user@blasterhome$ ~/Archive by category 'Linux/Debian'

| Se ci tieni a me, abbonati al feed

AppImage, il bene? Forse si, forse no.

23 luglio 2010 | View Comments | Postato in Debian, Fedora, Linux, Ubuntu

Proprio stamattina ne ha scritto felipe, e mi sentirei di riprendere il discorso. AppImage, la nuova tecnologia tanto simile, tanto uguale, tanto identica a tutte le precedenti già affondate che si propone come l’alternativa al tradizionale concetto di gestione dei pacchetti, e che si fa un po’ portatrice dell’ideale di Apple rispetto alla gestione del software. Un archivio con il binario dell’applicazione, e tutte le librerie aliene compilate staticamente per far funzionare il prodotto al meglio su qualsiasi distribuzione; il pericolo secondo me, come secondo felipe, non viene covato nella potenzialità di sfornare pacchetti binari da centinaia di mega per un client di posta, andiamo oltre: il pericolo, per me, è che tale sistema divenga abusato. Felipe al contrario ne vorrebbe l’adozione di massa per una gestione delle applicazioni più a misura di utente. Effettivamente non sarebbe male, ma svisceriamone ogni aspetto, e vediamo perchè è figo e, invece, perchè fa cagare :D

Perchè è benissimo
AppImage è una figata. Consentirà finalmente a migliaia di utenti di aggiornare comodamente il proprio Firefox ad esempio, o la propria copia di Thunderbird, mandando definitivamente a quel paese quei metodi diabolici tipo UbuntuZilla e soci, che non fanno altro che insozzare il nostro sistema con del software non gestito dal gestore dei pacchetti, e nemmeno facilmente rimovibile.

Potremo finalmente prendere un’applicazione, trascinarla, sballottarla, e quella resterà sempre nel suo comodo guscio di applicativo AppImage, senza possibilità di uccidere file per una smanettata di troppo, senza necessità di dover soddisfare il diavolo di dipendenze prima di un’installazione, senza appunto la necessità di una connessione alla rete per installare qualcosa. Ma c’è il risvolto della medaglia.

Perchè fa cagare
È facile immaginare il perchè contrario; anni di utilizzo di distribuzioni concepite in maniera più che razionale, hanno fatto di me una persona un tantino paranoica. Il package manager è il bene assoluto e definitivo. Il package manager consente di installare software senza sporcarsi le mani, il package manager, se ben implementato, ha la funzione di far gestire all’utente tutto il software presente nel computer tramite una singola interfaccia. Peccato che in Ubuntu, Debian, ma anche relativamente alle controparti RPM come Fedora e Mandriva, in questi anni si sia venuto a creare una specie di bordello dove esistono diecimila applicazioni, come dicevo poco sopra, ognuna che installa il software che vuole, alla maniera in cui vuole, secondo la versione che preferisce. Poi uno dice che ce l’ha lungo perchè usa Arch Linux, e grazie: con un solo strumento posso gestire tutto il software, quello compilato, quello pacchettizzato, qualunque cosa. DPKG ed RPM invece sono mal implementati in questo senso, perchè non danno possibilità all’utente di compilare un sorgente ed installarlo secondo le norme riservate ad un comune pacchetto (e poterlo quindi disinstallare agevolmente).

Fuori dal delirio, purtroppo, finchè il package manager resta uno strumento nelle mani del distributore che non si adegua alle logiche dell’utenza, necessitiamo di qualcosa come AppImage, che ci consenta di gestire il nostro software in maniera semplice e avulsa dal distributore. Tuttavia, voglio dire un’ultima cosa. Felipe, proprio tu hai fatto riferimento a OSX per la gestione delle applicazioni non a livello di sistema. Ebbene, voglio ricordarti questo: noi stiamo copiando i .app, mentre il popolo della mela da tempo ci ha copiato e imbellito Synaptic proprio perchè stufo di questo sistema. Si chiama Bodega :P

Siamo dunque sicuri che tutto ciò non sia un capriccio dell’utenza e di alcune persone, più che una necessità vera? Magari avremmo più bisogno di qualcuno che mantenesse le applicazioni aggiornate? Tipo un potenziale repository rolling apposito di cui ho già parlato?

