has been a while since I went through them, and a pile of stuff cumulated.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;I started reading top-to-bottom and in my list of entries, that is really crafted around the software engineering topic, I read &lt;em&gt;at least&lt;/em&gt; five posts about shootings and safety in the US, and people reassuring they are ok, some of them maybe relocating. Stories of violence. Stories of scared humans.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Some examples:&lt;/p&gt;

&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;&lt;a href=&quot;https://aphyr.com/posts/397-i-want-you-to-understand-chicago&quot;&gt;“I want you to understand Chicago”&lt;/a&gt; by Kyle Kingsbury&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;&lt;a href=&quot;https://inessential.com/2026/01/21/email-from-minnesota-family.html&quot;&gt;“Email from Family in Minnesota”&lt;/a&gt; by Brent Simmons&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;&lt;a href=&quot;https://blogs.gnome.org/chergert/2026/02/06/mid-life-transitions/&quot;&gt;“Mid-life transitions”&lt;/a&gt; by Christian Hergert&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;p&gt;The world (especially US) is increasingly becoming a weird place.&lt;sup id=&quot;fnref:1&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:1&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;1&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/p&gt;

&lt;div class=&quot;footnotes&quot; role=&quot;doc-endnotes&quot;&gt;
  &lt;ol&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:1&quot;&gt;
      &lt;p&gt;I wish I would have been able to write my first english post on this blog on a more pleasant note. This just came out of a rant post on Bluesky that turned out to be too long for the platform. &lt;a href=&quot;#fnref:1&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
  &lt;/ol&gt;
&lt;/div&gt;
</description>
      
    </item>
    
    <item>
      
        <title>FOSDEM 2026: una splendida garanzia, e anche di più</title>
        <link>https://dottorblaster.it/2026/02/fosdem-2026/</link>
        <pubDate>Sat, 14 Feb 2026 16:31:43 +0000</pubDate>
        <author>dottorblaster@gmail.com (Alessio Biancalana)</author>
        <guid>https://dottorblaster.it/2026/02/fosdem-2026</guid>
        <description>&lt;p&gt;E anche quest’anno (di ritorno da tre settimane di viaggio di nozze in Giappone) sono stato al FOSDEM, che continua a essere la mia conferenza software preferita. Ci sono stato con ancora più amici, e devo dire che per il primo anno la quantità di talk che ho visto (anche complice la piacevolissima compagnia) è stata infinitesimale.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;I talk che ho seguito sono stati (diciamo) pochi ma buoni:&lt;/p&gt;

&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;&lt;a href=&quot;https://fosdem.org/2026/schedule/event/RAUUL9-reproducible-xfs-images/&quot;&gt;Reproducible XFS Filesystems - Populating Images Without Mounting&lt;/a&gt; di &lt;strong&gt;Luca Di Maio&lt;/strong&gt;: in cima alla lista, ovviamente il mio ormai fidatissimo compagno di marachelle Luca che l’anno scorso si è divertito a rendere XFS un filesystem riproducibile. Dice ma non ti potevi divertire giocando coi videogiochi come gli altri bambini? Ma lo sapete che noi siamo speciali. Dieci più, sia per l’esposizione che per il contenuto e per le trovate tecnologiche.&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;&lt;a href=&quot;https://fosdem.org/2026/schedule/event/BDH7G7-go-testing-synctest/&quot;&gt;Concurrency + Testing = synctest&lt;/a&gt; di &lt;strong&gt;Ronna Steinberg&lt;/strong&gt;: principalmente dovuto al fatto che nel 2025 Go è stato il linguaggio che ho scritto di più, e quindi volevo dare un’opportunità anche al mio Go di fare un piccolo salto di qualità. Talk veramente consigliato anche perché lascia tantissimo spazio a implicazioni su come testiamo il nostro codice.&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;&lt;a href=&quot;https://fosdem.org/2026/schedule/event/37NC8K-gomodjail/&quot;&gt;gomodjail: library sandboxing for Go modules&lt;/a&gt; di &lt;strong&gt;Akihiro Suda&lt;/strong&gt;: mi ha fatto venire in mente una serie di cose con cui hanno sperimentato dei colleghi. Un approccio veramente interessante al rendere certamente più sicuro un ecosistema.&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;&lt;a href=&quot;https://fosdem.org/2026/schedule/event/PQQEEJ-kernel-abi/&quot;&gt;The limits of ABI stability in the kernel&lt;/a&gt; di &lt;strong&gt;Amelia Crate&lt;/strong&gt;: oltre il fatto che il talk in sé è stato una figata per via del lavoro di Amelia su FIPS, il fatto di poterci anche fare conversazione in corridoio e approfondire la domanda che le ho fatto sul data gathering riguardo le metodologie che suggerisce è stato un plus notevolissimo.&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;p&gt;Al di là dei talk specifici, quest’anno ho visto un particolare focus sicuramente sulla costituzione di un polo di competenze digitali non statunitensi, per ovvi motivi. Se da un lato mi fa molto piacere che si stia spostando il focus dagli Stati Uniti ad altri posti nel mondo per costruire la tecnologia, pensare alle motivazioni (conflitti, abusi, stragi) mi rende un po’ triste. L’altro punto focale che ho notato poi è la sicurezza: dai sistemi operativi immutabili che sicuramente vanno ad infilarsi in quel filone, a talk sulla supply chain security, quest’anno davvero l’attenzione è stata portata sicuramente su questi temi in maniera particolare.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Quello che però ha fatto veramente la differenza malgrado il livello dei talk è stato tutto quello che è successo al di fuori: dall’aver incontrato &lt;a href=&quot;https://www.youtube.com/watch?v=zLbl3EDmKBk&quot;&gt;colleghi con cui ho condiviso momenti di gioia immensa&lt;/a&gt;&lt;sup id=&quot;fnref:1&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:1&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;1&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt;, e vecchi opensource old-timer con cui bere qualcosa e ricordarsi di vecchi progetti, al tavolo della Distrobox gang con cui abbiamo scritto un bel po’ di codice&lt;sup id=&quot;fnref:2&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:2&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;2&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt; e fatto una dose insana di brainstorming.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Le cene, le risate, sinceramente oltre la qualità anche la quantità di persone che conoscevo e che ho ritrovato quest’anno: non avrei davvero potuto sperare in un &lt;strong&gt;FOSDEM&lt;/strong&gt; migliore. Spero che l’anno prossimo sia all’altezza.&lt;/p&gt;

&lt;div class=&quot;footnotes&quot; role=&quot;doc-endnotes&quot;&gt;
  &lt;ol&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:1&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Jan è stato un mio mentee oltre che un mio collega per diversi mesi, e sta facendo un percorso stellare. Al momento della scrittura di questo post mantiene (“co-mantiene” a detta sua) &lt;a href=&quot;https://networkmanager.dev/&quot;&gt;NetworkManager&lt;/a&gt;. Gli voglio troppo bene. &lt;a href=&quot;#fnref:1&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:2&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Get ready… &lt;a href=&quot;#fnref:2&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
  &lt;/ol&gt;
&lt;/div&gt;
</description>
      
    </item>
    
    <item>
      
        <title>Fediverso ed elucubrazioni connesse (Sagra IndieWeb 2026 - Febbraio)</title>
        <link>https://dottorblaster.it/2026/02/fediverso-sagra-indieweb-2026-febbraio/</link>
        <pubDate>Sun, 08 Feb 2026 11:35:15 +0000</pubDate>
        <author>dottorblaster@gmail.com (Alessio Biancalana)</author>
        <guid>https://dottorblaster.it/2026/02/fediverso-sagra-indieweb-2026-febbraio</guid>
        <description>&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;https://misskey.social/@xabacadabra&quot;&gt;Xab&lt;/a&gt; questo mese, deputato a scegliere un tema per la nostra Sagra IndieWeb, ha scelto di lanciarci l’amo sul fediverso. Ho già letto &lt;a href=&quot;https://cantina.ragnate.la/fediverso-sagra-indieweb-febbraio-2026/&quot;&gt;Ed&lt;/a&gt;, &lt;a href=&quot;https://log.livellosegreto.it/atlaviatlivellosegreto-it/il-fediverso&quot;&gt;LaVi&lt;/a&gt;, &lt;a href=&quot;https://77nn.it/2026/02/01/Fediverso-sagra-indie-febbraio.html&quot;&gt;TiTiNoNero&lt;/a&gt;, e le trovo tutte visioni molto positive: in generale anch’io sono positivista in generale sulle tecnologie decentralizzate, ed essendo il Fediverso (nome molto rivendibile e carino per riferirisi in realtà a network basati su ActivityPub) una di queste sono in generale contento che esista e contento di esserci.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Detto questo però sono anche tornato da relativamente poco dal FOSDEM, in cui c’era la &lt;a href=&quot;https://fosdem.org/2026/schedule/track/decentralised-communication/&quot;&gt;Decentralized Communication devroom&lt;/a&gt; grazie alla quale con buona pace di Ed vi beccherete anche un po’ di tecnologia in questo post. Grazie al contenuto di quest’anno di questa stanza, ho cominciato a guardare con occhio vigile alcuni aspetti di ActivityPub che avevo sempre sottovalutato. Continuerò a usare i miei account sul fediverso per postare “tutta la roba”, ma penso che i tempi siano maturi anche per studiare alternative. Penso anche che ATProto sia un’opportunità troppo grossa per essere ignorata, e nei prossimi paragrafi spero anche di riuscire a spiegare perché la penso così.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;temi-trattati-e-bolle-e-balle-varie&quot;&gt;Temi trattati e bolle e balle varie&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Prendo a prestito una frase di Xab che mi è veramente piaciuta e che ha risuonato nella mia testa per diverso tempo:&lt;/p&gt;

&lt;blockquote&gt;
  &lt;p&gt;Non avendo mai amato Twitter, tendo a evitare ciance su politica e cronaca che trovo noiose, ripetitive e inutili: sono antifascista e progressista, se siete da ‘ste parti probabilmente la pensiamo già allo stesso modo per un buon 80%&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;

