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L’eyecandy incontra la nostra musica: CoverGloobus

Sono stato troppo senza postare, e adesso l’effetto è lo stesso di quando voi, miei cari, trattenete un peto troppo a lungo. :D

Ordunque, mi trovo qui oggi a scribacchiare qualcosa sull’ottimo CoverGloobus: interessante programmino venuto fuori come imitazione ed empowering, a mio parere, dell’effetto cover su desktop che avevano già sperimentato in molti, tra cui l’ottimo player dal mondo dei macachi Ecoute.

Anche in questo caso si può vedere come il mondo macaco sia esempio di design e carinerie, che noi tutti, invece che agognare inutilmente, cerchiamo di portare sul nostro desktop. Ora, a volte i risultati sono catastrofici, ma in questo caso posso affermare che, si, anche in mancanza di una release stabile, la missione è compiuta ;)

CoverGloobus è infatti un semplice e bel programmino che si occupa di mostrare sulla nostra scrivania virtuale la copertina dell’album che stiamo ascoltando, arricchita con i dati del brano in ascolto, incluso il rating della canzone. Il suo funzionamento è molto semplice, e si interfaccia con tutti i player per Linux più usati, come ad esempio Rhythmbox, Banshee e Songbird, comprendendo anche il buon MPD per chi avesse deciso di usarlo; personalmente reputo lo splittare un riproduttore musicale tra server e client una cosa molto nerd, ma questa è un’altra storia :D

Ordunque, oltre a supportare praticamente tutti i player, CoverGloobus ha l’interessante (e bella) feature di essere temizzabile, motivo per cui lo amo ancora di più dato che con poco lavoro, o qualche click se siamo dei pigroni, l’artwork ottenuto è veramente notevole: controlli su desktop, copertine con riflessi e font personalizzabili (nella configurazione del tema, purtroppo) fanno si che, da subito, possiamo goderci un lavoretto gradevole all’occhio e anche notevolmente usabile.

L’unico neo che ho potuto riscontrare durante la configurazione e l’utilizzo di CoverGloobus è stato un notevole affollamento di opzioni nella finestra di configurazione :|

Più precisamente, nella parte bassa del dialogo si va a creare un notevole bordello di robaccia e si rischia di clickare le cose sbagliate. :mrgreen:

Con questo, ho chiuso la recensione. Ora, le cose serie, come installare questa roba :D

In Ubuntu, possiamo inserire tra i repository di terze parti un comodissimo PPA ospitato su Launchpad, nel quale sono depositati i pacchetti relativi a CoverGloobus.

sudo add-apt-repository ppa:gloobus-dev/covergloobus

Tramite questo semplicissimo comando, sulla nostra Ubuntu Karmic possiamo facilmente inserire il repository senza andare a smanettare troppo, dunque, importando anche automaticamente le chiavi GPG del repository e risparmiandoci quindi inutili fastidi e warning che ci avvertono dell’attacco terroristico al nostro PC non appena diamo un update :mrgreen:

Basterà poi installare il pacchetto covergloobus per averlo subito disponibile nel menù, raggiungibile alla sottocategoria Accessori.

In Arch Linux, il tutto è disponibile nel repository mantenuto da me per i686, altrimenti può essere facilmente compilato dal trunk BZR usando yaourt per installare il pacchetto covergloobus-bzr.

Per tutti gli altri… non lo so :D

PyRoom: scrivere senza distrazioni

19 novembre 2009 | Comments | Postato in Arch, Debian, Karmic, Linux, Ubuntu

Spesso, troppo spesso, ci troviamo a dover scrivere e lavorare al computer in una condizione di costante rompimento di cosiddetti da parte degli altri. Non è così? No? Beh, allora voi siete gli anormali: vi assicuro che per la maggior parte della gente tutto questo calore umano mentre si lavora non è decisamente il massimo.

Immagino che abbiate quindi immaginato una condizione di totale eremitaggio, mentre scrivete, in modo da non essere mai disturbati da chat prorompenti, interlocutori troppo “verbosi”, tantomeno da notifiche improvvise che distolgono la vostra attenzione.