Esamino di coscienza please.

PyRoom: scrivere senza distrazioni

19 novembre 2009 | View Comments | Postato in Arch, Debian, Karmic, Linux, Ubuntu

Spesso, troppo spesso, ci troviamo a dover scrivere e lavorare al computer in una condizione di costante rompimento di cosiddetti da parte degli altri. Non è così? No? Beh, allora voi siete gli anormali: vi assicuro che per la maggior parte della gente tutto questo calore umano mentre si lavora non è decisamente il massimo.

Immagino che abbiate quindi immaginato una condizione di totale eremitaggio, mentre scrivete, in modo da non essere mai disturbati da chat prorompenti, interlocutori troppo “verbosi”, tantomeno da notifiche improvvise che distolgono la vostra attenzione.

Come ho già accennato in passato, io sono solito soffrire di un gigantesco disturbo dell’attenzione che mi porta a clickare qualunque cosa io veda e reputi interessante; in questa maniera la produttività di qualunque individuo, compreso me, è portata a calare drasticamente, andando a zero in giornate di particolare voglia di far nulla :P

Finalmente, dopo tanto tempo alla ricerca di qualcosa di simile, ho scoperto la soluzione a questo male, e ne parlerò un poco: esiste per PC e Mac, con nomi diversi, ma il concetto è sempre lo stesso; offrire all’utente un editor di testo alquanto scarno ma senza distrazioni. Il concetto di distractionless è stato messo a punto in questi ultimi anni dove le rotture di scatole via web e non si sono moltiplicate in maniera esponenziale, dalle semplici notifiche di Gmail alle finestre di chat dei vari messenger.

Esistono vari editor esenti dal concetto di distrazione, e posso confermare che sono veramente utili: per Linux esiste PyRoom, disponibile nei repository delle maggiori distribuzioni, su AUR per ArchLinux, editor distractionless che calca le orme del più celebre WriteRoom per Mac :)

Ma andiamo a scavare nei meandri del funzionamento di questi editor, in particolare PyRoom: da quando parte, l’applicazione oscura lo schermo, impostandosi in modalità fullscreen, e ci mette a disposizione un riquadro, dove brilla il nostro cursore, esattamente come un editor di testo a riga di comando; premendo CTRL+H possiamo visualizzare un dialog di aiuto, e vengono messe a disposizione anche delle shortcut per lavorare a più file contemporaneamente. Tramite CTRL+P accediamo al dialogo delle preferenze, dove possiamo scegliere il carattere visualizzato (io non abbandono mai il mio Monaco 7), alcuni parametri relativi all’editing e il delay tra un salvataggio automatico e l’altro. L’essenziale, insomma :D

La seconda tab delle preferenze, con mio sommo gaudio, ci fa selezionare i temi disponibili e, qualora ce ne fosse la voglia o la necessità, ce ne fa creare di nuovi semplicemente modificando le poche opzioni a disposizione, ossia colore della cornice e del testo, e colore di sfondo. Successivamente possiamo salvare il layout da noi creato ed utilizzarlo: semplice come bere un bicchier d’acqua ;)

Con ulteriori scorciatoie possiamo scoprire le grandissime potenzialità di questo editor, anche se io, al momento, mi accontento di lavorare ad un solo file per volta. Ottima cosa, comunque, quella di far diventare “asociale” l’applicazione, permettendo così di svolgere il proprio lavoro esattamente come, una volta, ci si metteva i tappi nelle orecchie.

Il muto casino del web e del desktop adesso non vi darà più fastidio, ragazzi. Happy Editing :mrgreen:

Docky passa ad essere una costola di Gnome Do: impressioni d’uso

20 ottobre 2009 | View Comments | Postato in Arch, Debian, Desktop Environment, Gnome, Karmic, Linux, Ubuntu

Ormai la notizia è vecchia di qualche giorno, ma voglio comunque scriverne e dire la mia sull’argomento: tutti quanti, grandi e piccini, sapete quanto io sia interessato allo sviluppo di Gnome Do, software che nel corso del tempo ho imparato ad apprezzare anche per via della recente integrazione (selezionabile a parte come “tema”) della sua UI in una praticissima dockbar.