&lt;p&gt;Mi rivedo molto in queste parole: ogni volta che apro le mie timeline, sia quella più italiana che quella più internazionale (dal mio account su Fosstodon) mi trovo davanti una sfilza di roba di cui ero così saturo qualche settimana fa al punto di essere arrivato a impostare un filtro per keyword. Lungi da me essere benaltrista, ma il mondo è un posto veramente grande, molto molto più grande e vario rispetto a quello che succede oggi in Italia, o domani negli Stati Uniti. Penso che anche dare così tanta attenzione a certe nazioni e a certi atteggiamenti significhi conferirgli parte del potere che poi questi contesti hanno sulla nostra quotidianità.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Quello che adoro del fediverso invece è il fatto che riesca sempre a scoprire qualcosa di nuovo, qualcosa che mi ero perso in termini di tecnologia, videogiochi, lingue strane, persone strane. In termini di un mondo vario, per quanto la struttura del fediverso abbia i suoi grossi limiti (di fatto le istanze rappresentano delle grosse bolle, ma di questo parleremo tra poco), sicuramente rispetto a un social network centralizzato dove le logiche di visualizzazione e ban (e shadowban ove presenti algoritmi) sono unilaterali si riesce a scovare sempre qualcosa di fichissimo, se ci si impegna.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;logiche-capitaliste&quot;&gt;Logiche capitaliste&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Le persone si augurano che l’adozione del fediverso cresca. Lo capisco. Nonostante io mi auguri lo stesso, non mi interessa molto. Trovo che la conta degli utenti afferisca a una logica capitalista dove la sostenibilità di un progetto è legata alla sua crescita. Sicuramente tutto questo è importante, ma la cosa bella delle tecnologie decentralizzate è che possono sopravvivere rimanendo stabili o anche decrescendo. Odio chi fa i discorsi di decrescita felice grazie ai quali di solito ci svegliamo un giorno semplicemente più poveri rispetto a qualche riccone, ma allo stesso tempo non sono così ossessionato dal vedere il fediverso crescere.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;L’istanza che abbiamo messo su con &lt;a href=&quot;https://cedmax.net/&quot;&gt;Marco&lt;/a&gt; ne è un esempio: siamo meno di dieci persone, ci conosciamo, la moderazione è facile da quel punto di vista, e la fa tutta lui basandosi sul fatto che siamo degli adulti funzionali (più o meno). E va bene così.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;riflessioni-sul-protocollo&quot;&gt;Riflessioni sul protocollo&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il fediverso è, come sappiamo, soprattutto ActivityPub, il protocollo che Mastodon supporta, che Misskey pure supporta, e che qualsiasi software “del fediverso” supporta sotto la sua interfaccia. Questo protocollo, ammantato del fatto che sia uno standard W3C, ha fatto un bel po’ di strada senza andare ad aggiustare le mancanze strutturali che lo rendono poco efficace per un uso davvero decentralizzato. Chiunque sostenga il contrario, a mio avviso, manca di forti conoscenze sui sistemi distribuiti e dovrebbe leggersi da cima a fondo “Designing Data Intensive Applications” di Martin Kleppmann prima di commentare ancora.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;In particolare mi riferisco come contraltare alle soluzioni implementate da ATProto (per gli amici, il protocollo su cui si basa BlueSky).&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;In ActivityPub il concetto centrale è l’istanza. Tutto viene derivato a cascata. Questo ha delle implicazioni enormi per quanto riguarda l’identità di un utente, che di fatto può migrare da un’istanza all’altra ma non può portare i propri contenuti dalla vecchia istanza alla nuova. L’identità dell’utente è accoppiata con il server su cui sono ospitati i contenuti. Tutti quanti commettiamo degli errori, e quando è nato ActivityPub sicuramente a questi problemi si pensava in maniera diversa. Di fatto tutto questo rende la migrazione di utente da un’istanza all’altra un processo molto prono ad errori, con l’impossibilità di un evento totalmente trasparente (di base, ti sparisce la roba che avevi postato, sta sul vecchio account, e fine dei giochi).&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;ATProto implementa tutto questo in maniera più furba. L’identità, o DID (Decentralized IDentifier), di default viene legata a BlueSky come applicazione, ma di fatto è implementato un altro metodo di autenticazione che si chiama &lt;code class=&quot;language-plaintext highlighter-rouge&quot;&gt;did:web&lt;/code&gt;. Un DID web è di fatto un &lt;code class=&quot;language-plaintext highlighter-rouge&quot;&gt;.well-known&lt;/code&gt; file piazzato dentro (facciamo per esempio) il nostro sito web. In questo modo noi andiamo ad attestare la nostra identità presso un PDS (Personal Data Server), ma le due cose sono assolutamente scollegate. Questo rende possibile passare da un PDS all’altro mantenento addirittura invariata la nostra identità e il nostro handle; nessuno si accorgerà di niente quando lo faremo, e verranno aggiornati tutti i link con le dovute informazioni in maniera automatica. Questo perché l’identità è disaccoppiata dal livello dei dati.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Il PDS oltretutto è un semplicemente un “server che memorizza la roba” ed è a sua volta disaccoppiato dall’application layer. Questo significa che se esce una nuova applicazione che utilizza ATProto (per esempio un ricettario social, o una piattaforma di publishing), utilizzando la nuova applicazione andremo ad insistere sempre sul nostro PDS dove stanno i nostri dati, cambiandone semplicemente “la lente” con cui li leggiamo. In questo momento il mio did:web è ospitato su questo sito, e il PDS su cui ho i miei dati è a casa di &lt;a href=&quot;https://geesawra.industries/&quot;&gt;Gianguido&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La propagazione dei contenuti è in larga parte demandata ai Relay. I Relay sono semplicemente dei “pezzi” di ATProto il cui compito è quello di far rimbalzare i dati da una parte all’altra, e sono i veri componenti traffic-heavy. Non ho idea di quanto costi hostare un relay, ma di una cosa sono certo: quando vi dicono che ATProto non è federation-first, non è decentralizzato, non è distribuito, questa cosa è una &lt;strong&gt;bugia&lt;/strong&gt; fomentata da chi non ha voglia di leggere due pagine di documentazione.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Mi auguro che ActivityPub sappia riconoscere quello che c’è di buono altrove, perché nell’ecosistema ATProto stanno fiorendo tantissime applicazioni carine, e il fatto di potersi hostare il PDS dentro casa con relativamente poco sforzo è una figata pazzesca.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Trovo che ActivityPub sia molto maturo dal punto di vista dell’adozione, ma trovo che ATProto abbia le carte in regola per scalare meglio. Ora che tra l’altro ATProto è uno standard W3C esso stesso, abbiamo due protocolli che competono alla pari. Di solito la competizione sforna ottima tecnologia, perciò penso che a livello di protocolli nel 2026 ne vedremo delle belle.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;conclusioni&quot;&gt;Conclusioni&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Detto ciò, detto tutto! Non penso di abbandonare tanto presto i miei amichetti del fediverso, ma penso che nel mio prossimo futuro ci sia un sacco di codice relativo a tutte queste tecnologie. Scusate se il tono è troppo da nerd, ragazzi. D’altronde, è quel che sono.&lt;/p&gt;
</description>
      
    </item>
    
    <item>
      
        <title>Accountability: oneri et al. (Sagra IndieWeb 2026 - Gennaio)</title>
        <link>https://dottorblaster.it/2026/01/accountability-sagra-indieweb-2026-gennaio/</link>
        <pubDate>Sun, 11 Jan 2026 03:08:14 +0000</pubDate>
        <author>dottorblaster@gmail.com (Alessio Biancalana)</author>
        <guid>https://dottorblaster.it/2026/01/accountability-sagra-indieweb-2026-gennaio</guid>
        <description>&lt;p&gt;Al di là del fatto che le feste hanno portato anche me &lt;a href=&quot;https://cantina.ragnate.la/accountability-sagra-indieweb-gennaio-2026/&quot;&gt;come Ed&lt;/a&gt; a un’overdose di ragù&lt;sup id=&quot;fnref:1&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:1&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;1&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt;, il tema del primo mese della Sagra Indieweb 2026 mi piaceva a volevo spendere due parole in merito. Due parole che dovevano essere davvero due-due, invece forse diventeranno quattro perché ci ho rimuginato sopra un bel po’ in volo verso Tokyo e in questi giorni guardando la skyline della mia capitale preferita.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La prima parte, quella banale, è che ovviamente questa parola a me che sotto sotto sono un positivista evoca subito i connotati belli: il fatto che a me piace prendermi oneri, che ci sta, ma soprattutto onori di certe scelte, specialmente e volentieri quando sono scelte che faccio io e di cui sono responsabile in toto.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La parte meno bella è che sono estremamente affezionato a quel tipo di attività, tanto da sentirmi responsabile anche di cose con cui non ho davvero nulla a che fare e su cui non è possibile che abbia o abbia avuto alcun impatto. Sicuramente questo ha dei lati positivi, ma ho dovuto imparare attraverso due anni di terapia a convivere con un costante senso di colpa e con il mio rapporto con esso, come imparare a riconoscere quando è sano e come imparare a riconoscere quando distanziarmene invece.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Chiaramente questo ha degli impatti su come mi relaziono col mondo, a volte; e proprio nel 2025 ho imparato a mettere prima le mie esigenze in determinati contesti (non ultimo quello lavorativo), e a saper comunicare meglio quando qualcosa mi mette a disagio in questo senso. Spero in futuro di saper bilanciare meglio gli oneri che sono disposto a prendermi e gli oneri che no, perché rispetto a queste cose devo dire di essere ancora in una fase di scoperta.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Al tempo stesso segnalo i post &lt;a href=&quot;https://www.andreacorinti.com/posts/ita/sagra-indie-web-2026/&quot;&gt;di Xab&lt;/a&gt; e &lt;a href=&quot;https://lab16.neocities.org/FAD/sagra26&quot;&gt;di Ben&lt;/a&gt; su questo tema. Fico ragazzi, continuiamo. &amp;lt;3&lt;/p&gt;

&lt;div class=&quot;footnotes&quot; role=&quot;doc-endnotes&quot;&gt;
  &lt;ol&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:1&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Ho commesso l’errore di lamentarmi una volta - &lt;em&gt;una&lt;/em&gt; volta - di aver mangiato troppa poca lasagna. Improvvisamente familiari e amici hanno avuto la stessa idea, tutti, tipo tutti insieme, di farmi trovare in tavola una lasagna ogni volta che ci vedevamo. Ricordatemi così: con una forchetta in mano, un inestinguibile sorriso, immerso in un fiume di besciamella. &lt;a href=&quot;#fnref:1&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
  &lt;/ol&gt;
&lt;/div&gt;
</description>
      
    </item>
    
    <item>
      
        <title>2026 - chiudiamo un anno enorme e partiamo col botto</title>
        <link>https://dottorblaster.it/2025/12/2026-chiudiamo-un-anno-enorme-partiamo-col-botto/</link>
        <pubDate>Wed, 31 Dec 2025 10:31:43 +0000</pubDate>
        <author>dottorblaster@gmail.com (Alessio Biancalana)</author>
        <guid>https://dottorblaster.it/2025/12/2026-chiudiamo-un-anno-enorme-partiamo-col-botto</guid>
        <description>&lt;p&gt;L’altra sera mi hanno chiesto, se dovessi identificare con una parola il 2026, quale sarebbe. Ho risposto “ròta”. Per chi non conoscesse il significato di questa espressione romana, ce lo spiega il mio LLM di fiducia:&lt;/p&gt;

&lt;blockquote&gt;
  &lt;p&gt;“Stare a ròta” nel senso di essere dipendente da qualcosa - tipo “sto a ròta co’ le sigarette” o “sto a ròta col caffè”. È quella condizione in cui sei completamente in balia di una sostanza, un’abitudine, un vizio - praticamente non riesci più a farne a meno.
L’immagine della ruota qui prende un altro senso: sei incastrato dentro, ci giri attorno, non riesci a uscirne. Come un criceto nella ruota che continua a correre senza mai fermarsi. La dipendenza ti tiene “agganciato” e continui a girare nello stesso circolo vizioso.
Si usa per qualsiasi tipo di dipendenza:&lt;/p&gt;

  &lt;ul&gt;
    &lt;li&gt;“Sto a ròta con le cannette” (sigarette)&lt;/li&gt;
    &lt;li&gt;“Sto a ròta co’ sta serie TV” (ok, questo è più innocuo)&lt;/li&gt;
    &lt;li&gt;“Sto a ròta col gioco” (gambling)&lt;/li&gt;
  &lt;/ul&gt;

  &lt;p&gt;Insomma, quando una cosa ti ha proprio in pugno e non riesci a mollare. Una bella espressione cruda e diretta, molto romana nello stile!&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;