Come ho già accennato in passato, io sono solito soffrire di un gigantesco disturbo dell’attenzione che mi porta a clickare qualunque cosa io veda e reputi interessante; in questa maniera la produttività di qualunque individuo, compreso me, è portata a calare drasticamente, andando a zero in giornate di particolare voglia di far nulla :P

Finalmente, dopo tanto tempo alla ricerca di qualcosa di simile, ho scoperto la soluzione a questo male, e ne parlerò un poco: esiste per PC e Mac, con nomi diversi, ma il concetto è sempre lo stesso; offrire all’utente un editor di testo alquanto scarno ma senza distrazioni. Il concetto di distractionless è stato messo a punto in questi ultimi anni dove le rotture di scatole via web e non si sono moltiplicate in maniera esponenziale, dalle semplici notifiche di Gmail alle finestre di chat dei vari messenger.

Esistono vari editor esenti dal concetto di distrazione, e posso confermare che sono veramente utili: per Linux esiste PyRoom, disponibile nei repository delle maggiori distribuzioni, su AUR per ArchLinux, editor distractionless che calca le orme del più celebre WriteRoom per Mac :)

Ma andiamo a scavare nei meandri del funzionamento di questi editor, in particolare PyRoom: da quando parte, l’applicazione oscura lo schermo, impostandosi in modalità fullscreen, e ci mette a disposizione un riquadro, dove brilla il nostro cursore, esattamente come un editor di testo a riga di comando; premendo CTRL+H possiamo visualizzare un dialog di aiuto, e vengono messe a disposizione anche delle shortcut per lavorare a più file contemporaneamente. Tramite CTRL+P accediamo al dialogo delle preferenze, dove possiamo scegliere il carattere visualizzato (io non abbandono mai il mio Monaco 7), alcuni parametri relativi all’editing e il delay tra un salvataggio automatico e l’altro. L’essenziale, insomma :D

La seconda tab delle preferenze, con mio sommo gaudio, ci fa selezionare i temi disponibili e, qualora ce ne fosse la voglia o la necessità, ce ne fa creare di nuovi semplicemente modificando le poche opzioni a disposizione, ossia colore della cornice e del testo, e colore di sfondo. Successivamente possiamo salvare il layout da noi creato ed utilizzarlo: semplice come bere un bicchier d’acqua ;)

Con ulteriori scorciatoie possiamo scoprire le grandissime potenzialità di questo editor, anche se io, al momento, mi accontento di lavorare ad un solo file per volta. Ottima cosa, comunque, quella di far diventare “asociale” l’applicazione, permettendo così di svolgere il proprio lavoro esattamente come, una volta, ci si metteva i tappi nelle orecchie.

Il muto casino del web e del desktop adesso non vi darà più fastidio, ragazzi. Happy Editing :mrgreen:

Docky passa ad essere una costola di Gnome Do: impressioni d’uso

Ormai la notizia è vecchia di qualche giorno, ma voglio comunque scriverne e dire la mia sull’argomento: tutti quanti, grandi e piccini, sapete quanto io sia interessato allo sviluppo di Gnome Do, software che nel corso del tempo ho imparato ad apprezzare anche per via della recente integrazione (selezionabile a parte come “tema”) della sua UI in una praticissima dockbar.

Ora, erano mesi che seguivo il progetto Gnome Do, e dopo aver usato la dock di OSX avevo anche imparato ad accettare il comportamento secondo cui la barra non lascia andare le finestre su di essa se massimizzate. Dunque, da più di una settimana ormai gli sviluppatori di Docky hanno deciso di staccarsi e diventare una costola autonoma di Do, se non altro perchè, a detta loro, e secondo me hanno ragione, Docky stava monopolizzando Do, e le risorse erano dedicato ormai quasi tutte alla celebre barra, la quale ormai occupava più della metà del tempo per quanto riguardava bugfix e sviluppo.