Ora, erano mesi che seguivo il progetto Gnome Do, e dopo aver usato la dock di OSX avevo anche imparato ad accettare il comportamento secondo cui la barra non lascia andare le finestre su di essa se massimizzate. Dunque, da più di una settimana ormai gli sviluppatori di Docky hanno deciso di staccarsi e diventare una costola autonoma di Do, se non altro perchè, a detta loro, e secondo me hanno ragione, Docky stava monopolizzando Do, e le risorse erano dedicato ormai quasi tutte alla celebre barra, la quale ormai occupava più della metà del tempo per quanto riguardava bugfix e sviluppo.

Per questo motivo a detta loro Docky ha assunto una nuova forma, staccandosi in maniera definitiva dal famoso lanciatore, ed assumendo i tratti di una dock nata per fare la dock e niente altro: a me personalmente il nuovo progetto piace tantissimo, in virtù del fatto che è contraddistinto da quella mole di cambiamenti pressochè orari che avevo descritto nel mio post su Do; a quanto pare le mie previsioni si stanno rivelando sbagliate :D

In ogni caso, la nuova interfaccia è molto più… dedicata. Aprendo il dialogo delle preferenze ci si trova davanti un’interfaccia ordinata, pulita ed essenziale; ottima cosa. Gli sviluppatori hanno deciso di portare avanti lo sviluppo parallelamente, implementando solo delle funzionalità di base e lasciando il compito della gestione di funzionalità avanzate a dei plugin, sviluppati appositamente: si segue dunque la filosofia dell’espandibilità di Gnome Do che, appunto, è estendibile con decine e decine di plugin più o meno utili; personalmente l’estensione che sto trovando più utile al momento è quella che si occupa di monitorare la mia casella GMail, in quando con il click destro posso avere una breve preview degli oggetti delle nuove mail in arrivo, e, se è il caso, catapultarmi direttamente nella mail che voglio “senza passare dal via”.

Ovviamente non manca l’eyecandy in questa nuova veste della dock più amata dagli italiani: sono disponibili infatti quattro temi, due chiari e due scuri; apprezzo molto quelli chiari, che utilizzo sul fisso, dove prediligo sfondi scuri. Per il laptop invece ho adottato il tema HUD, molto simile alla dock di Tiger, che si adatta perfettamente a sfondi chiari e di tonalità medie. :)

Non c’è niente da dire in più sul funzionamento, che è pressochè identico nel complesso a quello della vecchia Do-cky: al momento non so come vada la situazione sull’altro fronte in quanto non ho ancora una copia di Do aggiornata da BZR per seguire i due progetti in maniera più o meno sincrona; quello che posso dire è che per mantenere un minimo di coerenza tra i due progetti, qualunque revisione si abbia a disposizione, si può disattivare il tema Docky di Do e al suo posto attivare la nuova dock, che si comporta come un’applicazione autonoma e del tutto svincolata dal Do tradizionale. Nel frattempo si può usare il lanciatore tradizionale alla vecchia maniera, col suo widget a comparsa ;)

Ok, ma come compilarlo?

Facile: per Arch Linux ho già preparato un PKGBUILD che è immediatamente andato su AUR. Il suo nome è docky-bzr.

Per le altre distribuzioni… beh, fate riferimento alle millemila guide che sono state postate sinora; consiglio quella di Barra, visto che è stato uno dei primi a parlarne :D

Happy Docking ;)

Effettuare il passaggio a GNOME 2.28 in maniera indolore.

16 ottobre 2009 | View Comments | Postato in Arch, Debian, Desktop Environment, Gnome, Linux, Ubuntu

Negli scorsi giorni, ho visto, anche frequentando la board internazionale, che parecchie persone sono state disorientate da alcuni piccoli cambiamenti effettuati all’interno dell’ambiente desktop GNOME; alcuni pensavano a features cambiate in peggio, alcuni pensavano ad alcuni bachi così evidenti da trasparire a colpo d’occhio. La verità è che qualunque cosa, con il debito lavoro, può essere messa al proprio posto, ed esistono molteplici maniere per fare un fallback al vecchio aspetto in maniera straordinariamente indolore.