&lt;p&gt;A prescindere dal linguaggio artefatto tipico degli LLM, spero si sia capito. Ovviamente non intendevo quel tipo di dipendenza (per quanto io stia effettivamente a ròta col caffè), quanto più uno stare a ròta in generale con la mia vita di quest’ultimo anno. Perché, come da titolo, è stato &lt;strong&gt;un anno enorme&lt;/strong&gt;: di maturazione, di compimento, di sconfitte, di vittorie.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;principal-engineer-e-oltre&quot;&gt;Principal Engineer e oltre&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Ormai sono un paio di anni che ricopro il ruolo di Principal Engineer in SUSE, e se all’inizio possiamo dire che questa cosa fosse partita come uno scherzo, quest’anno è stato decisamente il momento in cui ho dovuto far vedere di che pasta ero fatto. Sono stati momenti difficili, soprattutto perché a volte sono dovuto “uscire dal personaggio” (se così vogliamo identificare l’archetipo di sviluppatore che mi sono creato e che ricopro, a me piace pensare, con discreto successo). Nonostante le peripezie che mi hanno portato a questo ruolo non sono mai stato una persona che si impunta e che pone delle condizioni non negoziabili: quest’anno l’ho dovuto fare per la prima volta, e se non avessi fatto abbastanza psicoterapia e non avessi avuto intorno persone supportive dubito che ce l’avrei fatta.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Purtroppo tra l’altro è una delle rarissime volte in cui non posso dire a cosa sto lavorando, e di questa cosa mi rode tantissimo. Sto però lavorando a un bel progetto, e mi sento fortunato non solo per i risultati che stiamo raggiungendo, ma anche per il &lt;strong&gt;team&lt;/strong&gt; con cui ho la fortuna di lavorare. Se state leggendo queste parole: Andrea, Sam, Kyle, sono orgoglioso di essere in questo tunnel a scavare insieme a voi. :-D&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Oltre questo, ho partecipato alla &lt;a href=&quot;https://dottorblaster.it/2025/07/opensuse-conference-2025/&quot;&gt;openSUSE Conference 2025&lt;/a&gt; come &lt;a href=&quot;https://www.youtube.com/watch?v=_pKuF8y-2bM&quot;&gt;speaker&lt;/a&gt;, parlando di &lt;a href=&quot;https://github.com/schedkit/&quot;&gt;SchedKit&lt;/a&gt; che è il mio progettino satellite su &lt;a href=&quot;https://sched-ext.com/&quot;&gt;sched_ext&lt;/a&gt; e OCI. Ci sono ovviamente ancora un gazilione di cose da sistemare, ma sono veramente contento di averlo portato a una conferenza del genere e che la risposta del pubblico non sia stata “ma che sei scemo”.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;distrobox&quot;&gt;Distrobox&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Al di fuori dell’ecosistema lavorativo, quest’anno ho iniziato a dare una mano a &lt;a href=&quot;https://github.com/89luca89&quot;&gt;Luca&lt;/a&gt; con &lt;a href=&quot;https://github.com/89luca89/distrobox&quot;&gt;Distrobox&lt;/a&gt;. Essendo uno dei software che uso di più, per me è stato un onore potergli dare un aiutino nel chiudere qualche issue aperta e gestire le ultime release. Abbiamo un sacco di roba che bolle in pentola, ma purtroppo, per via di cause di forza maggiore è tutto rimandato a inizio 2026.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Il fatto che grazie a questo il mio nome sia nero su bianco &lt;a href=&quot;https://lwn.net/Articles/1049423/&quot;&gt;su LWN&lt;/a&gt; mi ha fatto quasi svenire.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;cauldron-tra-il-debutto-e-la-chiusura-di-pocket&quot;&gt;Cauldron, tra il debutto e la chiusura di Pocket&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Tra le cose che mi hanno tenuto impegnato quest’anno c’è stato anche &lt;strong&gt;Cauldron&lt;/strong&gt;: la piccolissima applicazione per il desktop Linux che avevo iniziato a sviluppare tempo fa è andata molto bene per un periodo sul &lt;a href=&quot;https://flathub.org&quot;&gt;Flathub&lt;/a&gt;, dopodiché Pocket ha deciso di chiudere i battenti. Essendo Cauldron un client solo per Pocket, questa per me è stata una bella battuta d’arresto anche perché avendo usato Pocket per almeno una decina di anni ho dovuto prima trovare un degno sostituto.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Quando ho identificato quel sostituto in &lt;strong&gt;Instapaper&lt;/strong&gt;, ci ho messo comunque un sacco di tempo per riscrivere tutta la parte di interazione con il servizio per trasformare Cauldron in un client per Instapaper. Sono contento di averlo fatto: adesso posso leggere i miei articoli di Instapaper anche sul mio laptop, ma soprattutto il lavoro che la community di GNOME ha fatto l’anno scorso non è andato sprecato.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;io-e-agnese-ci-siamo-sposati&quot;&gt;Io e Agnese ci siamo sposati&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Quando menzionavo le cause di forza maggiore ero serio, e per fortuna erano cause belle e non cause brutte: quest’anno io e Agnese siamo diventati marito e moglie. Abbiamo deciso di fare una cerimonia intima, con pochissimi amici e pochissimi parenti, scegliendo una a una le persone da coinvolgere, nel posto che più ci rappresenta e che significa tantissimo per noi, ovvero il comune di &lt;a href=&quot;https://comune.cetona.si.it/&quot;&gt;Cetona&lt;/a&gt; con la sua splendida piazza (e la sua ancora più splendida chiesa sconsacrata).&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Molte delle persone coinvolte&lt;sup id=&quot;fnref:1&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:1&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;1&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt; tra cui &lt;a href=&quot;https://github.com/francescomalatesta&quot;&gt;Francesco&lt;/a&gt; che ci ha fatto da celebrante, hanno tenuto dei discorsi che ci hanno fatto versare tutte le lacrime che avevamo in serbo (e anche in croato, heh) per quel giorno. Io dal canto mio, su questa paginetta che non può in nessun modo contenere adeguatamente questo tipo di sentimenti, voglio riportare il contenuto del mio:&lt;/p&gt;

&lt;blockquote&gt;
  &lt;p&gt;Agnese, amore mio. Un gigante del pensiero italiano, che è incidentalmente lo stesso che ha officiato il nostro matrimonio, una volta mi ha detto che amore non è il guizzo di un momento, ma amore è scegliersi consciamente ogni giorno. E oggi a te voglio dire che secondo queste premesse, questa giornata che da fuori appare così speciale per me non è che un giorno come un altro. Così come spero che scorra la nostra vita insieme.&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;

&lt;p&gt;Non sono molto contento di come l’ho esposto in quell’occasione, ed è molto corto, ma l’emozione ha prevalso, mi dovete capire. La felicità è ed è stata tantissima, non solo rispetto al fatto di esserci sposati, ma rispetto al fatto di averlo fatto come piaceva a noi, come volevamo noi fin nell’ultimo dettaglio, a tratti in maniera stravagante, ma di essere comunque stati compresi da chi avevamo intorno.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Voglio ringraziare &lt;strong&gt;mia moglie&lt;/strong&gt; (!) per non avermi mandato a quel paese fino a questo momento (anche se c’è sempre tempo), ma anche tutte le persone, invitate o no, che si sono prese cinque minuti per parlare, per scriverci, per telefonarci, per mandarci regali, per le loro parole di gioia che hanno celebrato il coraggio, la sincerità e l’amore.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Voglio ringraziare il fato e qualsiasi altra entità superiore esistente per averci regalato un tempo meraviglioso quel giorno e voglio fare i complimenti alla nostra coppia per aver regalato a noi stessi e a chi ci sta intorno un meraviglioso inizio delle feste natalizie e allo stesso tempo uno splendido finale di anno&lt;sup id=&quot;fnref:2&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:2&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;2&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Spero che sia per noi che per voi che leggete questo post, il &lt;strong&gt;2026&lt;/strong&gt; sia un anno di “stare a ròta” in generale con una vita piena di bellezza.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/MSF_1879.jpg&quot; alt=&quot;Agnese e Alessio sposi&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;div class=&quot;footnotes&quot; role=&quot;doc-endnotes&quot;&gt;
  &lt;ol&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:1&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Quasi tutte. &lt;a href=&quot;#fnref:1&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:2&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Il 2025 è stato anche l’anno in cui sono riuscito a riparare da solo il Geberit del bagno senza chiamare un idraulico. Più o meno la sensazione è stata la stessa di tornare al mio focolare vestito solo di una pelliccia, con un cinghiale morto in spalla. &lt;a href=&quot;#fnref:2&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
  &lt;/ol&gt;
&lt;/div&gt;
</description>
      
    </item>
    
    <item>
      
        <title>openSUSE Hack Week 25: Distrobox in Go, ma anche moltissime altre cosette</title>
        <link>https://dottorblaster.it/2025/12/opensuse-hackweek-25/</link>
        <pubDate>Mon, 08 Dec 2025 15:50:02 +0000</pubDate>
        <author>dottorblaster@gmail.com (Alessio Biancalana)</author>
        <guid>https://dottorblaster.it/2025/12/opensuse-hackweek-25</guid>
        <description>&lt;p&gt;Come di consueto, anche quest’anno nella comunità di openSUSE si è tenuta la &lt;a href=&quot;https://hackweek.opensuse.org/&quot;&gt;openSUSE Hack Week&lt;/a&gt;. Sono ormai un po’ di anni che partecipo, ma in particolare quest’anno le cose con cui ci siamo (e in particolare mi sono, lol) sporcato le mani sono succose e fichissime, quindi volevo scriverne un pochettino a mo’ di appunti sparsi.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;distrobox-in-go&quot;&gt;Distrobox in Go&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il progetto principale in cui mi sono cimentato insieme a un gruppo di amici (&lt;a href=&quot;https://github.com/balanza/&quot;&gt;Emanuele De Cupis&lt;/a&gt;, &lt;a href=&quot;https://github.com/fabriziosestito/&quot;&gt;Fabrizio Sestito&lt;/a&gt;, e &lt;a href=&quot;https://github.com/89luca89/&quot;&gt;Luca Di Maio&lt;/a&gt; stesso) è stato quello di tentare di &lt;a href=&quot;https://hackweek.opensuse.org/projects/rewrite-distrobox-in-go-poc&quot;&gt;riscrivere Distrobox in Go&lt;/a&gt;. Non proprio la cosa più banale del mondo, ma soprattutto devo dire che in una settimana abbiamo raggiunto uno stato di cui siamo soddisfatti e che penso condivideremo pubblicamente a breve. Allo stato attuale la prossima incarnazione di &lt;strong&gt;Distrobox&lt;/strong&gt; consente di:&lt;/p&gt;

&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;Creare delle distrobox esattamente come la vecchia versione;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Entrare nei container che sono stati creati;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Rimuovere le distrobox;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Più o meno tutto quello che faceva il comando &lt;code class=&quot;language-plaintext highlighter-rouge&quot;&gt;assemble&lt;/code&gt;.&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;p&gt;Mancano ancora un po’ di cose, tra cui lo stop dei container e la creazione di container effimeri (aka &lt;code class=&quot;language-plaintext highlighter-rouge&quot;&gt;distrobox-ephemeral&lt;/code&gt;), ma allo stato attuale possiamo quantomeno usare la nuova versione per fare un po’ di dogfooding, il che alla fine di una settimana di lavori piuttosto intensi e pull request agli orari più assurdi è sicuramente un risultato incoraggiante (a dir poco).&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La riscrittura ci ha permesso di portare (o quantomeno cominciare a portare) Distrobox un passo avanti, ottenendo dei benefit che con la vecchia implementazione erano assolutamente impossibili anche solo da pensare:&lt;/p&gt;

&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;Un sacco di leggibilità in più per quanto riguarda il codice, il che significa anche si spera una manutenzione più agevole;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Un’architettura migliore che divide l’implementazione della CLI dall’implementazione sottostante dei comandi, il che permetterà in futuro di usare Distrobox anche come libreria all’interno di altri programmi (sbizzarritevi!);&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Moltissimo testing in più, sia unitario che di integrazione.&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;p&gt;La cosa che mi ha lasciato stupefatto, durante l’Hack Week, è che addirittura questo non sia stato l’unico output.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;packaging-di-lima-per-opensuse&quot;&gt;Packaging di Lima per openSUSE&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Tempo fa mi ero messo a &lt;strong&gt;impacchettare Lima per openSUSE&lt;/strong&gt;. In caso non sapeste cos’è &lt;a href=&quot;https://github.com/lima-vm/lima&quot;&gt;Lima&lt;/a&gt;, è progetto CNCF che si occupa di creare un manager di macchine virtuali che sia, per dirla in breve, un po’ più moderno del classico VirtualBox. Ha funzionato sui miei sistemi, ma non mi sono mai preso la briga di portare il pacchetto dentro di repository ufficiali di openSUSE perché pensavo che in fin dei conti non sarebbe stato utile a nessuno.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Visto che &lt;a href=&quot;https://flavio.castelli.me/&quot;&gt;Flavio&lt;/a&gt; con il suo progetto aveva bisogno di un ambiente di test e ha trovato il mio pacchetto che girava per OBS (smentendomi, di fatto), e visto che si è messo anche lui di buzzo buono ad aggiornare il mio packaging iniziale, ho pensato che uno sforzo del genere non dovesse andare buttato. Il tempo di affrontare la burocrazia necessaria (ovvero un paio di &lt;a href=&quot;https://build.opensuse.org/requests/1321436&quot;&gt;submission request&lt;/a&gt;) e &lt;code class=&quot;language-plaintext highlighter-rouge&quot;&gt;lima&lt;/code&gt; dovrebbe comparire all’interno dei repository di openSUSE Tumbleweed.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;lychee-0220-in-opensuse-tumbleweed&quot;&gt;Lychee 0.22.0 in openSUSE Tumbleweed&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;In coda alla hackweek, è anche uscita la nuova versione di &lt;a href=&quot;https://github.com/lycheeverse/lychee&quot;&gt;Lychee&lt;/a&gt;, di cui mantengo il pacchetto. Mi sono quindi occupato abbastanza velocemente di aggiornarlo, patcharlo (con un paio di colorite, ehm, osservazioni), e fare la mia bella &lt;a href=&quot;https://build.opensuse.org/requests/1321407&quot;&gt;submission request&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;È stata una Hack Week particolarmente movimentata, quest’anno. Spero che i risultati siano utili a quante più persone possibile, e spero che questo sia solo un finale d’anno che faccia da firestarter per il 2026 :-)&lt;/p&gt;
</description>
      
