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React Europe 2018: riportando tutto a casa

React Europe 2018 with some lovely aliens

Sono passate un po’ di settimane e ho sedimentato quello che ho visto andando a React Europe (grazie ad AdEspresso, che mi ha pagato viaggio e biglietto). Oltre i francesi che parlano come sempre un pessimo inglese e come di consueto fingono persino di non capire quando qualcuno tenta di chiedergli qualcosa che non sia “water”, in realtà ho visto parecchie cose riguardanti React e non solo; e adesso mi riporto tutto a casa, in una parafrasi del titolo del primo disco dei Modena City Ramblers che belli ma non ci vivrei quanto ci pare, ma è stato uno dei dischi della mia formazione e quindi ve lo beccate.

È stata una bellissima conferenza, che mi ha fatto soprattutto misurare le competenze che ho acquisito nel tempo su questa libreria e su questo stack (Redux et similia), facendomi rendere conto sia di quanto io valga come sviluppatore React, sia di quanta strada io debba ancora fare prima di potermi considerare come uno che ha una conoscenza approfondita di come funziona React al suo interno. Ho anche notato che per mia fortuna ho dei colleghi che sono in grado di insegnarmi ogni giorno qualcosa di nuovo.

React Europe 2018: the stage

La sessione di keynote di Ken Wheeler

Il mio talk preferito è stato la sessione di keynote di Ken. Ho conosciuto Ken l’anno scorso durante il mio giro a Redmond per Build, e devo dire che sono rimasto impressionato da due cose: è l’unica persona oltre Sean Larkin che mi abbia mai consigliato di provare a scrivere un plugin per webpack, ma soprattutto è un adorabile americanissimo patriotticissimo cialtrone.

Ken Wheeler && React 16

Con il suo savoir faire ci ha introdotto le novità di React 16, le nuove API (tra cui la Context API, che passa da essere etichettata come magia nera ad essere un cittadino di prima classe), tutto applicato ad un caso di studio dove trasformava un e-commerce di baguette in un e-commerce di pane in cassetta statunitense con tanto di stelle e strisce sullo sfondo. Ha fatto ridere ed è stato d’impatto – quasi come beccarlo a pranzo e vedere che si ricordava di me.

I trend: CSS in JS e render props

CSS-in-JS è un trend che nella community React ha sempre fatto discutere. Anche quest’anno, con la fioritura di un sacco di librerie dedicate a questo paradigma che consente di includere il codice dello stile CSS di un elemento all’interno del suo codice JavaScript, abbiamo avuto di che parlare insieme a tutti gli speaker. Chiunque parlasse di CSS ha menzionato l’uso di una libreria CSS-in-JS; il discorso nel suo complesso è troppo ampio per essere affrontato in questo post, ma direi che anche se ormai è stato sdoganato come sia possibile programmare secondo questo approccio e questa organizzazione, larga parte della community ha ancora le sue perplessità e in tanti utilizzano ancora Sass e CSS legacy standalone.

L’altro trend su cui non ho visto nessuno speaker fare silenzio (circa) è quello delle render props. L’anno scorso Michael Jackson, l’autore di React Router, ha tenuto un talk in cui spiegava come secondo lui i componenti di alto ordine fossero sopravvalutati e secondo lui non risolvessero il mistero principale che è quello della fonte di provenienza dei dati su cui fare logica mentre si sviluppa un componente. Contestualmente ha introdotto il concetto di render prop, ovvero una prop di un componente che non fa altro che eseguire una funzione passando in input dei valori relativi allo stato interno di quel componente stesso.

Questo permette, avendo un componente con una sua logica di stato, di iniettare il comportamento di rendering dall’esterno. È interessante, e in AdEspresso abbiamo cominciato già da un po’ ad usare le render prop per i nostri componenti: devo dire che una volta afferrato il concetto (che di suo è semplice per chi ha una conoscenza di React superiore all’hello world) ci si abitua in fretta e il codice finale risulta molto pulito.