L’accessibilità si è improvvisamente attivata da sola, e mi chiede la vita come pegno per essere disattivata! Come faccio?

Basta andare a vedere, qualche post fa ho descritto la soluzione, veramente a prova di idiota, sempre che uno sappia dove andare a cercare.

GDM mi uccide il cane all’avvio, e la disposizione della tastiera è sempre sbagliata!

Anche qui la soluzione è di facile comprensione, sempre che uno vada a cercare nei posti giusti. Ho descritto il procedimento (molto breve) in un post precedente.

Aiuto! Le icone dei menù sono state mangiate dal Flying Spaghetti Monster!

Abbiamo due scelte in questo caso: armarci di spada e combattere il Mostro Volante degli Spaghetti od agire subdolamente per farci restituire le icone con le buone. Siccome io sono un irrimediabile pigrone, e il Mostro mi sta simpatico, ho scelto di usare le buone maniere, così mi sono recato nelle preferenze dell’aspetto e nel tab “Interfaccia” ho detto allo gnomo di mostrare le icone nei menù. E tutti vissero felici e contenti.

GDM 2.28 mi fa altamente schifo, non posso configurarlo come vorrei e quell’aspetto fa vomitare anche il mio scoiattolo domestico!

Allora, piano con gli insulti prima di tutto. Il nuovo GDM può sembrare un animale forastico al primo impatto, tuttavia con un rapido comando possiamo avviare il dialogo delle preferenze e decidere controlli GTK, caratteri, e persino il wallpaper che vogliamo.

gksudo -u gdm dbus-launch gnome-appearance-properties

Sono venuto a sapere da varie segnalazioni oltretutto che è possibile togliere l’antipatica lista utenti, che a me non piace per niente, semplicemente usando anche qui una rapida modifica a GConf; in un passaggio fulmineo possiamo decidere di utilizzare il metodo di input classico per effettuare il login grafico nella nostra amata box.

sudo -u gdm gconftool-2 --set --type boolean /apps/gdm/simple-greeter/disable_user_list true

Il mio touchpad è stato tramortito, non ho più il tapping (e/o lo scrolling)!

Non c’è problema, anche in questo caso ho avuto esperienze poco felici che mi hanno portato a capire che questo GNOME è totalmente configurabile tramite GUI. Peccato che se ne strafotta dei file di testo relativi ad HAL e compagnia bella; in ogni caso, scordatevi GSynaptics :P

Mi pare di aver detto tutto; in caso contrario, come al solito, basta specificare nei commenti cosa non va e, se esiste, una soluzione per riportare il comportamento alla normalità.

Godetevi il vostro desktop educato alle civili maniere :D

…e ricordati il latte!

19 settembre 2009 | View Comments | Postato in Arch, Debian, Informatica, Linux, My Life, Ubuntu

Da qualche giorno, ho deciso di trovare un modo per sopperire ai miei disturbi dell’attenzione simili a quelli caratteristici delle scimmie.

È proprio vero che discendiamo dalla scimmia, io come vedo qualcosa che mi interessa smetto di fare quello che sto facendo e rincorro il nuovo giocattolo (LOL); è per questo che ho deciso di munirmi di un qualche tool per (apro improvvisamente altre tre schede in Firefox e leggo delle cose sul wiki di Arch) per ricordarmi, letteralmente, di fare le cose.

All’inizio l’idea era quella di prendere una badante clandestina, ma ho dovuto ripiegare, per una palese questione di costi, sulla bellissima e fighissima applicazione web (e non lo dico perchè non ho potuto avere la badante eh!) Remember The Milk. Remember The Milk è, giustappunto, una webapp che ci permette di gestire in scioltezza e comodità i nostri task quotidiani, ma non solo. Ha il supporto a più liste, così non siamo obbligati a tenere tutte le attività in una sola, disordinata lista, ma possiamo suddividere i task, mandandoli a finire in più liste, come quella del lavoro (ossia l’oblio :D ), quella degli impegni personali, quella del cazzeggio e chi più ne ha più ne metta. In teoria l’applicazione può venirci incontro anche quando non vogliamo dimenticare dei compleanni,facendoci schedulare l’attività annuale di fare gli auguri alla persona “bersaglio”.