    </item>
    
    <item>
      
        <title>Le cose che faccio</title>
        <link>https://dottorblaster.it/2025/10/le-cose-che-faccio/</link>
        <pubDate>Sun, 19 Oct 2025 11:11:06 +0000</pubDate>
        <author>dottorblaster@gmail.com (Alessio Biancalana)</author>
        <guid>https://dottorblaster.it/2025/10/le-cose-che-faccio</guid>
        <description>&lt;p&gt;Sono stato tirato in ballo &lt;a href=&quot;https://cedmax.net/effimero/&quot;&gt;da Marco durante uno dei suoi ultimi scritti&lt;/a&gt; perché mi ha fatto fare (con mio sommo piacere) da beta reader, e durante la lettura gli ho attaccato una pippa così possente che ha deciso di taggarmi direttamente.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Vado quindi con questa mia (lol) a rispondere a un paio di punti che mi hanno davvero stuzzicato, specialmente riguardo il perché facciamo quello che facciamo, anche perché mi ha particolarmente colpito l’atteggiamente a tratti simile a tratti profondamente diverso con cui ci approcciamo a determinate gesta, soprattutto tecnologiche.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Un punto riguarda i side project. Quello che mi è sempre capitato di pensare soprattutto dopo un certo punto è che è vero che i side project sono qualcosa che nella maggior parte dei casi va a morire, ma soprattutto quando vengono integrati in una prospettiva e in un ecosistema più ampi è molto più difficile che diventino solo un rinnovo automatico sulla carta di credito. Per questo motivo dopo parecchi progetti condotti in questo modo ho deciso in realtà di sfruttare il mio tempo libero in un modo che almeno a me fa divertire di più: progetti relativamente grandi, open source, possibilmente con una bella prospettiva di adozione futura o con una grossissima storia che ne possa assicurare quantomeno la sopravvivenza “nell’etere” (ovvero nell’Internet, in qualche modo&lt;sup id=&quot;fnref:1&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:1&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;1&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt;).&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Questo perché spero che dopo la mia morte, al posto di un’impronta effimera, il mio nome possa sopravvivere almeno in una manciata di commit di git sparsi in giro, oltre che in una serie di git blame per cui io possa venire maledetto oltre che ricordato. Ovviamente, più è grosso il progetto e meglio è. Addirittura l’anno prossimo vorrei mandare un paio di patch al kernel di Linux, ovviamente per aggiustare un paio di cose storte ma soprattutto per “personal heritage”.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Lo so, è un motivo piuttosto stupido, ma a me piace. C’è chi scolpisce le statue, chi coltiva un orto, io faccio i git commit.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;L’altro punto riguarda proprio l’approccio al lavoro, che nel caso di Marco è più sano, nel mio caso invece conduce al burnout più totale :-D&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Nello specifico, a me piace molto quello che faccio e ancora più nello specifico il fatto che una parte del mio lavoro vada a impattare su (appunto) dei progetti open source (ancora). Sicuramente capiterà che io debba lavorare in maniera diversa proprio perché nulla è eterno, e quel giorno probabilmente mi approccerò al mestiere in una maniera meno appassionata. Mi è già successo e sono sicuro che risuccederà. Ad oggi però vale quanto sopra.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Queste cose mi fanno andare avanti nonostante l’industria ormai sia il nonsense più totale. Nonostante il nostro sia ormai un &lt;strong&gt;white collar job&lt;/strong&gt; fatto e finito, sapere di contribuire giorno dopo giorno a qualcosa che uso e che in minimissima parte non è utile solo a ingrassare qualche fondo d’investimento mi risolleva il morale almeno un po’.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;“E questo spesso basta.” [cit.]&lt;/p&gt;

&lt;div class=&quot;footnotes&quot; role=&quot;doc-endnotes&quot;&gt;
  &lt;ol&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:1&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Di solito il mezzo di sopravvivenza di progetti simili è un ente come Apache Foundation. &lt;a href=&quot;#fnref:1&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
  &lt;/ol&gt;
&lt;/div&gt;
</description>
      
    </item>
    
    <item>
      
        <title>Helix for Debian</title>
        <link>https://dottorblaster.it/2025/08/helix-for-debian/</link>
        <pubDate>Tue, 12 Aug 2025 12:13:52 +0000</pubDate>
        <author>dottorblaster@gmail.com (Alessio Biancalana)</author>
        <guid>https://dottorblaster.it/2025/08/helix-for-debian</guid>
        <description>&lt;p&gt;Qualche giorno fa &lt;a href=&quot;https://github.com/gsora&quot;&gt;Gianguido&lt;/a&gt; stava cercando di convincermi a comprare un MNT Reform, e nello specifico stavamo parlando della distribuzione Debian-based che gli sviluppatori fanno girare su questo dispositivo. Siamo finiti a parlare del suo workflow, del fatto che a lui piace molto Helix; sta cercando di portare anche me in questa setta, ma (finora) con scarsi risultati&lt;sup id=&quot;fnref:1&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:1&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;1&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Parla che ti riparla è venuto fuori che &lt;strong&gt;Helix&lt;/strong&gt; non è nei repository di &lt;strong&gt;Debian&lt;/strong&gt;, e il mio amichetto ha detto quasi tra sé e sé: “Probabilmente basterebbe scaricare il sorgente e lanciare &lt;code class=&quot;language-plaintext highlighter-rouge&quot;&gt;cargo deb&lt;/code&gt;”. Per quanto questo sia vero, ho ovviamente pensato subito a un’altra cosa che potevamo fare.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Quello che ho pensato io è stato infatti, so per certo che &lt;a href=&quot;https://openbuildservice.org/&quot;&gt;OBS (Open Build Service)&lt;/a&gt; può costruire pacchetti per qualsiasi distribuzione, vuoi vedere che non riusciamo a tirare fuori qualcosa per avere un repository Debian “in full effect” da cui installare Helix?&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Così mi sono messo a smacchinare e da oggi è possibile avere Helix su Debian senza grossi sforzi usando il nostro repository che ho prontamente chiamato &lt;strong&gt;Helix for Debian&lt;/strong&gt;. Usarlo su Debian 13, che è uscita qualche giorno fa e che era il mio target primario, è molto semplice:&lt;/p&gt;

&lt;div class=&quot;language-sh highlighter-rouge&quot;&gt;&lt;div class=&quot;highlight&quot;&gt;&lt;pre class=&quot;highlight&quot;&gt;&lt;code&gt;&lt;span class=&quot;nb&quot;&gt;echo&lt;/span&gt; &lt;span class=&quot;s2&quot;&gt;&quot;deb [signed-by=/etc/apt/keyrings/alessio.biancalana-obs.gpg] https://download.opensuse.org/repositories/home:/alessio.biancalana:/helix-debian/Debian_13/ ./&quot;&lt;/span&gt; | &lt;span class=&quot;nb&quot;&gt;sudo tee&lt;/span&gt; &lt;span class=&quot;nt&quot;&gt;-a&lt;/span&gt; /etc/apt/sources.list.d/helix-debian.list
wget &lt;span class=&quot;nt&quot;&gt;-O&lt;/span&gt; alessio.biancalana-obs.gpg https://build.opensuse.org/projects/home:alessio.biancalana/signing_keys/download&lt;span class=&quot;se&quot;&gt;\?&lt;/span&gt;kind&lt;span class=&quot;se&quot;&gt;\=&lt;/span&gt;gpg
&lt;span class=&quot;nb&quot;&gt;sudo cp &lt;/span&gt;alessio.biancalana-obs.gpg /etc/apt/keyrings/alessio.biancalana-obs.gpg
&lt;/code&gt;&lt;/pre&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;

&lt;p&gt;Con queste tre righe di shell dovreste aver aggiunto il repository e configurato la verifica dei pacchetti tramite GPG.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;A questo punto basta usarlo normalmente:&lt;/p&gt;

&lt;div class=&quot;language-sh highlighter-rouge&quot;&gt;&lt;div class=&quot;highlight&quot;&gt;&lt;pre class=&quot;highlight&quot;&gt;&lt;code&gt;&lt;span class=&quot;nb&quot;&gt;sudo &lt;/span&gt;apt update
&lt;span class=&quot;nb&quot;&gt;sudo &lt;/span&gt;apt &lt;span class=&quot;nb&quot;&gt;install &lt;/span&gt;helix
&lt;/code&gt;&lt;/pre&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;

&lt;p&gt;In teoria dovrei aver abilitato la compilazione dei pacchetti anche per Testing e Sid, quindi di fatto al posto di &lt;code class=&quot;language-plaintext highlighter-rouge&quot;&gt;Debian_13&lt;/code&gt; è possibile utilizzare &lt;code class=&quot;language-plaintext highlighter-rouge&quot;&gt;Debian_Testing&lt;/code&gt; o &lt;code class=&quot;language-plaintext highlighter-rouge&quot;&gt;Debian_Unstable&lt;/code&gt; a seconda dei casi e tutto dovrebbe comunque funzionare.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ci ho messo un po’ più del dovuto semplicemente perché in vita mia non avevo mai fatto un pacchetto per Debian o derivate, quindi ho dovuto imparare una tonnellata di roba nuova, ma a parte qualche colorita bestemmia principalmente dovuta all’approccio che ha Debian verso i programmi scritti in Rust è stato molto divertente.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;E buon divertimento con l’ultima versione di Helix sulla vostra Debian&lt;sup id=&quot;fnref:2&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:2&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;2&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt; :-)&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/debian-helix/2025-12-08-14_22.png&quot; alt=&quot;Helix su Debian&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;div class=&quot;footnotes&quot; role=&quot;doc-endnotes&quot;&gt;
  &lt;ol&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:1&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Sono molto affezionato al mio flow con vim/neovim, quindi è molto difficile farmi fare onboarding di una cosa nuova. Quello che riconosco però è che i default di Helix sono veramente sensati, e il fatto di avere un setup tutto sommato produttivo da subito senza dover smadonnare tra plugin e voci di configurazione incomprensibili ha il suo fascino. &lt;a href=&quot;#fnref:1&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:2&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Ovviamente non ho installato davvero Debian su nessuna delle mie macchine, semplicemente per fare tutto questo lavoro nonché altre cose fichissime è sufficiente essere abbastanza versati con &lt;a href=&quot;https://github.com/89luca89/distrobox&quot;&gt;distrobox&lt;/a&gt;. &lt;a href=&quot;#fnref:2&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
  &lt;/ol&gt;
&lt;/div&gt;
</description>
      