Team come quello di Apollo hanno riscritto la propria suite di componenti React passando da un approccio basato sugli higher order component a un approccio basato su render props. Gli esempi che sono stati fatti live mi hanno convinto che sia un approccio virtuoso, anche se come sempre non esiste né il martello d’oro né il proiettile d’argento.

Varie ed eventuali: la Francia, il cibo

Parigi è un posto particolare, accattivante, con uno stile tutto suo. Personalmente ho trovato modo di scontrarmi con i francesi anche nelle piccole cose, e ho trovato chi effettivamente ha finto di non parlare una parola di inglese davanti a me, chi veramente non lo parlava, e chi non mi ha rivolto la parola per i motivi più bislacchi. Nonostante la fauna, il posto è accattivante e ho capito due cose: la prima è che ci dovrò tornare, dato che non ho trovato il tempo né le forze di andare in centro a visitare posti come Notre-Dame; la seconda è che anche se a me non è piaciuta molto (per il poco che ho visto), capisco benissimo chi la ama alla follia data la sua particolarità anche nelle minuzie di una periferia come quella di Charenton-le-Pont dove eravamo noi.

Charenton-le-pont

Lo so che è come giudicare Roma andando solo al centro commerciale Roma Est, ma questi sono gli strumenti euristici che ho. Accontentatevi.

Charenton-le-pont skyline

La conferenza nel suo complesso invece non solo ha esibito dei talk e degli speaker di grandissima qualità, ma è la prima convention di sviluppatori dove (perdonate la trivialità, lo so) vedo offrire un buffet di cibi tipici di una qualità veramente sopraffina, tra panini al fois gras, salmone affumicato e non, altri tipi di pesce, quiche mastodontiche e una selezione di formaggi da far girare la testa.

Il primo giorno tra i miei gusti non proprio facilissimi in fatto di pesce e il fatto che oggettivamente il pranzo è stato meno particolare, il mio piatto è stato il tipico piatto da conferenza.

React Europe 2018, giorno 1: il cibo

Il secondo giorno invece tra i mini hamburger di manzo e di salmone cucinati sul momento, il salmone e una generale maggiore varietà io, Gabriele, Mattia e Andrea abbiamo opposto molta meno resistenza al preludio dell’abbiocco post-prandiale. Che, sì, è un modo molto colto per dire che ci siamo sfondati di cibo.

React Europe 2018: un food post

Ma consentitemi di riprendere l’argomento francesi e spocchia per un paragrafo almeno: è mai possibile che alla domanda “do you speak english?” si abbia come unica risposta uno sguardo scocciato? È mai possibile che visto un turista palesemente estero lo si approcci parlando solo in francese e anche in maniera piuttosto incomprensibile per uno che ha orecchio verso un sacco di lingue? Ma soprattutto, è mai possibile che per le dieci di sera chiudano tutti i posti che ti possono dare un minimo di conforto culinario? Io questo non lo so, buona serata a tutti. Quello che so è che il mix di bellezza architettonica, spocchia degli autoctoni e cucina oggettivamente caratteristica, buona e varia, fa sì che Parigi ti rimanga nel cuore a prescindere dal sentimento negativo o positivo che susciti, come una sorta di post-it con scritto “ricordati che sei stato qui”.

Street photography in giro per Parigi a gradire

E anche se quando i francesi parlano inglese non si capisce un benemerito, anche se sono andato a letto senza una cena che non fosse un pacchetto di patatine, anche se ho appurato che i parigini1 a domanda non rispondono affatto, mi porterò sempre dietro quanto mi sono divertito, quante cose assurde ho visto (come la replicazione di un event store basato su Redux attraverso nodi multipli), e quante persone fantastiche ho incontrato2.

Charenton Ecoles

  1. Anche se credo che i parigini veri definirebbero quelli che ho incontrato io dei provincialotti. Tuttavia, penso che cambiando l’ordine dei francesi il risultato non cambi. 

  2. Primi fra tutti i miei colleghi Gabriele, Mattia e Andrea. Un cuore per voi ragazzi, siete stati dei compagni di conferenza fantastici! 

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