Oh ma che dolce, ti sei ricordato il mio compleanno!

D’altronde, è efficienza anche questo :D

Insomma, Remember The Milk è un eccellente alleato nello scheduling dei propri compiti giornalieri e non, e devo dire che anche l’interfaccia web è fatta splendidamente, permettendo di impostare non solo l’attività, ma anche ovviamente il giorno nel quale si deve svolgere, tempo stimato, e soprattutto ci permette di stilare una lista dei task in base alla priorità di ciascuno, numerabile con 1 (assoluta), 2 (alta), 3 (normale), oppure lasciare in bianco per una priorità indefinita, considerata dall’interfaccia come inferiore alle priorità definibili ;)

L’interfaccia web mi fa schifo! / Non mi va di usare il browser, voglio qualcosa di più immediato!

Niente paura: la soluzione è presto pronta. Per la maggior parte degli utenti al mondo, esiste un client fenomenale che racchiude tutte queste potenzialità, integrato nel desktop e soprattutto sincronizzabile con Remember The Milk: il suo nome è Tasque.

Il bello di Tasque è che esiste per ogni sistema operativo, basta scaricarlo dal sito di GNOME Live, nel formato supportato dal proprio sistema; per Debian, Ubuntu e soci, dovrebbe già essere presente nei repository della distribuzione. Per Arch Linux, basta cercarlo su AUR ;)

Tasque racchiude tutte le features di cui abbiamo bisogno, compresa la funzionalità di assegnare delle note accessorie alle attività, e determinarne la priorità: un client leggero e funzionale il quale è approdato subito sul mio desktop, senza nemmeno passare dal via. :D

L’interfaccia per Linux è in GTK+, facendo ovviamente parte di GNOME Live, ma niente paura per gli utenti KDE: ho pensato anche a voi, e a quanto pare esiste un plasmoide che fa proprio al caso vostro, avviabile con un click dall’elenco dei plasmoidi, aggiunto proprio in occasione di KDE 4.3 :)

E per gli utenti QT che non usano KDE?

Nessuno è perfetto. Aprite il browser, attaccatevi e usate la webapp. :lol:

A parte gli scherzi, spero che i miei consigli siano utili, e che io vi abbia fatto trovare, come è successo a me, un fedele alleato nell’impiegare al meglio il vostro tempo. Sia chiaro che la badante, meglio se tascabile, comporta un aumento prestazionale del 110% in confronto alla webapp di cui ho appena parlato.

Debian 5.0.3 è qua, e io aggiorno :D

8 settembre 2009 | View Comments | Postato in Debian, Linux

Stamattina mi sono trovato nel Reader molteplici fonti che recitavano di quanto fosse bello e bravo il nuovo aggiornamento per Debian Stable, così ho deciso di gettarmi sul server via SSH ed aggiornare.

Non male, non male.

La procedura di aggiornamento è filata perfettamente liscia, APT non si è lamentato di nessun pacchetto che non soddisfaceva dipendenze turche, download e installazione, tutto a posto.

E nemmeno il WordPress di prova, installato sul mio serverino, ha fatto storie, nonostante l’aggiornamento di MySQL, Apache e tutti i soci annessi. :D

Non mi resta che dirvi, dunque, buon update ;)

E, ovviamente, condoglianze a chi questo gesto dovrà ripeterlo n² volte. :P

Pidgin, Peppino, e la malafemmena

19 agosto 2009 | View Comments | Postato in Arch, Debian, Desktop Environment, Gnome, Linux, Ubuntu

È stato rilasciato da pochissimo il nuovo, fiammante, bello e spettacoloso Pidgin 2.6.