    </item>
    
    <item>
      
        <title>Sono tre anni che uso un laptop incredibile: ode al mio Thinkpad x270</title>
        <link>https://dottorblaster.it/2025/08/thinkpad-x270/</link>
        <pubDate>Sun, 03 Aug 2025 12:02:51 +0000</pubDate>
        <author>dottorblaster@gmail.com (Alessio Biancalana)</author>
        <guid>https://dottorblaster.it/2025/08/thinkpad-x270</guid>
        <description>&lt;p&gt;È parecchio che non scrivo del mio setup, che negli anni è cambiato molto poco: sul mio computer fisso ho voluto passare ad Hyprland perché è l’unica “cosa tiling” che funziona relativamente bene su GPU Nvidia, e sul portatile aziendale sto semplicemente usando Aeon da parecchio tempo cercando di non farmi prendere troppe fisime.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Sul laptop invece la rice è identica a quella che mostrai &lt;a href=&quot;https://dottorblaster.it/2021/10/x1-extreme/&quot;&gt;parecchio tempo fa&lt;/a&gt;, con qualche minuscola variazione semplicemente perché nel frattempo GDM è diventato capace di lanciare una sessione Wayland senza sbroccare.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/x270-rice/screen_rice_x270.png?ref_type=heads&quot; alt=&quot;openSUSE Tumbleweed con Sway su Thinkpad x270&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/x270-rice/screen_rice_x270_vim.png&quot; alt=&quot;openSUSE Tumbleweed con vim aperto, con Sway, su Thinkpad x270&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ma non è di questo che voglio parlare, quanto del laptop, che non è più un X1 Extreme: alla fine qualche anno fa io che amo i form factor un po’ strani mi sono lasciato sedurre dal &lt;strong&gt;Thinkpad x270&lt;/strong&gt; di &lt;a href=&quot;https://dimonaco.dev/&quot;&gt;Carmine&lt;/a&gt;, e gli ho chiesto dove lo avesse preso. In realtà la conversazione è stata ben più lunga e articolata, durante la quale Carmine mi ha anche introdotto a un sito che all’epoca li vendeva come il pane, già modifcati e massimizzati con 16 GB di RAM e 512 GB di disco SSD, una goduria per le mie orecchie in quel momento. L’X1 Extreme infatti oltre ad essere un po’ pesante non aveva quel feeling di una macchina “pocket”: credevo che passare a un 15 pollici e spicci non mi avrebbe fatto quell’effetto, e invece…&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/x270-rice/x270r-rice-photo.png&quot; alt=&quot;Thinkpad x270 in foto&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;… e invece ordine fatto d’impulso, e una settimanella dopo mi è arrivato questo gioiellino, che da tre anni è il mio unico portatile personale. 300 euro e è passata la paura. Ora inizia a mostrare un po’ i segni del tempo, ma devo dire che per essere una macchina ricondizionata che ho pagato pochissimo è stato veramente un grande affare. Ho avuto un paio di cosette da sistemare ma devo dire che anche per me che sono super pigro è bastato smontarlo e sapere dove guardare.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Il feeling è veramente quello di un “cyberdeck”, di una macchinina piccola non eccessivamente potente che però tutto sommato fa il suo: alla fine riesco a farci girare progetti anche di lavoro con relativa facilità, e sono tre anni che questo computer mi accompagna in tutte le occasioni importanti (namely: &lt;a href=&quot;https://dottorblaster.it/2025/07/opensuse-conference-2025/&quot;&gt;openSUSE Conference&lt;/a&gt;, &lt;a href=&quot;https://dottorblaster.it/2024/11/opensuse-asia-2024/&quot;&gt;openSUSE Asia Summit&lt;/a&gt;, &lt;a href=&quot;https://dottorblaster.it/2025/02/fosdem-2025/&quot;&gt;FOSDEM&lt;/a&gt;). A parte la durata della batteria un po’ risicata, specie quando è sotto sforzo, non ho mai avuto da ridire, anzi: sinceramente dato che il tempo passa inesorabile e iniziano anche i primi segni di cedimento (d’altronde tre anni sono sempre tre anni per un laptop che era già “di mezza età” quando l’ho comprato) sto cominciando a guardare delle alternative e con mio sommo disappunto a meno di non spendere un rene per non avere comunque &lt;em&gt;tutte&lt;/em&gt; le cose che ha questo laptop (schermo IPS, 12 pollici, tastiera con una corsa stupenda, una CPU che non fa cagare, un sacco di RAM, un sacco di disco), non ne sto trovando affatto. Ero convinto di voler cambiare laptop qualche mese fa, e invece dopo una veloce ricerca di mercato ho capito che mi sa che il mio &lt;strong&gt;x270&lt;/strong&gt; continuerà a rimanere il mio laptop principale per ancora un bel po’ di tempo.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Da cui, appunto, il motivo di questo post.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Non me l’aspettavo quando l’ho comprato e infatti lo sto scrivendo tre anni dopo, ma l’x270 ha veramente scavato una nicchia incredibile nel mio cuore e nelle mie abitudini.&lt;/p&gt;
</description>
      
    </item>
    
    <item>
      
        <title>20 anni (quasi) fa</title>
        <link>https://dottorblaster.it/2025/07/20-anni-fa/</link>
        <pubDate>Thu, 17 Jul 2025 16:25:23 +0000</pubDate>
        <author>dottorblaster@gmail.com (Alessio Biancalana)</author>
        <guid>https://dottorblaster.it/2025/07/20-anni-fa</guid>
        <description>&lt;p&gt;Ho provato a cercare una mia foto di &lt;strong&gt;20 anni&lt;/strong&gt; fa e fortunatamente sono tutte sparite, a meno di non andare a ripescare qualche imbarazzante album di famiglia. Tra le copie online, la cosa più vecchia che ho potuto pescare è questa vecchia foto che mi scattò Antonio Doldo (che ringrazio tantissimo) al Linux Day del 2008 a Roma. Un po’ come &lt;a href=&quot;https://www.raibaz.it/posts/lo-sa-che-non-gli-dico-mai-di-no/&quot;&gt;Mattia&lt;/a&gt;, faccio quello che posso con quello che ho.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/20-anni-fa/alessio_20_anni_fa.jpg&quot; alt=&quot;Io, 20 anni fa&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/20-anni-fa/alessio_oggi.jpg&quot; alt=&quot;Io, oggi&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Per &lt;a href=&quot;https://cedmax.net/le-foto-di-kele/&quot;&gt;Marco&lt;/a&gt;, che ha iniziato questo treno, è cambiato parecchio: anche per me devo dire che di acqua sotto i ponti ne è passata un po’. Nello specifico:&lt;/p&gt;

&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;Molti lavori dopo&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Un “college dropout” dopo&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Svariati traslochi dopo, anch’io&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Anche svariati lavori dopo, per la precisione &lt;em&gt;tutti&lt;/em&gt; i lavori della mia vita&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Una casa di proprietà dopo&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Due terapie dopo&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Quasi due matrimoni (!) dopo&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;p&gt;Nonostante tutto questo, di queste due foto e dei momenti in cui sono state scattate mi colpiscono le costanti.&lt;/p&gt;

&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;Sono state scattate entrambe a una conferenza (piccola o grande che sia) su Linux&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;L’anno dopo avevo un talk su Arch Linux, adesso ho commit quasi settimanali su openSUSE&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Sono quindi rimasto un nerdone delle distro Linux&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Ero un overthinker, sono un overthinker: ero pieno di paure, e oggi (complici le due terapie dopo) so solo che è normale&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Mi rende felice fare cose che per la maggior parte della gente sono considerate inutili&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Mi rende stranamente felice parlare delle mie cose&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Mi sembra sempre strano quando qualcuno si interessa a una cosa che ho fatto&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Scrivo ancora, meno spesso, su questo blog&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Sono sempre un metallaro di merda&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Perdura il mio amore per gli elenchi puntati&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;p&gt;A quel ragazzo vorrei dire di imparare che è inutile avere paura.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;All’adulto vorrei dire di ricordarselo.&lt;/p&gt;
</description>
      
    </item>
    
    <item>
      
        <title>openSUSE Conference 2025</title>
        <link>https://dottorblaster.it/2025/07/opensuse-conference-2025/</link>
        <pubDate>Thu, 03 Jul 2025 17:25:44 +0000</pubDate>
        <author>dottorblaster@gmail.com (Alessio Biancalana)</author>
        <guid>https://dottorblaster.it/2025/07/opensuse-conference-2025</guid>
        <description>&lt;p&gt;Esattamente come la scorsa edizione è stata la mia prima presenza a &lt;a href=&quot;https://dottorblaster.it/2024/11/opensuse-asia-2024/&quot;&gt;openSUSE Asia Summit&lt;/a&gt;, quest’anno sono invece riuscito a incastrare, come avevo già scritto, l’avere un talk decente da portare con la mia prima &lt;strong&gt;openSUSE Conference&lt;/strong&gt;. Di ritorno quindi, appunto, da openSUSE Conference ‘25 posso dire che queste conferenze quasi completamente verticali mi stanno piacendo sempre di più, e mi stanno facendo capire che se mi fosse reso conto prima del tipo di contenuto e del tipo di audience forse ci sarei venuto da molto molto tempo prima.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;E la mia vita professionale forse avrebbe fatto giri diversi per giungere allo stesso punto.&lt;/p&gt;

&lt;h3 id=&quot;il-posto&quot;&gt;Il posto&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Non essendo mai stato alla openSUSE Conference, non sapevo che tipo di posto fosse lo Z-Bau finché non ci ho messo piede per la prima volta: è veramente incredibile, devo dire, vedere una conferenza incentrata sul software avvenire in un locale palesemente fatto per fare da centro sociale (e fin qua anche ok) e da posto per ospitare concerti anche di una certa dimensione e potenza. Non mancano infatti andando in giro per lo Z-Bau i poster di una fracca di concerti che spaziano dal goth al death metal al depressive black spinto, per non parlare di tutta la wave elettronica.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Anche se ora ho i capelli corti, da metallaro non ho potuto che apprezzare, anche perché la prima sera della conferenza nel cortile esterno c’era appunto un &lt;strong&gt;DJ set metal&lt;/strong&gt; niente male. Grazie a questo tipo di location, per la prima volta ho tenuto un talk tecnico su un palco che era fatto per ospitare il metallo. Purtroppo non c’è stato nessun tentativo di pogo durante il momento del Q&amp;amp;A, ma non si può avere tutto dalla vita.&lt;/p&gt;

&lt;h3 id=&quot;i-talk&quot;&gt;I talk&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Togliamoci subito il dente: nella lineup degli speaker c’ero anche io con un talk su &lt;a href=&quot;https://github.com/schedkit&quot;&gt;SchedKit&lt;/a&gt;, un progettino che ho iniziato a febbraio di quest’anno che si prepone di impacchettare in immagini OCI degli scheduler scritti per girare attraverso sched_ext, per poi avere del tooling che permette di prendere questi &lt;strong&gt;bundle OCI&lt;/strong&gt; e far girare gli scheduler contenuti al loro interno. Il talk è andato bene, ci sono state anche un paio di domande interessanti; mi è dispiaciuto che alcune delle domande siano arrivate offline e non mentre c’era la registrazione che andava, perché sarebbe stato carino avere tutto il set di risposte da sbobinare.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;A parte, appunto, il sottoscritto di cui ho parlato anche troppo, ho visto anche altri talk interessanti:&lt;/p&gt;