Per questo motivo a detta loro Docky ha assunto una nuova forma, staccandosi in maniera definitiva dal famoso lanciatore, ed assumendo i tratti di una dock nata per fare la dock e niente altro: a me personalmente il nuovo progetto piace tantissimo, in virtù del fatto che è contraddistinto da quella mole di cambiamenti pressochè orari che avevo descritto nel mio post su Do; a quanto pare le mie previsioni si stanno rivelando sbagliate :D

In ogni caso, la nuova interfaccia è molto più… dedicata. Aprendo il dialogo delle preferenze ci si trova davanti un’interfaccia ordinata, pulita ed essenziale; ottima cosa. Gli sviluppatori hanno deciso di portare avanti lo sviluppo parallelamente, implementando solo delle funzionalità di base e lasciando il compito della gestione di funzionalità avanzate a dei plugin, sviluppati appositamente: si segue dunque la filosofia dell’espandibilità di Gnome Do che, appunto, è estendibile con decine e decine di plugin più o meno utili; personalmente l’estensione che sto trovando più utile al momento è quella che si occupa di monitorare la mia casella GMail, in quando con il click destro posso avere una breve preview degli oggetti delle nuove mail in arrivo, e, se è il caso, catapultarmi direttamente nella mail che voglio “senza passare dal via”.

Ovviamente non manca l’eyecandy in questa nuova veste della dock più amata dagli italiani: sono disponibili infatti quattro temi, due chiari e due scuri; apprezzo molto quelli chiari, che utilizzo sul fisso, dove prediligo sfondi scuri. Per il laptop invece ho adottato il tema HUD, molto simile alla dock di Tiger, che si adatta perfettamente a sfondi chiari e di tonalità medie. :)

Non c’è niente da dire in più sul funzionamento, che è pressochè identico nel complesso a quello della vecchia Do-cky: al momento non so come vada la situazione sull’altro fronte in quanto non ho ancora una copia di Do aggiornata da BZR per seguire i due progetti in maniera più o meno sincrona; quello che posso dire è che per mantenere un minimo di coerenza tra i due progetti, qualunque revisione si abbia a disposizione, si può disattivare il tema Docky di Do e al suo posto attivare la nuova dock, che si comporta come un’applicazione autonoma e del tutto svincolata dal Do tradizionale. Nel frattempo si può usare il lanciatore tradizionale alla vecchia maniera, col suo widget a comparsa ;)

Ok, ma come compilarlo?

Facile: per Arch Linux ho già preparato un PKGBUILD che è immediatamente andato su AUR. Il suo nome è docky-bzr.

Per le altre distribuzioni… beh, fate riferimento alle millemila guide che sono state postate sinora; consiglio quella di Barra, visto che è stato uno dei primi a parlarne :D

Happy Docking ;)

Ubuntu Software Store: le mie prime impressioni

All’inizio ne erano un po’ tutti entusiasti; Canonical stava implementando una soluzione, in Ubuntu, che consentisse l’installazione di applicazioni in maniera facile e veloce. Poi sono sorte le prime magagne.

Si, sto parlando del nuovo Ubuntu Software Center, nuovo aggeggio della distro africana. L’ho usato per un po’, e non ne sono del tutto convinto, più che altro per la presenza nel mondo Linux di altri millemila aggeggi che fanno il lavoro svolto da questo nuovo “coso” in maniera molto migliore. Ma prima di tutto, un’immagine, che come sappiamo vale molto più di mille parole:

Io lo considero un prodotto malsano, ma sta a voi giudicarlo nel suo insieme. Io vorrei solo, nel mio piccolo, porre un accento (grave) su alcuni particolari per me raccapriccianti. :D

Cominciamo dal nome. Ubuntu Software Store. Una buona stella nell’ultima settimana ha deciso di intervenire sulla scena, e porre fine a questa agonia, ma la release finale fino a poche ore fa doveva chiamarsi Ubuntu Software Store. Store. Store. Apple Store. Troppo spesso ormai il mondo Linux si sforza di fare tendenza con cose che poi non sono quelle che sembrano. Lo stesso Android Market, di Market non ha proprio niente, ma doveva fare concorrenza all’Apple Store. Ancora Store. Store. Salute. Grazie.