Ne ha giustamente parlato M0rF3uS nel suo ultimo articolo, lodando molto il fatto che gli sviluppatori di Pidgin si siano dati una mossa e abbiano finalmente incluso il blasonato supporto audio/video, anche se solo per il protoccolo GTalk/Jabber.

Dico io: ci voleva per forza che i tizi di Empathy gli dessero la sveglia, a quei quattro babbuini? Ma glissiamo, e andiamo invece a parlare della seconda parte del post del mio compagno di merende, che ha giustamente criticato gli sviluppatori di Pidgin dicendo che l’eyecandy non viene mai preso in considerazione; in parte questo è sbagliato.

Perchè? Perchè sono arrivate delle ottime notizie dal Google Summer of Code, relativamente anche a questi maledetti stili di conversazione facenti uso di Webkit che tanto abbiamo apprezzato insieme ;)

Arnie ci dice infatti che ha sviluppato un plugin (un altro? Si.) per Pidgin che permetta l’utilizzo degli stili in Webkit, e soprattutto ci annuncia che questo codice è prelevabile da un suo branch nel GIT di Pidgin. Però la cosa è leggermente complicata; non sono riuscito ancora a capire come fare il clone del branch specifico, i comandi forniti sono leggermente un casino. :|

Quindi c’è da aspettare se volete sapere come installare la solita robaccia sperimentale che tanto amiamo.

La cosa comunque è ben diversa dal plugin di terze parti non più sviluppato e leggermente fetente che stiamo usando adesso tutti noi; quel coso è in un branch di Pidgin. E questo significa che potremmo vederlo presto nel trunk, sui nostri schermi.

Intanto ho scoperto che la mia ragazza ha Pidgin aggiornato da Monotone costantemente più up-to-date del mio. Ho creato un mostro ragazzi :D

Nuovi smanetti, nuovi casini: Debian e il pacchetto mancante

Stamattina, in preda ad un raptus, mi sono spostato nella directory radice della mia partizione di Ubuntu, e ho dato un deciso

rm -rf *

Per rimuovere tutti i file presenti. Diciamo che mi ero stufato di tenere una distribuzione di cui ormai non mi faccio nulla, a parte aggiornarla ogni tanto per sport :)

Così mi sono invece armato della versione più recente di Debootstrap, mentre la partizione di Ubuntu veniva rasa al suolo dal mio impietoso comando, cosa che ha preso parecchio tempo, dopodichè:

sudo debootstrap --arch=i386 sid /media/Debian

In men che non si dica mi sono ritrovato con una perfetta versione minimale di Debian, ramo Unstable, installata su quella stessa partizione che cinque minuti prima aveva su Ubuntu.

Ho successivamente configurato la mia sexy Debby per aderire perfettamente alle mie preferenze, scrivendo un novello /etc/fstab, specificando l’hostname e modificando /etc/hosts in base alle mie esigenze; in fondo, oggi mi sono reso conto di quanto ho appreso con Arch e Gentoo, e di quanto i concetti alla base delle distribuzioni siano sempre un po’ gli stessi :)

Ho inserito le linee per Debian nel mio menu.lst, e ho rebootato per vedere l’effetto delle mie malefatte sul giocattolo (relativamente) nuovo. Fatto il login, scandalo! Faccio per aprire un terminale ma sbam, niente gestore di finestre. Riparando in fretta al metodo Bl@ster, ossia aggiungendo all’avvio in automatico Metacity, senza crearmi ulteriori problemi. Dopodichè, provo ad installare Compiz, e relativo gestore della configurazione, ma…

Houston, we have a problem.

Il pacchetto libprotobuf3 era richiesto come dipendenza da libcompizconfig0, ma tale pacchetto non c’era nei repository!

Uh ma che bello, uh ma che divertente :D Dopo qualche minuto di smanetto mi è venuto in mente che forse potevo trovare quello che cercavo da un’altra parte.

Ho così scaricato la versione presente nei repository di Squeeze, installandola a mano su Debian Sid; tutto è magicamente andato :)

Se avete di questi problemi quindi, basta scaricare il pacchetto incriminato da qui, e mandare a quel paese i problemi di dipendenze.