&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;Paolo Perego che ne ha portati addirittura due: uno sulla prototipazione di tool di security tramite gli LLM, e uno sull’importanza e sulle implicazioni dell’auditing del codice per gli sviluppatori di software open source. In particolare il secondo talk mi ha fatto riflettere sul fatto che &lt;em&gt;nessuno&lt;/em&gt; dei miei progetti possiede un file SECURITY.md;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Richard Brown col suo consueto aggiornamento su Aeon, dove siamo, dove andiamo e perché lo facciamo;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Filippo Bonazzi con il suo workshop su openSUSEway, il “nostro” tentativo di fornire una rice di Sway bella e pronta con il branding di openSUSE e un po’ di cosette utili;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Patrick Fitzgerald che ha cercato di fare un punto sull’adozione di Linux sul desktop attraverso progetti di migrazione strutturata (pubbliche amministrazioni and co.): l’aspetto interessante è che invece di fare un discorso filosofico Patrick ha anche portato dei numeri sui risparmi per i clienti e le opportunità di margine per i fornitori;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Danilo Spinella che ha portato la sua ricerca sulle diverse strategie che adottano le distribuzioni Linux per quanto riguarda il packaging;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Rick Spencer con la sua panoramica sullo stato della community di openSUSE: ho particolarmente apprezzato il fatto che in quanto General Manager della divisione Business Critical Linux di SUSE comunque non cerchi mai di forzare le cose all’interno del progetto open;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Dan Čermák con un po’ di tooling per aggiornamenti del sistema operativo a partire da immagini OCI;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Ish Sookun con due talk interessantissimi, uno sul mirror di openSUSE che hanno avviato nelle Mauritius (con un sacco di bash e nastro adesivo: ho apprezzato) e uno sul processo di approvazione delle membership di openSUSE, che è sostanzialmente un fardello enorme sulle spalle di pochi;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Nico Krapp che ha parlato di come openSUSE stia supportando i Framework laptop.&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;h3 id=&quot;la-community&quot;&gt;La community&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;C’è poco da girarci intorno: tra talk filosofici e talk tecnici devo dire che ho sbadigliato molto raramente in questi giorni, nonostante la mancanza di riposo dovuta essenzialmente ai litri e litri di birra bevuti coi miei colleghi e coi miei amici. Ho seguito talk veramente su qualsiasi argomento, senza filtro, facendomi un bagno di una cosa che adoro (i ~bratwurst~ sistemi operativi) senza soluzione di continuità per tre giorni di fila. Ma più di questo, la cosa che mi dà sempre maggiore soddisfazione è vedere di essere circondato da persone che pur con qualche divergenza di opinioni sono affascinate dal tema quanto me.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ne parlavo con degli amici tempo fa: gli appassionati di queste tematiche sono veramente pochi e avere l’occasione di ritrovarsi di persona davanti a una birra è secondo me un tesoro da custodire - specie quando i tuoi amici sono così carini da portarti nei loro posti speciali. Come sempre è stata l’occasione per approfondire qualche conoscenza, per stringere nuove mani, ma soprattutto per sfondarsi di cibo tutti insieme durante il fantastico barbecue che lo staff della conferenza organizza più o meno ogni anno.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Tra il livello tecnico abbastanza alto e la compagnia, devo dire che mi piacerebbe fare di questa conferenza un &lt;strong&gt;appuntamento fisso&lt;/strong&gt;. L’anno prossimo potrebbe essere un po’ più complicato, ma sicuramente quello dopo… :-)&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Come nota di chiusura, verso la fine dell’evento ho avuto la mia grossa fettà di opportunità per parlare coi membri del &lt;strong&gt;board di openSUSE&lt;/strong&gt; e fargli presente alcune cose che andrebbero riviste all’interno del progetto. In particolare:&lt;/p&gt;

&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;La creazione di &lt;strong&gt;gruppi di lavoro&lt;/strong&gt; tematici intorno a specifiche aree, dato che spesso il lavoro è molto personalizzato e alla fine in mancanza di processi si tende ad avere delle “go-to people” che di fatto diventano silos&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Il fatto che il concetto stesso di membership e il processo di review debbano essere un pochino rivisti&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;p&gt;Entrambe le proposte mi sono sembrate estremamente ben accolte. Per quanto riguarda i working group, ci si sta già lavorando. Per quanto riguarda la membership, Ish Sookun ha già detto che vuole metterci le mani e cercando lui volontari non mi sono certo tirato indietro.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Con queste premesse, sicuramente possiamo dire che fino a 2026 inoltrato sarò parecchio impegnato. See ya! Have a lot of fun!&lt;/p&gt;
</description>
      
    </item>
    
    <item>
      
        <title>Di Mozilla, Pocket, e asce che calano</title>
        <link>https://dottorblaster.it/2025/06/addio-pocket/</link>
        <pubDate>Sun, 15 Jun 2025 13:44:44 +0000</pubDate>
        <author>dottorblaster@gmail.com (Alessio Biancalana)</author>
        <guid>https://dottorblaster.it/2025/06/addio-pocket</guid>
        <description>&lt;p&gt;Tornando qualche settimana fa dal retreat a Barcellona di tutto il mio dipartimento sono stato sorpreso (almeno in prima battuta) dalla notizia che rimbalzava in giro per l’Internet secondo cui Mozilla avrebbe chiuso Pocket da Ottobre 2025. Oltre al fatto che io adoro Pocket come servizio, e che ero entusiasta di usarlo sia sui miei computer che su &lt;em&gt;tutti&lt;/em&gt; i miei dispositivi dato che si integra (…va) nativamente con il Kobo, la reazione negativa che ho avuto nel leggere questa novità è stata accentuata ovviamente dal fatto che &lt;a href=&quot;https://dottorblaster.it/2024/10/cauldron-devlog-settimana-8/&quot;&gt;più o meno un anno fa&lt;/a&gt; ho deciso di svilupparne un &lt;a href=&quot;https://flathub.org/apps/it.dottorblaster.cauldron&quot;&gt;client per il desktop Linux&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Oltre a rosicare tantissimo e a trovarmi inerme di fronte &lt;a href=&quot;https://github.com/dottorblaster/cauldron/issues/136&quot;&gt;alla issue&lt;/a&gt; che mi ha aperto il buon &lt;a href=&quot;https://miliucci.org&quot;&gt;Alessandro&lt;/a&gt;, chiaramente adesso mi sto chiedendo: che fare per il futuro?&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;rip-pocket-sul-kobo&quot;&gt;RIP Pocket sul Kobo&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Pocket sul Kobo&lt;/strong&gt; era una figata. Secondo me avrebbero potuto raffinarne poco poco l’usabilità: per esempio la grandezza dei caratteri degli articoli di Pocket era stranamente molto piccola, e ogni volta che mi sono trovato a usare questa funzionalità ho dovuto aumentare la font-size talmente tanto che andando poi a rileggere un libro sembravo uno di quegli orbi che leggono due lettere per pagina.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;tutto-sommato-non-una-sorpresa&quot;&gt;Tutto sommato, non una sorpresa&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Stupido io ad investirci così tanto: &lt;strong&gt;Pocket&lt;/strong&gt; sembrava già alla canna del gas da tantissimo tempo, e ho deciso di ignorare tutti i segnali. Primo tra tutti, proprio il segnale principe di non mantenere più e addirittura togliere dall’App Store il client per Mac, che era un piccolo gioiello.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Quantomeno mi rimane la soddisfazione di essere stato capace di replicare quell’esperienza utente prima della fine.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Gli altri segnali sono sempre stati un reiterato tentativo di palesare il fatto che Mozilla non era assolutamente interessata a continuare il lavoro su Pocket, specie avendo realizzato di non poterci guadagnare. Insomma, non voglio buttarla troppo sul politico, ma un’altra grande vittoria del capitalismo - e a rimetterci siamo sempre noi consumatori, dato che all’interno di un sistema capitalista parlare di utenti anziché di consumatori secondo me mistifica e altera un pochettino la percezione della realtà.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Le alternative (self-hosted) che ho valutato sono &lt;a href=&quot;https://wallabag.it/en/&quot;&gt;Wallabag&lt;/a&gt; e &lt;a href=&quot;https://github.com/go-shiori/shiori&quot;&gt;Shiori&lt;/a&gt;: ho tentato di non farmi contaminare troppo dai dettagli implementativi, ma il fatto che Wallabag, pur ricco di integrazioni, sia in PHP mi rende veramente difficile pensare che sia facile da operare e con poco impatto sulla mia infrastruttura, che è piccolina.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;gli-impatti-su-cauldron&quot;&gt;Gli impatti su Cauldron&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Non ultima ovviamente per me la domanda cardine: cosa succederà a Cauldron?&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Per Cauldron vedo alcune vie, soprattutto data la presenza per Wallabag di un client desktop:&lt;/p&gt;

&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;Buttarlo nel secchio (è una possibilità);&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Convertire l’applicazione a un approccio multi-provider che permetta di autenticarsi con qualsiasi servizio;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Convertire l’applicazione in un client desktop per Shiori.&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;p&gt;Tutto questo (qualsiasi cosa non rientri nella decisione del secchio) sarebbe comunque fattibile per me solo nella seconda metà inoltrata dell’anno.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Per una volta che avevo fatto una cosa carina… ma vabbeh, shit happens :-)&lt;/p&gt;
</description>
      
    </item>
    
    <item>
      
        <title>schedkit @ openSUSE Conference 2025</title>
        <link>https://dottorblaster.it/2025/06/schedkit-opensuse-conference-2025/</link>
        <pubDate>Mon, 02 Jun 2025 17:28:41 +0000</pubDate>
        <author>dottorblaster@gmail.com (Alessio Biancalana)</author>
        <guid>https://dottorblaster.it/2025/06/schedkit-opensuse-conference-2025</guid>
        <description>&lt;p&gt;Poco dopo &lt;a href=&quot;https://dottorblaster.it/2025/02/fosdem-2025/&quot;&gt;il FOSDEM di quest’anno&lt;/a&gt; mi sono messo a ragionare se avesse senso tentare di eseguire scheduler scritti con sched_ext in maniera containerizzata. La parola “containerizzato” per uno scheduler userspace è abbastanza stiracchiata semplicemente perché comunque il processo all’interno del container ha comunque bisogno di privilegi più elevati rispetto a quelli usuali, rompendo un po’ il modo di pensare classico rispetto a queste tematiche.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Prima di spenderci troppi pensieri, avevo già creato &lt;a href=&quot;https://github.com/schedkit/schedctl&quot;&gt;un piccolo tool&lt;/a&gt; che sostanzialmente si interfaccia in maniera abbastanza “opinionata” a containerd e &lt;strong&gt;Podman&lt;/strong&gt; e li usa come container engine/runtime per istanziare uno scheduler containerizzato scritto usando appunto sched_ext, che permette di &lt;strong&gt;implementare scheduler personalizzati&lt;/strong&gt; attraverso una serie di callback tramite &lt;strong&gt;eBPF&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La notizia in realtà non è tanto questa, quanto il fatto che a fine Giugno sarò a Norimberga per la &lt;a href=&quot;https://events.opensuse.org/conferences/oSC25&quot;&gt;openSUSE Conference 2025&lt;/a&gt;, per parlare appunto &lt;a href=&quot;https://events.opensuse.org/conferences/oSC25/program/proposals/4964&quot;&gt;di schedkit&lt;/a&gt;, dei traguardi che ha raggiunto e delle prossime mosse. È la prima volta che presento un progetto così ambizioso, e devo dire che non pensavo nemmeno che mi accettassero il talk :-)&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ho una nuvola di cose in testa in questo momento anche perché sono reduce dal retreat del mio team a Lisbona qualche settimana fa, ma non volevo che un annuncio del genere alla fine andasse perso semplicemente per pigrizia. Stanno succedendo parecchie cose in queste settimane, sia lavorativamente parlando che personalmente parlando&lt;sup id=&quot;fnref:1&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:1&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;1&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt;, e spero che questo blocco note non patisca ancora a lungo.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ci vediamo alla &lt;strong&gt;openSUSE Conference&lt;/strong&gt;!&lt;/p&gt;

&lt;div class=&quot;footnotes&quot; role=&quot;doc-endnotes&quot;&gt;
  &lt;ol&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:1&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Sono tornato a fare il master di D&amp;amp;D! Speriamo che riesca a terminare la campagna questa volta. &lt;a href=&quot;#fnref:1&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
  &lt;/ol&gt;
&lt;/div&gt;
</description>
      