Adesso per fortuna il Software Store è diventato Software Center. Per fortuna. :D
Poi, l’interfaccia. Non capisco perchè Ubuntu (ma non solo) non ha mai capito che i font a dimensione 10 mi spaccano gli occhi. Sono immensi, così grossi da distrarti anche facilmente. Io che uso sempre font di dimensione 8 sui miei desktop, mi ritrovo a dover combattere con il Software Center che mi sparaflescia negli occhi questi caratteri scabrosi, assolutamente non integrati, e queste icone per ipovedenti. :|

E, ultimo grosso neo, forse l’unico degno di vera nota, per ora, a pochissimo tempo dal rilascio del Koala Kagone, questo accrocco di codice fa solo quello che, come dicevo, il predecessore Gnome-App-Install faceva egregiamente. Solo che lo fa con meno integrazione, e in maniera più… visibile :D

GNOME 2.28, ridammi il mio touchpad!

Ormai è quasi una settimana che utilizzo con soddisfazione, a parte dei problemini assolutamente irrilevanti di cui ho parlato, GNOME 2.28 sul mio portatile, tramite i pacchetti instabili mantenuti da JGC in un repository apposito.

Non usando mai il touchpad in questi giorni, perchè non ne avevo necessità, ho sempre usato il mouse USB, e non mi sono accorto che dopo l’aggiornamento il pad del mio laptop ha assunto un comportamento anomalo: ha smesso cioè di funzionare il click al tap.

In un primo momento, mi sono armato di bash, nano, e soprattutto di dita di scorta (:D), per risolvere il problema che credevo fosse causato da un aggiornamento di HAL o di Evdev, che magari, che so, aveva sovrascritto qualche file di configurazione di troppo, e quindi aveva inficiato sul buon funzionamento, o quantomeno sul funzionamento “alla come dico io” del mio touchpad.

Smanetta che ti rismanetta, edita che di edita, usa che ti riusa le dita di scorta, sono arrivato al dunque: numerosi reboot, e il touchpad che per quanto io bussassi forte e facessi ripetutamente toc toc, tac tac, e tic tic, non voleva saperne di clickare.

A quel punto, all’ennesimo reboot, per sbrigarmi, ho deciso di provare il tap direttamente sulla scrittona “Opzioni” presente nel mio GDM. Funzionava :|

Mi sono detto, “allora c’è qualcosa che non va”. Login, tutto va bene, mi ritrovo immantinente nel mio desktop, e comincio a ravanare nel dialogo delle preferenze. Scav scav scav scav… TOC! Ahi, la testa! Ho sbattuto… contro questo.

Un dialogo di preferenze? Da quando GNOME ha un dialogo di preferenze del mouse che include anche i settaggi del touchpad? :P

Sarà che sono troppo nerd, sarà che non sapevo della sua esistenza, fatto sta che ho ravanato nei file di configurazione di HAL per circa venti minuti prima di accorgermi del fattaccio; Adesso tutto si spiega, tutto ha un suo perchè, c’è una risposta alla vita, l’universo e tutto quanto. Non male, ottimo lavoro, però cavolo, qualcuno poteva avvisarmi eh.

E adesso tappo sul pulsante “Pubblica”. :lol:

Ubuntu 9.10 sarà Karmic Koala, e abbandonerà il marrone.

20 febbraio 2009 | Comments | Postato in Desktop Environment, Gnome, Karmic, Linux, Ubuntu

È di poche ore fa l’annuncio ufficiale firmato da Mark Shuttleworth secondo cui Ubuntu 9.10, la versione che succederà a Jaunty Jackalope, si chiamerà Karmic Koala.

Assieme a queste parole che segnalano solo un codename e nulla di più, Mark fornisce altre indicazioni sugli obiettivi di questa prossima release.

The desktop will have a designer's fingerprints all over it - we're now
beginning the serious push to a new look. Brown has served us well but
the Koala is considering other options. Come to UDS for a preview of the
whole new look.

Insomma, da quanto possiamo leggere Ubuntu 9.10 non sarà marrone. Mi chiedo dunque che colore adotterà; forse una sfumatura migliore, o forse si cambierà completamente veste grafica. Io proporrei… un verdino? :)