Almeno per un’ora o poco meno :D

Debian si aggiorna: arriva Xorg 7.4 in Sid

9 aprile 2009 | View Comments | Postato in Debian, Desktop Environment, Gnome, Linux

Oggi, come faccio già da un po’ di tempo, sono andato a controllare sul sito che fornisce il sistema di ricerca tra i pacchetti presenti nei repository Debian, a quale versione fossero i pacchetti relativi ad Xorg ed in particolare al server X.

Con mio grande piacere ho dunque notato che per l’architettura amd64 sono stati resi disponibili i pacchetti relativi ad Xorg 7.4 e al server X 1.6.

Ad alcuni sembrerà una quisquilia, ma Debian era ferma ad Xorg 7.2 ed Xserver 1.4, quindi i possessori di alcune schede video Intel come la mia, non potevano sfruttare pienamente il potenziale di queste, che hanno cominciato letteralmente a volare con l’arrivo di Xorg 1.6 e Mesa 7.3.

Sono stati aggiornati, e questo farà piacere ai maniaci degli effetti come me, anche i pacchetti relativi a Compiz, che adesso per l’architettura amd64 sono alla versione 0.8.2; non credo che i pacchetti ci metteranno molto ad arrivare in i386 e ad essere disponibili anche per tutte le altre architetture.

Perchè tutto questo entusiasmo da parte mia?

Beh, devo dire che sono rimasto lievemente sorpreso, sia positivamente che negativamente. Negativamente perchè mi aspettavo, dopo il rilascio di Lenny, un flusso di pacchetti molto più corposo in Debian Sid, fino a coprire tutte quelle lacune di cui soffriva il mio laptop con Debian, compensabili solamente tramite pinning da Experimental. La sorpresa positiva c’è stata perchè sembra che una delle mie distribuzioni preferite stia tornando al passo coi tempi, e si stia riproponendo più bleeding edge che mai.

Attendo speranzoso, auspicando di veder comparire in Experimental, ma non per troppo tempo, anche GNOME 2.26, che sto comunque usando con soddisfazione su Arch Linux.

Compilare GNOME Do da BZR su Debian e derivate

Come ormai avete avuto tutti modo di leggere, mi sono letteralmente innamorato di questo piccolo gioiellino che viene comunemente chiamato GNOME Do.

Ho deciso quindi di dare qualche linea guida sulla compilazione in ambiente Debian et similia, quindi il procedimento che andrò a descrivere è ovviamente valido anche per Ubuntu, e tutte le sue derivate.

Innanzi tutto, installiamo un po’ di dipendenze necessarie alla compilazione. Questo serve necessariamente o la compilazione si pianta, e basta. Quindi, apriamo un terminale e diamo un bel…

sudo aptitude install automake bzr mono-gmcs libmono-cairo2.0-cil gtk-sharp2 libndesk-dbus-glib1.0-cil libndesk-dbus1.0-cil libgnome-vfs2.0-cil libgtk2.0-dev libtool intltool gnome-sharp2 ca-certificates bazaar gnome-keyring-sharp-cli gnome-desktop-sharp2 libgconf2-dev monodevelop-nunit

Beh, con questo installeremo tutto ciò che serve. Adesso, provvediamo a clonare l’ultima revisione dal Bazaar di Canonical dove è ospitata: ci basta un

bzr branch lp:do

Dopodichè, finito il checkout, troveremo nella nostra directory Home una cartella “do”. Andiamo lì dentro, quatti quatti.

cd do

E, senza indugio, provvediamo a configurare i sorgenti per essere compilati e, successivamente, installati.

./autogen.sh --prefix=/usr && ./configure --prefix=/usr

Dunque, godiamoci il terminale che ci sputa scritte a raffica, dopodichè quando smette,

make

Questo compilerà il sorgente. Ultimo, ma non per importanza, il comando per l’installazione.

sudo make install

Il quale provvederà ad installare il programma nel nostro sistema.

Una scintillante icona apparirà in Applicazioni → Accessori, e noi potremo goderci l’ultima revisione di GNOME Do correttamente compilata da BZR.