    </item>
    
    <item>
      
        <title>Cauldron e la sua nuova icona - ma anche copia, apri, ama</title>
        <link>https://dottorblaster.it/2025/03/cauldron-icona-copia-apri-ama/</link>
        <pubDate>Thu, 20 Mar 2025 19:15:21 +0000</pubDate>
        <author>dottorblaster@gmail.com (Alessio Biancalana)</author>
        <guid>https://dottorblaster.it/2025/03/cauldron-icona-copia-apri-ama</guid>
        <description>&lt;p&gt;Pur essendo una persona che soffre moderatamente il cambio di stagione&lt;sup id=&quot;fnref:1&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:1&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;1&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt;, devo dire che sto accusando quest’entrata della primavera in maniera meno grave del solito, e uno dei motivi è che il design team di GNOME (nella persona di &lt;a href=&quot;https://bragefuglseth.dev/&quot;&gt;Brage Fuglseth&lt;/a&gt;) ha finalmente dato un’icona a &lt;a href=&quot;https://flathub.org/apps/it.dottorblaster.cauldron&quot;&gt;Cauldron&lt;/a&gt;. Sinceramente sono sempre stato emozionato più del dovuto per questa cosa, e devo dire che fin dal primo momento mi sono eccitato come un cucciolo di labrador perché non solo ho provato a fare un’app desktop e ci sono sommariamente riuscito, ma grazie a questa icona adesso sembra anche una “cosa vera” - di quelle del desktop environment per davvero, ecco.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/cauldron/cauldron.png&quot; alt=&quot;L&apos;icona di Cauldron in anteprima&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Questo mi ha dato un boost di motivazione per aggiungere due cose che volevo piazzare dentro Cauldron da tantissimo tempo:&lt;/p&gt;

&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;Copia nella clipboard: ovvero, appunto, un pulsante per copiare nella clipboard l’URL del post che si sta visualizzando;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Apri nel browser: un altro pulsante che apre nel browser di default l’articolo che si sta visualizzando.&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;p&gt;Sono due cose che ho sempre avuto a disposizione in tutti gli RSS reader per ogni piattaforma, ovviamente a partire dal mitico &lt;a href=&quot;https://apps.gnome.org/it/NewsFlash/&quot;&gt;Newsflash&lt;/a&gt;, e dato che erano tutto sommato delle vittorie facili non vedo perché farcele mancare. Anche perché, appunto, Pocket for Mac, da cui ho preso spunto&lt;sup id=&quot;fnref:2&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:2&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;2&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt;, ce le ha entrambe e sono comodissime.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Godetevi tutto!&lt;/p&gt;

&lt;div class=&quot;footnotes&quot; role=&quot;doc-endnotes&quot;&gt;
  &lt;ol&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:1&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Vi giuro che la sto prendendo da lontano ma non sono ancora arrivato a fare come quei vecchi attaccapippe che parlano del tempo. &lt;a href=&quot;#fnref:1&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:2&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Che tra l’altro è stato mandato a sunset, quindi praticamente il mio è attualmente il miglior client Pocket sulla faccia della terra - tant’è che &lt;a href=&quot;https://blog.setale.me/&quot;&gt;Lorenzo&lt;/a&gt; mi ha inaspettatamente chiesto se supporterò mai macOS. &lt;a href=&quot;#fnref:2&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
  &lt;/ol&gt;
&lt;/div&gt;
</description>
      
    </item>
    
    <item>
      
        <title>openSUSE membership (aka: non sapevo di poter essere più di un contributor)</title>
        <link>https://dottorblaster.it/2025/02/opensuse-membership/</link>
        <pubDate>Sun, 16 Feb 2025 18:18:23 +0000</pubDate>
        <author>dottorblaster@gmail.com (Alessio Biancalana)</author>
        <guid>https://dottorblaster.it/2025/02/opensuse-membership</guid>
        <description>&lt;p&gt;Dato che ormai è parecchio tempo che contribuisco a &lt;strong&gt;openSUSE&lt;/strong&gt; in maniera attiva (principalmente mantenendo aggiornato insieme a un manipolo di bravi il pacchetto di &lt;strong&gt;Elixir&lt;/strong&gt;) ho trovato il coraggio e il tempo di sottopormi al processo di assegnazione della membership all’interno del progetto.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Lo status di membro è una cosa incognita, e ne sto appunto parlando perché rispetto alle decine (se non centinaia) di persone che ogni giorno inviano patch e documentazione secondo me non gli viene data abbastanza attenzione. Innanzi tutto se siete interessati a &lt;strong&gt;contribuire a una distribuzione Linux&lt;/strong&gt; vi consiglio di leggere la &lt;a href=&quot;https://en.opensuse.org/openSUSE:Members&quot;&gt;pagina wiki associata&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Dopodiché, nel mio caso è andato tutto molto bene dato che ho partecipato parlando di openSUSE a varie iniziative e conferenze, oltre al codice. Se siete italiani e avete contribuito in maniera costante e misurabile vi consiglio di richiedere la membership perché così almeno potete:&lt;/p&gt;

&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;Sfoggiare l’IRC cloak (se siete anziani)&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Sfoggiare l’indirizzo email &lt;code class=&quot;language-plaintext highlighter-rouge&quot;&gt;@opensuse.org&lt;/code&gt;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Essere su Planet SUSE&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Partecipare alle elezioni del board&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Essere eletti nel board&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;p&gt;In realtà le funzioni del board di openSUSE sono parecchio limitate, si tratta per lo più di organizzazione ad alto livello, ma se volete avere un impatto maggiore è sicuramente una cosa da prendere in considerazione. In particolare negli ultimi tempi ho avuto modo di constatare che, appunto, lo status di openSUSE Member è qualcosa di abbastanza misconosciuto.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Dopo di me è stato anche accolto a braccia apertissime il buon &lt;a href=&quot;https://codiceinsicuro.it/&quot;&gt;Paolo&lt;/a&gt; che, io non lo sapevo, è maintainer della &lt;a href=&quot;https://build.opensuse.org/package/show/shells/zsh&quot;&gt;ZSH&lt;/a&gt; che uso tutti i giorni su tutti i miei setup, quindi ne aveva molto più diritto di me :-D&lt;/p&gt;
</description>
      
    </item>
    
    <item>
      
        <title>FOSDEM 2025: tra eBPF e strane distro Linux</title>
        <link>https://dottorblaster.it/2025/02/fosdem-2025/</link>
        <pubDate>Fri, 07 Feb 2025 23:36:57 +0000</pubDate>
        <author>dottorblaster@gmail.com (Alessio Biancalana)</author>
        <guid>https://dottorblaster.it/2025/02/fosdem-2025</guid>
        <description>&lt;p&gt;“Ci sei al FOSDEM?”&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Penso che questa sia la frase che ho sentito di più nelle ultime settimane: sono contentissimo di aver beccato in giro chi sono riuscito a vedere, mortificato con chi invece non è riuscito a incontrarmi. Non me la sto tirando o qualcosa di simile: il &lt;strong&gt;FOSDEM&lt;/strong&gt;, sin dal primo anno in cui ci sono stato, si è sempre dimostrato una grande bolgia e se ci si dà appuntamento in parecchi è assolutamente impossibile riuscire a beccarsi tutti. È per questo che il mio approccio a questa conferenza è parecchio best effort, ovvero se si riesce a darsi un cinque nei corridoi bene altrimenti ciccia.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Fatta questa doverosa premessa, anche quest’anno a Bruxelles si è tenuto il FOSDEM, che ormai è il più grande evento riguardante il software open source in Europa, probabilmente nel mondo, e probabilmente l’unico ormai davvero rilevante per massa e per argomenti.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ogni anno le devroom che la conferenza ospita cambiano, in modo da coprire uno spazio di interessi molto vasto. In particolare quest’anno le devroom che ho frequentato di più sono state:&lt;/p&gt;

&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;&lt;strong&gt;Containers&lt;/strong&gt;: Avrei voluto fare di meglio specie per seguire &lt;a href=&quot;https://fosdem.org/2025/schedule/event/fosdem-2025-5022-implementing-a-rootless-container-manager-from-scratch/&quot;&gt;il talk di Luca Di Maio&lt;/a&gt;, ma me lo sono seguito a metà per colpa di un kebabbaro particolarmente lento e del bisogno di pranzare;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;&lt;strong&gt;eBPF&lt;/strong&gt;: Ovviamente la mia più grande passione degli ultimi tempi;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;&lt;strong&gt;Monitoring and Observability&lt;/strong&gt;: L’ho fatto per tre anni, lo faccio ancora, nemmeno a dirlo mi sono sparato un po’ di talk qui dentro;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;&lt;strong&gt;Distributions&lt;/strong&gt;: Dato che ho il kink delle distribuzioni Linux e dintorni, ovviamente mi sono fiondato in Distributions Devroom dove il mio amichetto Dan Cermak doveva tenere un paio di talk. Purtroppo ha avuto dei problemi e non è riuscito a presenziare, ma il suo secondo ha comunque portato a casa il risultato incuriosendomi riguardo &lt;a href=&quot;https://fosdem.org/2025/schedule/event/fosdem-2025-5794-packit-bridging-the-gap-between-fedora-and-opensuse/&quot;&gt;Packit&lt;/a&gt;.&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;p&gt;Oltre il talk su Packit devo fare una menzione speciale al talk su &lt;strong&gt;CentOS&lt;/strong&gt; di &lt;a href=&quot;https://fosdem.org/2025/schedule/event/fosdem-2025-5616-centos-stream-and-the-power-of-sigs-kde-hyperscale-and-beyond/&quot;&gt;Troy Dawson&lt;/a&gt;, che è stato condotto con una passione tale da farmi venire quasi voglia di contribuire al progetto; sicuramente me ne studierò la struttura meglio, e cercherò di capire come nonostante Red Hat ne abbia sfondato tutto il valore che aveva, comunque la nuova organizzazione stia avendo un sacco di senso. L’altro pezzo che mi porto a casa da questo e da altri talk è quello sui SIG, gli Special Interest Group attorno a cui gravitano moltre distro tra cui Fedora e CentOS appunto, ma anche altri progetti open come Kubernetes.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Menzione d’onore, tra tutti gli stand che ho visitato, oltre quello di FOSSAsia dove ho comprato uno stravagantissimo badge LED da attaccare alla felpa, ovviamente lo stand di openSUSE dove si sono avvicendati personaggi del calibro di Richard Brown, Douglas De Maio e Patrick Fitzgerald. Chi non è a contatto con il team di sviluppo e con il board non sa nemmeno di cosa sto parlando, ma sono tre tra gli individui più di rilievo nella community di openSUSE: Richard è l’inventore di &lt;a href=&quot;https://get.opensuse.org/tumbleweed&quot;&gt;Tumbleweed&lt;/a&gt; nonché di Aeon (il flavor atomico/immutabile di openSUSE), Doug è stato a capo del board svariate volte e Patrick è colui che ha inventato &lt;a href=&quot;https://get.opensuse.org/leap/15.6/&quot;&gt;Leap&lt;/a&gt;. Insomma, bella gente.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Vorrei fare un listone di tutte le persone che ho potuto abbracciare a questo FOSDEM, ma sarebbe praticamente un elenco del telefono senza alcun valore per i lettori e senza alcuno spessore dato che per ognuno degli elencati mi dovrei mettere a spiegare come mai sono stato così felice di essersi visti. Con chi non ci siamo visti, ragazzi: come se. Purtroppo mi devo ripetere, ma quella bolgia che è il &lt;strong&gt;FOSDEM&lt;/strong&gt; non lascia scampo e in realtà i piani sono sempre abbastanza soggetti a cambi di rotta dell’ultimo secondo.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Io per conto mio conservo nel cuore la sensazione di essere parte, ancora una volta, di una comunità vibrante che nonostante le pressioni aziendali è ancora parecchio “grassroot”. Una comunità di amici, dove nessuno ti nega mai una spiegazione e dove basta un’email o un messaggio di chat per iniziare una conversazione tra le più stimolanti.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;È il motivo per cui in questa comunità ci sono entrato, ed è il motivo per cui ci resto.&lt;/p&gt;
</description>
      
    </item>
    
    <item>
      
        <title>Developing an application for GNOME in Rust - il video di openSUSE Asia 2024</title>
        <link>https://dottorblaster.it/2025/01/opensuse-asia-2024-video/</link>
        <pubDate>Thu, 30 Jan 2025 17:38:09 +0000</pubDate>
        <author>dottorblaster@gmail.com (Alessio Biancalana)</author>
        <guid>https://dottorblaster.it/2025/01/opensuse-asia-2024-video</guid>
        <description>&lt;p&gt;Non so nemmeno come iniziare questo post - come in realtà grandissima parte dei miei post, soprattutto recenti - ma, sulla strada per il FOSDEM 2025, sono contentissimo di riportare qui che finalmente è stato pubblicato sul canale YouTube di openSUSE &lt;a href=&quot;https://www.youtube.com/watch?v=-cWuwNx-tsc&quot;&gt;il talk che ho tenuto&lt;/a&gt; durante &lt;a href=&quot;https://dottorblaster.it/2024/11/opensuse-asia-2024/&quot;&gt;openSUSE Asia 2024&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Dato che sinora è comparso solo il mio ho modo di pensare che quelle che io pensavo fossero gentilissime richieste da parte mia siano state interpretate come intimidazioni da parte degli organizzatori, spero di non aver fatto figuracce. In caso, però, voi comunque potete gustarvi questi venti e passa minuti di me che blatero in inglese, con finalino in &lt;strong&gt;giapponese&lt;/strong&gt;. :-D&lt;/p&gt;
</description>
      
    </item>
    
    <item>
      
        <title>Una nuova tastiera: ovvero come ho costruito la mia tastiera finale</title>
        <link>https://dottorblaster.it/2025/01/tastiera-nuova-tofu60/</link>
        <pubDate>Sun, 26 Jan 2025 18:17:55 +0000</pubDate>
        <author>dottorblaster@gmail.com (Alessio Biancalana)</author>
        <guid>https://dottorblaster.it/2025/01/tastiera-nuova-tofu60</guid>
        <description>&lt;p&gt;Sono sempre stato appassionato di hardware strani. In particolar modo, una tunnel in cui ho deciso di infilarmi alcuni anni fa è quello delle tastiere meccaniche&lt;sup id=&quot;fnref:1&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:1&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;1&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt;. Al che, come primo acquisto ho deciso di buttarmi su qualcosa di precostruito che mi ha servito, devo dire, molto bene sino ad oggi.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;A Natale però ho deciso di farmi un piccolo regalo extra, grazie anche allo stimolo di &lt;a href=&quot;http://www.killbilla.it/&quot;&gt;Agnese&lt;/a&gt; che mi ha regalato dei keycap nuovi (che avevo già deciso di destinare a questo piccolo progetto): costruirmi una tastiera da zero, con pezzi completamente selezionati da me, puntando ad avere un sound in stile “THOCK” quando vengono premuti i tasti. Facendomi un giro su vari siti e soprattutto ascoltando fino alla noia sound test su YouTube, sfruttando anche vari appunti in passato ho deciso di procedere con questo setup:&lt;/p&gt;

&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;Case: &lt;strong&gt;Tofu60 Redux&lt;/strong&gt;, meteorite gray, in alluminio anodizzato;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;PCB: in realtà ho preso un kit, quindi il PCB è arrivato incluso con il case Tofu60. Un generico &lt;strong&gt;60% ANSI hotswap&lt;/strong&gt;&lt;sup id=&quot;fnref:2&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:2&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;2&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt;, con layout WK;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Foam mod&lt;sup id=&quot;fnref:3&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:3&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;3&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt;: per forza. Il kit della Tofu60 arriva con due strati di foam, uno da mettere tra il PCB e la switch board, l’altro da infilare direttamente a contatto con il case per farlo suonare meglio&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Weight bar: presente. Ovvero, una barra di ottone da inserire all’interno del case per farlo pesare un po’ di più e avere una sensazione di solidità maggiore;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Switch: &lt;strong&gt;Gazzew Boba Linear Thock&lt;/strong&gt;, prelubrificati;&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Keycap: &lt;strong&gt;SOLIDEE 135 bianchi&lt;/strong&gt;, con l’alfabeto &lt;strong&gt;hiragana&lt;/strong&gt; riportato a lato, regalo di Agnese.&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;h2 id=&quot;larrivo&quot;&gt;L’arrivo&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La sfida maggiore è stata reperire tutti i pezzi: il case/kit Tofu60 si trova abbastanza facilmente, i keycap sono stati ordinati su un noto sito di ecommerce, mentre per gli switch ho dovuto impegnarmi un po’ di più: oltre a venire oggettivamente un rene rispetto a degli switch per delle tasche più contenute, ho scoperto che i Boba Linear sono rari come il santo Graal, motivo per cui ho dovuto prenderli da un sito terribile, che non nominerò, ma che ha affidato la sua logistica a UPS.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/new-keeb/2025-01-26_18-38-04_673.jpeg&quot; alt=&quot;Close-up della confezione dei Boba Linear&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Non lo sapevo, ma &lt;strong&gt;UPS ha il peggior servizio di notifica esistente al mondo&lt;/strong&gt;: una volta lasciato il suono americano, non ho più avuto notizie del mio pacco finché non mi sono trovato un bellissimo avviso di giacenza una volta tornato dal mio viaggetto a Londra con gli amici, scoprendo contestualmente che:&lt;/p&gt;

&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;Il tentativo di consegna era avvenuto in un giorno assolutamente a caso senza che io ne sapessi niente, mentre non c’ero, senza una telefonatina né niente&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Mi spettava anche di pagare più di un paio di kebab alla dogana di Stato&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;p&gt;Siccome so che ve lo state chiedendo: oggettivamente sono gli switch migliori che abbia mai sentito e su cui abbia digitato. Nonostante questo ho intenzione di pagare a peso d’oro, la prossima volta, chiunque mi possa risparmiare la quasi-mezza-giornata che ho speso all’ufficio postale tentando di ritirare il mio pacco in giacenza, godendomi una assolutamente innecessaria dose di interazione col mondo circostante e con la fauna locale.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/new-keeb/2025-01-24_15-44-21_690.jpeg&quot; alt=&quot;La weight bar infilata dentro il case&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;il-montaggio&quot;&gt;Il montaggio&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;A posteriori, devo dire che il montaggio non mi ha preso troppo tempo, e &lt;strong&gt;pensavo molto peggio&lt;/strong&gt;. Lì per lì, tuttavia, ci sono stati dei momenti in cui ho detto “adesso appendo tutto e vado a farmi un giro” da quanto ero frustrato. Il motivo di questa frustrazione è che il kit di suo arriva &lt;strong&gt;senza un vero set di istruzioni&lt;/strong&gt;. Alla seconda build guide che guardavo su YouTube ho anche capito un po’ come funzionava tutto il giro, e sono andato a riguardare la pagina del kit stesso su KBDFans, dove c’è in realtà un breakdown abbastanza preciso delle parti e di come si combinano tra di loro.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/new-keeb/2025-01-24_15-44-03_420.jpeg&quot; alt=&quot;PCB, foam e plate&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Tra una build guide e l’altra sono più o meno riuscito a capire per conto mio cosa fare e cosa non fare, con somma soddisfazione mia che con le cose “fisiche e meccaniche” sono sempre stato una grandissima frana, e di mio padre a cui mandavo le foto in realtime per provargli che suo figlio non è un imbranato del cazzo quando si tratta di tenere un cacciavite in mano&lt;sup id=&quot;fnref:4&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:4&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;4&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/new-keeb/2025-01-24_16-55-11_095.jpeg&quot; alt=&quot;Sua maestà il PCB&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Il momento peggiore per quanto riguarda il quantitativo di frustrazione è stato il montaggio degli &lt;strong&gt;stabilizzatori&lt;/strong&gt;: senza nessun tipo di guida ho dovuto imparare a montare uno stabilizzatore screw-in per poi agganciarlo al PCB in maniera sicura e avvitarlo successivamente. Non è sicuramente scienza missilistica (anzi) ma devo dire che prima di capire dove infilare cosa ci ho messo svariati minuti se non decine di minuti. Se è una cosa che non hai mai fatto in vita tua, sicuramente avere in mano uno stabilizzatore smontato intimidisce un po’, almeno per me. L’unico metodo che ha funzionato nel farmi capire, infine, come muovermi, è stato &lt;a href=&quot;https://www.keyboard.university/guides/using-screw-in-stabilizers-7nxj6&quot;&gt;questo post di (santi subito) Keyboard University&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Fortunatamente una volta scollinata la fase degli stabilizzatori il resto è stato abbastanza tranquillo: montare il PCB completo di stabilizzanti dentro il case, applicare la foam mod, applicare la piastra per gli switch sopra, agganciare gli switch e completare l’opera con i keycap. Prima che me ne fossi accorto, avevo montato la mia tastiera!&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/new-keeb/2025-01-24_17-54-09_287.jpeg&quot; alt=&quot;La tastiera mezza montata, con qualche switch e qualche keycap&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ovviamente con qualche sbavatura però: ho scoperto infatti a mie spese che conviene fare un test degli switch, altrimenti si rischia di doverli rimpiazzare; personalmente non ho trovato nessun modo di distinguere tra uno switch i cui piedini sono infilati a regola d’arte e uno switch dove semplicemente montando il pezzo nel suo alloggiamento e spingendo, uno dei piedini è andato a farsi benedire piegandosi come un panetto di burro al sole.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/new-keeb/2025-01-24_18-07-06_083.jpeg&quot; alt=&quot;Tastiera completamente montata, senza RGB, a cavo scollegato&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;È stato per questo motivo che ho dovuto rimpiazzare, se non sbaglio, sei switch. Meno male che la tastiera ha un layout 60% e avevo ordinato il pacco da 90.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://gitlab.com/dottorblaster/blog-images/-/raw/master/images/new-keeb/2025-01-26_18-33-14_583.jpeg&quot; alt=&quot;La tastiera completamente montata e in funzione&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Sono ormai un paio di giorni che la sto usando, e ovviamente rispetto a una precostruita c’è un abisso, non tanto per quanto riguarda la qualità, ma per quanto riguarda la cura che ho messo nel selezionare ogni componente (PCB a parte: la prossima sfida è quella di saldarmelo da me). Devo dire che una bella porzione di soddisfazione deriva anche dall’aver visto realizzare e crescere sotto i miei occhi questo progettino che era in pigra gestazione da circa quattro anni, e dall’aver visto realizzarsi come esatta ogni mia supposizione.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;O forse dovrei dire… “quasi ogni”: la build originale che avevo in mente era con i &lt;strong&gt;Boba U4T&lt;/strong&gt;, ma alla fine sono andato all-in sulla nuova serie Linear, che quando ho ideato questa build (nella notte dei tempi) non era ancora sul mercato.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Il problema più grande ora è che non riesco a smettere di pensare a che altro tipo di build potrei mettere in piedi, una volta superata la paura del mio primo montaggio da zero… quindi che dire, alla prossima build :-D&lt;/p&gt;

&lt;div class=&quot;footnotes&quot; role=&quot;doc-endnotes&quot;&gt;
  &lt;ol&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:1&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Devo dire che comunque è uno dei tunnel meno strani riguardo l’hardware. Per esempio potrei parlarvi per ore della mia fissa per il Flipper Zero. &lt;a href=&quot;#fnref:1&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:2&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Ovvero un PCB dove gli switch si possono scambiare. Non ne ho mai visto uno che non fosse hotswap, sembra che abbiano conquistato il mercato negli ultimi anni. &lt;a href=&quot;#fnref:2&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:3&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Un foglio di polietilene messo di solito tra il PCB e la board dove si infilano gli switch. Serve ad ottimizzare l’acustica della tastiera. &lt;a href=&quot;#fnref:3&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:4&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Tema che ho già ampiamente sviscerato in terapia, quindi nonostante tutto penso di averlo fatto in maniera assolutamente sana e senza urlare “I’M THE ELDEST BOY!” (&lt;a href=&quot;https://www.youtube.com/watch?v=es17PtDeHRU&quot;&gt;cit.&lt;/a&gt;&lt;sup id=&quot;fnref:5&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#fn:5&quot; class=&quot;footnote&quot; rel=&quot;footnote&quot; role=&quot;doc-noteref&quot;&gt;5&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt;) &lt;a href=&quot;#fnref:4&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
    &lt;li id=&quot;fn:5&quot;&gt;
      &lt;p&gt;Occhio se aprite il video che è uno spoiler del finale di una delle mie serie preferite di sempre. &lt;a href=&quot;#fnref:5&quot; class=&quot;reversefootnote&quot; role=&quot;doc-backlink&quot;&gt;&amp;#8617;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
    &lt;/li&gt;
  &lt;/ol&gt;
&lt;/div&gt;
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